Ho sempre pensato che esistesse una soglia invisibile tra ciò che chiamiamo vita e ciò che chiamiamo morte. Una linea che cerchiamo di rispettare, di non oltrepassare con lo sguardo. Mettiamo i morti in luoghi separati, costruiamo silenzi intorno ai corpi, inventiamo rituali per dare ordine a ciò che, in fondo, continua a sfuggirci. Poi un pomeriggio a Manikarnika, il ghat crematorio di Varanasi, quella soglia non si è dissolta sotto i miei occhi.
Ma da tempo sento che la vita non può essere compresa davvero se non accettiamo di guardare anche verso ciò che finisce. Forse è per questo che, nei miei viaggi, mi ritrovo così spesso nei cimiteri. E forse è anche per questo che faccio il mio lavoro. Come psicoterapeuta accompagno ogni giorno persone che, senza saperlo, si trovano davanti a una soglia: quella di un lutto, di una perdita, di una parte di sé che deve morire perché qualcosa di nuovo possa nascere.
A Yanaka mi ero persa per ore tra le lapidi coperte di muschio e i gatti addormentati sulle pietre. Sembrava che la morte fosse solo un’altra forma di quiete. A Sengaku-ji avevo cercato le tombe dei quarantasette ronin, immersa in quel silenzio composto di incensi e gesti ripetuti. Pensavo che il mistero avesse bisogno di silenzio — lo stesso silenzio che vedo tante volte replicarsi anche in studio. Pensavo che la morte abitasse sempre in un luogo separato dalla vita.
A Manikarnika ho capito che mi sbagliavo.
Sono arrivata verso le quattro del pomeriggio, quando su questo tratto del Gange — a Varanasi, la città più sacra dell’induismo, adagiata su un’ansa del fiume nel cuore dell’Uttar Pradesh — la luce cominciava lentamente a cambiare. Mi aspettavo la stessa quiete di Yanaka. Ho trovato invece una piazza aperta e fumante, dove le pire ardono giorno e notte e dove il rogo di uno sconosciuto brucia a pochi passi dalle barche e dai bambini che si tuffano.


Manikarnika è uno dei più antichi e importanti ghat crematori di Varanasi, e per un induista essere cremato qui significa, secondo la tradizione, ottenere il moksha, la liberazione dal ciclo delle rinascite. Non è un cimitero nel senso in cui lo intendiamo noi: è una soglia aperta sul fiume, dove il corpo torna cenere e la cenere torna acqua, in un ciclo che qui nessuno percepisce come tragico. Le famiglie portano i loro morti avvolti in stoffe dorate o candide, li lasciano scivolare per un’ultima volta nel Gange e poi li affidano al fuoco, che, a differenza del nostro, ha un compito preciso: non celebrare, ma sciogliere.


Secondo la tradizione, uno dei familiari — spesso il figlio maggiore del defunto — gira intorno alla pira cinque volte prima di accenderla. È un gesto che ho visto ripetersi più e più volte nel corso del pomeriggio, come una coreografia che nessuno qui sente il bisogno di spiegare a chi guarda.
Quello che mi ha spiazzato non è stata la morte in sé. A quella soglia, tra il mio lavoro e Yanaka, ero già in qualche modo abituata. È stata la sua totale mancanza di separazione dal resto della vita.
Ho visto un uomo lavare i panni a poche decine di metri da una pira ancora accesa, stendendoli poi ad asciugare su una barca ormeggiata proprio lì sotto, tra il fumo e l’acqua verde del fiume. Ho visto ragazzi nuotare a bracciate tranquille mentre alle loro spalle si consumava un rogo e, più in là, su una scalinata di pietra consumata dai secoli, gruppi di uomini che si lavavano, indifferenti al fumo che gli passava sopra la testa.


Nessuno sembrava trovare stridente la cosa. Ero io, semmai, a cercare invano un confine che qui semplicemente non esiste.
I barcaioli remano lenti tra le cataste di legna accatastate sulla riva. Ne servono quintali per ogni corpo, e il prezzo della legna, mi hanno detto, determina ancora oggi chi può permettersi un rogo abbondante e chi deve accontentarsi di fiamme più povere e sembrano indifferenti al fumo che si mescola alla foschia del pomeriggio.
Poco più a valle, dove i roghi lasciano spazio a un tratto di riva più quieto, altre barche restano ormeggiate in fila: gialle e blu, con le insegne dipinte a mano sui fianchi e piccole bandiere a tridente issate su pali di bambù, mosse appena dal vento.


È uno dei tanti contrasti di Manikarnika: bastano poche decine di metri e il ghat della morte diventa il ghat del lavoro, dei traghettatori che aspettano il turista, del fiume che continua a essere, prima di tutto, una strada d’acqua.
Dietro tutto questo, le case a più piani che si arrampicano sulla riva, alcune diroccate, altre dipinte di rosa e di azzurro acceso, con un murale enorme : un volto dai toni turchesi dipinto su un intero muro accanto all’acqua che guarda l’intera scena come se anche l’arte, qui, avesse deciso di non distogliere lo sguardo.


Mi ha colpito che nessuno lo definisca fuori luogo. A Varanasi l’arte contemporanea e il rito millenario condividono lo stesso muro senza che nessuno dei due sembri prevalere sull’altro.
Mi sono chiesta se fosse questo, in fondo, il cuore del mistero che porto ogni giorno in studio: non l’ordine di Sengaku-ji, non il muschio silenzioso di Yanaka, ma la scoperta che ogni cultura e ogni anima decide dove tracciare il confine tra la vita e la morte.
A Varanasi quel confine, semplicemente, non è mai stato tracciato.
Qui si muore come si vive: in pubblico, sull’acqua, con il bucato steso a un metro dal fuoco.
Sono rimasta a guardare finché la luce non si è fatta arancione e poi rossa, il sole che scivolava dietro i tetti e si specchiava sull’acqua in una lunga striscia dorata, mentre le pire continuavano a competere con il tramonto per il colore del cielo.


Le barche ormeggiate poco più in là ondeggiavano appena, indifferenti a tutto.
Proprio come quei panni colorati, stesi ad asciugare a un passo dal fuoco, che ancora adesso, chiudendo gli occhi, sono l’immagine che porto con me di Manikarnika: il bucato di chi resta, steso accanto alle ceneri di chi se n’è andato.
categorie: India del Nord | Varanasi
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