di Sharlene Teo
pp. 273
Edizioni E/O 2018
Prezzo: 12 €
ISBN: 978-8833570372
Ho portato Il cielo di Singapore di Sharlene Teo in valigia senza sapere che sarebbe diventato la chiave di lettura di tutto il viaggio. È la storia di tre donne — Amisa, sua figlia Szu e Circe, l’amica di Szu — le cui vite si toccano, si allontanano e tornano a intrecciarsi nell’arco di quasi vent’anni.
Amisa arriva a Singapore da un piccolo paese della Malesia con la bellezza giusta per farsi scritturare in una trilogia horror, nei panni della Pontianak, lo spettro femminile della mitologia del Sud-est asiatico. La carriera non decolla mai, il matrimonio fallisce, e Amisa finisce per vivere con la “zia” Yunxi — un’amica che si dice medium — e con la piccola Szu, fino a morire di cancro nel 2003. È proprio in quell’anno che la voce narrante passa alla figlia.
Szu ha sedici anni, è introversa, sola, in conflitto con una madre che non ha mai saputo amarla nel modo giusto — il padre le ha abbandonate da tempo. Dopo il lutto arrivano il disturbo alimentare, la depressione, l’allontanamento persino da Circe, l’unica amica vera. Il libro salta poi al 2020: Circe, ormai social media manager appena divorziata, viene incaricata di curare il reboot cinematografico proprio di quella trilogia horror — e il passato, inevitabilmente, riemerge.
Quello che mi ha colpito, leggendolo proprio a Singapore, è quanto la città stessa funzioni da quarto personaggio: cambia pelle, si ricostruisce, dimentica — ma non del tutto. Camminando tra i templi di Chinatown, con le loro divinità dipinte e ridipinte ogni pochi anni, ho ritrovato la stessa idea che attraversa il romanzo: niente scompare mai veramente, si sposta solo di qualche isolato.
Non è un libro consolatorio. È lento, a tratti spietato con le sue protagoniste. Ma resta addosso, come certi luoghi che non si lasciano fotografare fino in fondo.
Ti piace questo libro? Condividilo!