Scarica e leggi il mio Diario, con le impressioni e le immagini raccolte durante il viaggio.
C’è un’immagine che mi porto dietro da tutto il Sud-est asiatico, ma a Kuala Lumpur l’ho vista più netta che altrove: da una parte le torri di vetro e acciaio che si arrampicano verso il cielo, dall’altra le vie strette dei quartieri storici. I negozietti che vendono di tutto, le insegne scritte in tre alfabeti diversi sulla stessa strada. Non l’ho percepita come un conflitto, ma come una convivenza quotidiana, quasi ovvia per chi ci è nato, sorprendente per me che arrivavo da fuori.
Mi ci è voluto un po’ per orientarmi. La Malesia occupa una posizione geografica particolare. Non è un unico territorio continuo, ma una federazione divisa in due regioni. Le separano oltre seicento chilometri di Mar Cinese Meridionale. Ho attraversato la Malesia Peninsulare, dove si trova Kuala Lumpur, all’estremità meridionale della penisola malese. Qui c’è lo Stretto di Malacca a ovest e il Mar Cinese Meridionale a est, con la Thailandia a nord e Singapore a sud. La Malesia Orientale, che non ho visitato in questo viaggio, si trova invece sull’isola del Borneo. La condivide con l’Indonesia e con il piccolo sultanato del Brunei. Sono due territori tenuti insieme da una sola bandiera, e da una monarchia federale. Il capo dello Stato viene eletto ogni cinque anni tra i nove sovrani degli stati malesi.
Ho scoperto che Kuala Lumpur nacque nel 1857. Un gruppo di cercatori di stagno cinesi si stabilì alla confluenza dei fiumi Klang e Gombak. Il nome della città significa letteralmente “confluenza fangosa”. Camminando per le sue strade, quella storia mi è sembrata ancora leggibile nella composizione della popolazione. Malesi, cinesi e indiani convivono nella stessa città. L’Islam è la religione della Federazione. Ma buddhismo, induismo, taoismo e altre tradizioni si praticano fianco a fianco, spesso a poche decine di metri di distanza l’una dall’altra. Mi hanno raccontato anche dei giorni di violenza etnica del 1969, i disordini del 13 maggio. Quegli eventi portarono a una revisione profonda delle politiche sociali ed economiche del paese, ancora oggi visibile.
Alla base della Menara Kuala Lumpur, la torre delle telecomunicazioni che domina lo skyline della città, ho notato un antico albero di jelutong, più vecchio della torre stessa. Mi hanno spiegato che, quando fu costruita, i progettisti realizzarono apposta un muro di contenimento per non doverlo abbattere, facendo spazio alle sue radici invece di tagliarle. È un dettaglio che per me riassume meglio di ogni altro lo spirito di questa città: anche nel cuore dello sviluppo più verticale, qualcosa di antico continua silenziosamente a crescere, e nessuno ha avuto il coraggio — o la voglia — di eliminarlo.
Percorrendo le vie del centro storico, tra le shophouse di epoca coloniale a Chinatown e i templi induisti e cinesi incastrati tra un edificio e l’altro, ho respirato la stessa stratificazione. Botteghe che vendono tè, spezie, amuleti, sotto insegne al neon appese accanto a facciate storiche. Il profumo dell’incenso si mescolava a quello del cibo di strada, mentre il traffico non smetteva mai, nemmeno per un momento, di riempire l’aria di clacson. Il gopuram dipinto e scolpito di uno dei templi induisti più antichi della città si staglia proprio in mezzo a queste case-negozio, sovrastato a poche vie di distanza dai grattacieli del centro finanziario. È in questo intreccio di epoche, materiali e popoli che ho sentito il carattere più autentico di Kuala Lumpur, lontano dalle sole fotografie patinate dei grattacieli.
A nord-ovest della penisola, al largo delle coste dello stato di Kedah, ho raggiunto Langkawi: non un’isola sola, ma un intero arcipelago tradizionalmente composto da 99 isole. Il nome, mi hanno detto, deriverebbe da helang, aquila in lingua malese, e in effetti di aquile, sulle sue coste, ne ho viste ancora molte. Le acque che la circondano si aprono verso il Mar delle Andamane, a un passo dal confine con la Thailandia. Ho scoperto che nel 2007 Langkawi è diventata il primo UNESCO Global Geopark di tutto il Sud-est asiatico, con formazioni rocciose che risalgono a oltre cinquecento milioni di anni fa, tra le più antiche della regione. Dichiarata zona duty-free nel 1987, durante il governo di Mahathir Mohamad, l’isola si è trasformata in pochi decenni da villaggio di pescatori a meta turistica, senza perdere del tutto il proprio ritmo più lento.
Ho lasciato alle spalle il traffico, il rumore e i grattacieli di Kuala Lumpur, e mi sono ritrovata davanti a un mare turchese, punteggiato di isolette coperte di foresta pluviale fino alla battigia. Ho sentito un altro volto della stessa Malesia: non più la stratificazione delle epoche e dei popoli, ma quella, più antica ancora, tra la terra e l’acqua. E, prima ancora, tra il rumore e il silenzio. Ho guardato i pescatori locali intrecciare da generazioni la propria vita quotidiana al ritmo delle maree, in un arcipelago che il mare disegna e ridisegna due volte al giorno, isola dopo isola.
Quello che porto con me da questo viaggio è un albero più vecchio di una torre di telecomunicazioni. Un tempio induista incastrato tra le case-negozio di Chinatown. Novantanove isole che non sono mai riuscita a contare tutte insieme. E il passaggio improvviso dal clacson ininterrotto di Kuala Lumpur al silenzio di un mare che non ha fretta di dire niente. Modi diversi con cui la Malesia mi ha insegnato la stessa cosa: qui la modernità non cancella quello che trova. Gli costruisce semplicemente un muro di contenimento accanto, e continua a crescere.
Consigli di lettura per scoprire, approfondire e lasciarsi ispirare.
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