di Jason Goodwin
pp. 382
Einaudi 2013
Prezzo: 10 €
ISBN: 978-8858407929
Non capita spesso che un giallo storico mi faccia venire voglia di rileggere anche i capitoli già letti, solo per il piacere della prosa. Con L’albero dei giannizzeri di Jason Goodwin è successo.
Siamo a Istanbul, 1836. L’impero ottomano sta cambiando pelle. Dieci anni prima una rivolta ha travolto i giannizzeri, il corpo scelto che per secoli aveva reso l’esercito ottomano il più temuto del mondo. Al loro posto governa ora la Nuova Guardia. Poi qualcuno trova morta una giovane circassa dell’harem. Quattro cadetti della Nuova Guardia scompaiono, e riappaiono cadaveri in luoghi sempre più insoliti. Le indagini sembrano ricondurre proprio ai vecchi giannizzeri, alle loro tradizioni mistiche e feroci, mai davvero sopite.
A indagare è Yashim, e qui Goodwin trova il suo colpo di genio: un eunuco di corte come detective. Yashim ha accesso a ogni angolo del palazzo, dall’harem alle ambasciate straniere, e proprio per questo può muoversi dove nessun altro potrebbe. Ama i libri, la buona cucina, le donne — con un pudore che è insieme malinconia e ironia. Attraverso i suoi occhi sfilano ambasciatori, dark ladies, danzatori travestiti, sette sufi. Ci sono anche soldati, divisi tra l’invidia per l’Occidente e la nostalgia per le armate vittoriose di un tempo.
Quello che mi ha conquistata non è solo l’intreccio, pur solidissimo. È il modo in cui Goodwin fa della città stessa un personaggio. Istanbul sprofonda tra gli incubi del passato e la paura di un futuro che non sa ancora immaginare, mentre gli incendi — arma antica dei giannizzeri — tornano a minacciarla.
Un romanzo che profuma di spezie, moschee e cospirazione. È perfetto per chi, come me, non riesce a separare la lettura di un luogo dal viaggio che sta per fare. A Istanbul, dopo questo libro, cercherò di sicuro l’ombra di quell’albero.
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