Buddha Train – Lumbini

Anche questa volta siamo arrivati all’alba alla stazione prevista. Siamo a Nautanwa e dobbiamo scendere perché questa volta si tratta di attraversare il confine di Stato tra India e Nepal, in quanto la nostra destinazione, Lumbini, si trova in territorio nepalese.

Dal finestrino del treno vedo la solita nebbia che inizia a scoprire il verde della vegetazione rigogliosa nei campi coltivati, come anche le persone e le famiglie accucciate sulla banchina con le solite coperte sulle spalle ed in capo.

(Foto e Testi di Leopoldo Sentinelli)

Anche questa volta siamo arrivati all’alba alla stazione prevista. Siamo a Nautanwa e dobbiamo scendere perché questa volta si tratta di attraversare il confine di Stato tra India e Nepal, in quanto la nostra destinazione, Lumbini, si trova in territorio nepalese.

Dal finestrino del treno vedo la solita nebbia che inizia a scoprire il verde della vegetazione rigogliosa nei campi coltivati, come anche le persone e le famiglie accucciate sulla banchina con le solite coperte sulle spalle ed in capo.

È la mattina del 1 gennaio 2020 ed anche qui fa freddo, ma la prospettiva di immergersi inun’altro importante luogo che vide la presenza del buddha è estremamente stimolante.

In questo pellegrinaggio ai luoghi fondamentali della vita di Buddha, questa tappa è effettuata per arrivare poi a Lumbini, luogo dove venne alla luce Siddharta Gautama della tribù dei Shakya. In effetti la madre Maya, sentendo vicino il giorno del parto, lasciò Kapilavastu capitale della Repubblica aristocratica di cui Shuddhodana, futuro padre del Buddha, era il raja eletto, per andare a Devadhana, in casa dei genitori in cui partorire.

Le doglie iniziarono quando il corteo si trovava nel bosco di Lumbini e Maya diede alla luce suo figlio in piedi tenendosi con la mano destra ad un ramo dell’albero di sal. Era il mese di vaishakha (a cavallo tra aprile e maggio) dell’anno 566 a.C.

Dopo 2586 anni il nostro gruppo di pellegrini sale sul bus per raggiungere quel luogo ritrovato nel 1896 grazie ad un colonna riportante l’iscrizione che il re Ashoka era venuto in visita lì dove nacque il Buddha.

Percorriamo la strada per arrivare al confine e questa è già degna di interesse, essendo un’arteria importante del traffico commerciale su gomma tra i due paesi, incanalata tra bassi edifici pieni di botteghe artigiane e di negozi che vendono di tutto. Al centro della strada i due sensi di marcia sono divisi da uno spartitraffico metallico ma non è raro vedere pulmini, tricicli ma anche camion venire contromano, per ragioni loro, senza proteste da parte di nessuno, giusto un po’ di animate e vocianti discussioni quando si deve far manovra o addirittura inversione nei punti di interruzione dello spartitraffico.

Avendo un autista, non si è intimoriti dalla confusione e si può cogliere il lato folkloristico dell’ambiente che si osserva intorno, i vestiti coloratissimi e di cotone delle donne, a confronto con i vestiti di stile occidentale e le coperte di cui si coprono gli uomini, i piccoli banchi di bevande e di cibo cotto in strada, i colori e gli addobbi dei camion, i ragazzi che fanno consegne sviando veloci ed attenti tra auto,tricicli e persone.

Prima del confine scendiamo ad un punto di controllo con in mano passaporti e foto da consegnare di persona al doganiere, attendiamo le registrazioni, i bolli, le firme e poi di nuovo si sale sul bus. Passiamo così il confine consistente in un alto arco riportante il benvenuto del Nepal a chi entra, per poi fermarsi 50 m. più avanti ed effettuare la stessa trafila doganale per ottenere pagando in dollari, il visto nepalese. Consegna di persona, occhiata del doganiere al passaporto ed alla persona e poi gesto di andar fuori ed attendere. Fuori non c’è più quella parvenza d’ordine nella strada data dalla presenza dello spartitraffico prima del confine, qui c’è un groviglio di mezzi di locomozione vari, ammassati senza ordine né direzione ma non si vedono quelle agitazioni urlanti e viscerali tipiche degli ingorghi occidentali. Il confine è solo per stranieri, almeno così sembra, visto il via vai disordinato, generale, della gente a piedi e sui vari mezzi che intasa il passaggio sotto l’arco.

Ricevuti i passaporti, si ritorna in bus e via in terra nepalese.

Veniamo condotti in un hotel dove lasciare i bagagli e dove in serata saremmo tornati per poi dormire lì. Dopo un pranzo abbondante, vario e molto gradito da tutti, di nuovo in bus per dirigerci verso il complesso sacro del Maya Devi Temple e l’Ashoka Pillar.

Una menzione particolare merita quest’area sacra e la storia recente racconta che nel 1967 il thailandese U Thant, segretario generale dell’Onu in visita in quest’area, vide lo stato di abbandono e decise che occorreva dargli la giusta rilevanza nella prospettiva della pace nel mondo. Organizzò una vasta raccolta di fondi internazionali per erigere un sito storico-archeologico dedicato alla pace mondiale e diede poi incarico all’urbanista Kenzo Tange di progettarlo e nel 1970 la costruzione ebbe inizio.

L’area è divisa tra una zona ricettiva con hotel, ristoranti ecc. verso Nord, poi un lungo viale forma l’asse Nord-Sud ed ha sui due lati i monasteri donati da vari Stati come la Thailandia, la Birmania, l’India, per ospitare pellegrini non abbienti, sul lato orientale i monasteri di tradizione Theravada e su quello orientale quelli di tradizione Mahayana e Vajrayana. Questo viale arriva a Sud ad un canale che delimita un’area circolare del diametro di 100 m, dove al centro c’è l’edificio costruito sopra le rovine del luogo natale ed al cui esterno svetta la colonna di memoria dell’evento. All’esterno dell’edificio vi sono un laghetto, resti di stupa, giardini ben curati che accolgono frotte di pellegrini che entrano in questo grande cerchio fisico-spirituale a piedi nudi, molti seduti a pregare, meditare, con i visi sorridenti di essere qui a contatto profondo con questo luogo, testimoni di un evento storico straordinario e poi monaci che conducono preghiere e che sono in meditazione.

Quest’edificio, il Maya Devi Temple, è una semplice costruzione di copertura dei resti di una stratificazione di 6 templi eretti uno sull’altro nel corso dei secoli e poi andati in rovina perché realizzati in legno e bambù. Una pietra specifica, la marker stone, sotto vetro antiproiettile indica con precisione il punto del parto.

Nel 2013 archeologi inglesi ed indiani, dopo scavi in corrispondenza di questa marker stone, hanno rinvenuto i resti in legno di un tempietto che sono stati datati, con l’uso del radiocarbonio, come del VI secolo a.C., a confermare, se pure servisse ancora, la storicità di Siddharta Gautama, il Buddha di quest’epoca.

Siamo poi ritornati al bus che ci ha riportato in hotel per una nuova abbondante cena, dove fare attenzione al sapore piccante sempre presente nei piatti tipici, e poi riposare per poter affrontare il resto del viaggio dell’indomani e che ci avrebbe condotti in un’altra importante tappa della vita di Buddha.

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