Ero distesa sul divano, valigia già pronta per il Vietnam, quando sullo schermo mi è comparsa un’offerta last minute per Tokyo, proprio nella stagione della fioritura dei ciliegi. Era un volo a/r scontatissimo. La condizione era pagarlo subito. Sarei partita solo l’anno dopo. Non ho saputo resistere. Ho prenotato senza nemmeno sapere bene perché. Poi sono partita comunque per il Vietnam, con quel biglietto giapponese che aspettava nel cassetto come una promessa fatta a me stessa.
Nei mesi successivi mi sono messa a cercare quando sarebbe caduta esattamente la fioritura dei ciliegi. Lo stupore è arrivato prima ancora di salire su un aereo. In Giappone gli istituti meteorologici calcolano il momento esatto dell’hanami con nove mesi di anticipo. Isola per isola, parco per parco. Non un’approssimazione stagionale, ma una data quasi chirurgica. Quando sono atterrata a Tokyo, all’aeroporto mi hanno accolta depliant color ciliegio in ogni lingua. Indicavano i giorni e i luoghi esatti in cui i fiori sarebbero sbocciati proprio in quella settimana.
Ho capito lì, prima ancora di vedere un solo petalo, una cosa semplice. La fioritura dei ciliegi in Giappone non è un evento naturale ma un appuntamento collettivo, preparato con la cura di una cerimonia.

Il parco di Ueno il giorno dell’hanami cambia pelle. Ho camminato in mezzo a picnic di dieci, venti persone sedute sui vialoni. I teli erano stesi con una precisione quasi militare. Le borse termiche tecnologiche si aprivano su vassoi bento pieni di verdure intagliate e pesce disposto come in un quadro. Qualcuno mi ha offerto un sakura mochi. Riso pressato e pasta di fagioli, avvolti in una foglia di ciliegio salata: un sapore che non dimentico, dolce e salmastro insieme. Ho mangiato anche hanami-dango, polpette di riso su uno stecco, con il tè verde che qualcun altro mi versava senza che lo chiedessi.

Sono rimasta fino a sera, quando il parco cambia ancora volto. Si accendono lanterne di carta appese ai rami più bassi, e la luce artificiale trasforma i ciliegi in qualcosa di quasi teatrale. I giapponesi chiamano questo momento yozakura, i ciliegi della notte. Anche io, come tutti intorno a me, ho alzato il telefono verso i rami: il rito dell’hanami oggi passa anche da lì.

Ho scoperto che questa festa non è sempre stata legata al ciliegio. Fino all’VIII secolo i giapponesi celebravano la fioritura degli ume, i prugni. Nel 794 la corte imperiale si trasferì a Kyoto. Da quel momento i ciliegi presero il posto dei prugni, e l’hanami è diventato quello che ho visto io a Ueno: una festa che attraversa ogni età e ogni condizione sociale, senza distinzione.


Durante quelle settimane ho fotografato anche gli ume, i fiori di prugno che per secoli erano stati i veri protagonisti dell’hanami, prima che i ciliegi prendessero il loro posto alla corte di Kyoto. Sono facili da riconoscere: sbocciano su rami ancora spogli, con petali più tondi e colori più decisi, dal rosso acceso al bianco puro, a volte mescolati sullo stesso albero.




Qualche giorno dopo ero a Kyoto, davanti alla scalinata di pietra del Chion-in, il tempio principale della scuola buddhista Jōdo. Gli stessi rami rosa di Ueno, ma tutto intorno cambiava registro. Non più teli verdi e bento aperti sull’asfalto, ma una scalinata solenne che saliva verso un portone di legno scuro, alto come una casa.

È stato un anziano seduto vicino a me, tra un boccone di sakura mochi e l’altro, a raccontarmi perché quei petali contano così tanto per i giapponesi. Mi ha spiegato che il fiore di ciliegio rappresenta, da secoli, l’anima dei samurai. Una vita intensa, potente, gloriosa. Destinata a spegnersi in un istante, senza rimpianto. Come il ciliegio sprigiona la sua bellezza in migliaia di piccoli fiori, così i samurai, pur limitati nella propria individualità, insieme formavano una forza inarrestabile. Mi ha detto anche una frase che ho ancora in testa: bastava un alito di vento a disperdere quei fiori, così come bastava un solo colpo di katana a porre fine a giorni gloriosi.
Non gliel’ho chiesto, ma conosco il seguito di quella storia. Quello stesso simbolo, nel secolo scorso, è stato dipinto sulle carlinghe degli aerei da combattimento giapponesi durante l’ultima guerra mondiale. Ho pensato a quanto un simbolo possa essere insieme sacro e manipolabile, a seconda di chi lo racconta e in che epoca lo fa.
Ho scoperto anche un’altra cosa, seduta lì con la tazza in mano: la fioritura dei ciliegi non arriva ovunque insieme. Parte da sud, da Okinawa, e sale lentamente verso nord, come un’onda che impiega settimane ad attraversare tutto l’arcipelago. I giapponesi la chiamano sakura zensen, il fronte dei ciliegi, quasi fosse un bollettino di guerra invece che un bollettino di primavera.
Quello che l’anziano non ha nominato esplicitamente, ma che ho riconosciuto subito, è il cuore buddhista zen dell’hanami. Un invito silenzioso a guardare in faccia la caducità di ogni cosa bella. Non è un pensiero triste, è piuttosto un allenamento. Lo stesso che pratico quando faccio Tai chi, cercando di lasciar andare un movimento nel momento esatto in cui è compiuto, senza trattenerlo un istante di più. Ogni petalo che cadeva mentre ero seduta lì sembrava dirmi la stessa cosa, in una lingua che non avevo bisogno di tradurre.
Alla fine del pomeriggio, camminando verso l’uscita del parco, un petalo mi è caduto dritto nella tazza di tè verde che tenevo ancora in mano. Non l’ho tolto. L’ho guardato galleggiare per qualche secondo, prima di bere comunque. È stato in quel gesto minuscolo, non nelle spiegazioni sui samurai né nei bollettini meteorologici di precisione millimetrica, che ho capito davvero cos’è l’hanami. Non un fiore da osservare. Una lezione da bere, un sorso alla volta.
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