Quando ero bambina, il Corriere della Sera aveva un inserto con fumetti “di cultura” — gli unici che mio padre voleva che leggessi. È lì che mi sono innamorata perdutamente di Corto Maltese, e in particolare de La casa dorata di Samarcanda. Un nome che suonava già come una promessa, prima ancora di sapere dove fosse davvero quella città, che aspetto avesse, che lingua vi si parlasse. Per anni Samarcanda è rimasta per me un luogo più letterario che reale. Qualcosa che apparteneva più al disegno a china di Hugo Pratt che a una cartina geografica. Oggi, finalmente, sono arrivata in Uzbekistan e ho dato corpo a quel sogno di bambina.
L’Uzbekistan si trova nel cuore dell’Asia centrale, ed è uno dei soli due paesi al mondo doppiamente senza sbocco sul mare. Per raggiungere un oceano bisogna attraversare almeno due confini. Confina con il Kazakistan a nord, il Kirghizistan e il Tagikistan a est, l’Afghanistan e il Turkmenistan a sud e a ovest. È proprio questa posizione, apparentemente isolata e chiusa in se stessa, ad averlo reso per secoli un crocevia. Le città che oggi visito — Tashkent, Khiva, Bukhara, Samarcanda — erano tappe obbligate della Via della Seta. Il luogo dove le merci, le fedi e le lingue di mezzo mondo si incontravano prima di proseguire verso Europa o Cina.
Ancora oggi, attraversare in poche settimane le stesse quattro città significa ripercorrere in miniatura una rotta che un tempo richiedeva mesi di cammino. Tra carovane di cammelli, guardie armate e mercanti di lingue diverse, che si capivano attraverso il commercio più che attraverso le parole.
È una terra che porta i segni di dominazioni molto diverse tra loro. Dall’impero timuride, che sotto Tamerlano fece di Samarcanda una delle capitali più splendide dell’Asia. Fino all’epoca sovietica, che ha ridisegnato le città con un’urbanistica spesso brutale, senza mai cancellare del tutto l’eredità islamica e persiana precedente. Camminare oggi per Tashkent, Khiva, Bukhara e Samarcanda significa attraversare questi strati uno dopo l’altro, spesso nello spazio di poche centinaia di metri.
Da qui parte il mio percorso in Uzbekistan, che segue idealmente la stessa rotta percorsa per secoli da mercanti e carovane. Dalla capitale moderna fino alle città-oasi che hanno reso leggendaria questa parte del mondo.
La porta d’ingresso, ricostruita quasi interamente dopo il devastante terremoto del 1966. Una capitale sovietica nell’urbanistica, con larghi viali e palazzi in stile socialista. Ma con un cuore antico che resiste nei suoi bazar e nelle moschee del centro storico. Il mercato di Chorsu, con la sua cupola turchese visibile da lontano, è il punto in cui questa doppia identità si vede meglio. Sotto, il brulicare di spezie, frutta secca e stoffe che potrebbe essere rimasto uguale per secoli. Intorno, l’architettura di un’altra epoca, quella sovietica. Non è la Via della Seta delle cartoline, ma è da qui che il viaggio, inevitabilmente, comincia.
Una città-museo a cielo aperto, racchiusa interamente dentro le mura di terra battuta dell’Itchan Kala. Camminare tra i suoi minareti maiolicati di blu e turchese è come entrare in una miniatura persiana. Molte delle sue superfici, dalle porte alle cupole, sono ricoperte di piastrelle geometriche che sembrano non ripetersi mai davvero. Eppure Khiva porta anche un peso meno raccontato: per secoli è stata uno dei principali mercati di schiavi dell’Asia centrale. Crocevia di razzie e carovane umane, oltre che di merci. Una ferita che la sua bellezza attuale, così fotogenica, rischia di far dimenticare.
Forse la città che meglio custodisce lo spirito della Via della Seta: cupole di mercato ancora attive dopo secoli, madrase una accanto all’altra. Il minareto Kalyan, per ottocento anni, ha guidato le carovane verso l’oasi. Costruito nel 1127, alto quasi 46 metri, fu l’unico edificio della città risparmiato da Gengis Khan. Secondo la leggenda, il condottiero rimase così colpito dalla sua bellezza da ordinare ai suoi uomini di non distruggerlo. Tutto il resto di Bukhara, invece, cadde intorno a lui. È stata per lungo tempo uno dei centri di studi islamici più importanti al mondo, meta di studiosi e pellegrini da tutta l’Asia. La sua atmosfera resta più raccolta, meno spettacolare di Samarcanda: un intrico di vicoli e cortili. Qui si sente ancora il battito dei martelli sul rame nelle botteghe degli orafi. Si vedono le mani degli artigiani muoversi veloci sui telai di seta.
Il nome che ha attraversato la mia infanzia molto prima che i miei occhi la vedessero. Il Registan, con le sue tre madrase coperte di maioliche turchesi e blu cobalto, resta uno degli spazi più imponenti che abbia mai visto. Le tre madrase furono costruite in epoche diverse, a distanza di due secoli l’una dall’altra. La più antica risale al 1420, l’ultima fu completata nel 1660. Eppure sembrano concepite come un unico gesto architettonico. Entrarci equivale a sentirsi improvvisamente piccoli, sovrastati da una bellezza costruita apposta per incutere soggezione. Poco distante, il mausoleo di Tamerlano custodisce le spoglie dell’uomo che rese questa città capitale di un impero. Camminare tra queste pietre, da adulta, dopo averle sognate da bambina attraverso le pagine di un fumetto. È stata una delle esperienze più vicine alla commozione pura che il viaggio mi abbia mai regalato.
Dietro ogni tappa c’è la stessa promessa che avevo intravisto per la prima volta su un inserto di giornale, tra le tavole di un disegnatore che mi aveva insegnato ad amare luoghi che non avevo ancora visto. E che oggi, finalmente, ho potuto a guardare con i miei occhi.
Consigli di lettura per scoprire, approfondire e lasciarsi ispirare.