Mappa di Hong Kong

Hong Kong

Tra arte, incenso e bastoncini di bambù

Taccuino del viaggiatore

Popoli e fedi

Taoismo, buddhismo e religione popolare cinese, intrecciati nei templi urbani e rimasti profondamente radicati anche durante l’amministrazione britannica

Una parola per entrare

kau cim (求籤), la pratica divinatoria dei bastoncini di bambù, agitati nel contenitore finché uno non ne esce.

Una ferita

Il 1997, il trasferimento della sovranità dal Regno Unito alla Cina: una cesura ancora leggibile nelle lingue, nell’architettura e nell’identità della città.

Un gesto che racconta tutto

Inginocchiarsi davanti all’altare, accendere l’incenso e portarlo verso la fronte prima di deporlo.

La domanda che porti con te

Quante identità può contenere una sola città e continuare a sentirsi una?

Il mio Diario di viaggio

Scarica e leggi il mio Diario, con le impressioni e le immagini raccolte durante il viaggio.

Le molte anime di Hong Kong

C’è un profumo che riconosco ancora, quando penso a Hong Kong. Incenso che sale in spirali dentro un tempio urbano, tra lanterne rosse appese così vicine al soffitto da sfiorare il fumo. È l’immagine con cui questa città è entrata in me ed è anche l’immagine più lontana da come ci sono arrivata. Il mio viaggio non è cominciato in un tempio, ma in un grattacielo. Ero stata invitata a esporre i miei quadri al Conrad, a Pacific Place, nel cuore del distretto finanziario. Per la prima e unica volta nella mia vita, ho fatto una mostra dentro un hotel! Ogni stanza dell’ultimo piano era stata svuotata dei mobili. Per un weekend un albergo di lusso si era trasformato in un museo diffuso, piano per piano, porta per porta. Da una parte il porto di Victoria Harbour, dall’altra il versante verde di una collina. La stessa doppia natura che avrei ritrovato, nei giorni successivi, proprio nell’incenso e nelle lanterne di quel tempio. Il sacro e il finanziario, a pochi chilometri l’uno dall’altro. Come se Hong Kong non sapesse scegliere e non ne avesse alcun bisogno.

Una città per stratificazione, non per sostituzione

È proprio quella doppia natura, vista dall’alto del Conrad, a raccontare meglio di ogni altra cosa cos’è Hong Kong. Una penisola e un arcipelago di isole minori, affacciate sul delta del Fiume delle Perle. A un passo dal confine con Shenzhen e dalla Cina continentale. Regione amministrativa speciale dal 1997, quando il Regno Unito ne restituì la sovranità a Pechino dopo un secolo e mezzo di dominio coloniale. Quel passaggio di consegne non è un dettaglio da manuale di storia. È la chiave che spiega perché a Hong Kong tutto convive per stratificazione, mai per sostituzione. La finanza accanto all’incenso, l’inglese accanto al cantonese, la collina accanto al grattacielo. Quella convivenza ha anche un nome ufficiale: “un paese, due sistemi”. Un principio che avrebbe dovuto reggere fino al 2047, cinquant’anni dopo la restituzione. Da anni, però, è al centro di un dibattito internazionale su quanto quell’autonomia sia ancora, davvero, intatta. Anche la mia mostra, in fondo, era un’altra forma di quella stessa convivenza: l’arte occidentale che si prende uno spazio pensato per l’ospitalità orientale.

Hong Kong, tra incenso e bastoncini di bambù

Fuori dal distretto finanziario, a Sha Tin, nei Nuovi Territori, ho trovato un’altra versione della città. Quella che si allontana dal grattacielo e torna a misurarsi sulla collina. Al tempio di Che Kung, dedicato al generale che dà il nome al luogo, ho comprato anch’io i bastoncini di bambù. Sono quelli che i fedeli scuotono dentro un cilindro finché uno non cade a terra, numerato. Poi lo si abbina a un foglietto che contiene la risposta. Un piccolo rito di divinazione che qui si ripete soprattutto all’inizio dell’anno nuovo, quando i devoti chiedono un presagio per i dodici mesi che arrivano. Mi sono fatta spiegare il significato del gesto e l’ho scosso come mi è stato insegnato, aspettando che uno solo cadesse fuori dagli altri. I bastoncini li ho riportati a casa, dentro la valigia, insieme ai ricordi di questo viaggio intenso. Come si fa con un oggetto che non si vuole lasciare andare.

Un mattino di tai chi

Un mattino presto, in un parco della città, ho visto un gruppo di donne che praticava tai chi e mi sono unita a loro. Pratico da tempo. Riconoscere quei movimenti in un parco di Hong Kong è stato come ritrovare una lingua comune con persone che non avevo mai incontrato. Mi sono messa un po’ di lato, non per timidezza nei gesti, che conosco. Volevo solo restare a guardare ancora un momento prima di entrare nell’esperienza. Lasciare che il ritmo si sincronizzasse da solo. È stato uno dei momenti in cui Hong Kong ha smesso di essere solo la città che attraversavo. Per qualche minuto, mi ha lasciata condividere qualcosa che conoscevo già, in un posto che non conoscevo affatto. Alle spalle del gruppo, il profilo dei grattacieli si stagliava ancora contro il cielo del primo mattino. La stessa doppia natura della città, di nuovo, sotto un’altra forma.

Temple Street, un tetto di ombrelli

La mattina dopo sono andata a Temple Street, prima ancora che il mercato notturno per cui è famosa prendesse vita. A quell’ora la via era diversa da come me l’aspettavo. Sopra le teste dei passanti, decine di ombrelli aperti pendevano da un capo all’altro della strada, a fare ombra alle bancarelle ancora chiuse. Non ne avevo mai visti così tanti insieme, sospesi come un tetto temporaneo e colorato. Ho fotografato quella distesa di ombrelli a lungo, in silenzio. Da sole, quelle immagini raccontano già una storia che non avevo bisogno di aggiungere a parole.

Tin Hau, cinque templi in uno

L’ultima tappa è stata per me la più sorprendente: il tempio di Tin Hau, la dea protettrice dei pescatori e del mare. È una devozione che in una città cresciuta sul commercio marittimo non stupisce. Ma qui si moltiplica in un modo che non mi aspettavo. Il Tin Hau Temple Compound di Yau Ma Tei non è semplicemente un tempio con qualche cappella laterale. È un vero complesso di cinque edifici tradizionali, costruiti in epoche diverse e collegati fra loro, ciascuno dedicato a una divinità diversa. Camminando da una porta all’altra, con la stessa devozione moltiplicata in pochi passi, mi è sembrato di attraversare cinque templi distinti. Quasi appiccicati uno all’altro, ognuno con il proprio odore di incenso, la propria luce, la propria piccola comunità di fedeli. Eppure, in realtà, è un unico complesso, pensato fin dall’origine per restare unito. Ho ritrovato lì, in miniatura, la stessa lezione imparata al Conrad. A Hong Kong le cose non si scelgono l’una o l’altra: si abitano insieme, porta dopo porta.

Per chi pensa di partire

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