Scarica e leggi il mio Diario, con le impressioni e le immagini raccolte durante il viaggio.
Sono andata in Myanmar dopo aver letto Il palazzo degli specchi di Amitav Ghosh. Da allora questo paese per me si chiama ancora Birmania anche se so che, dal 1989, il nome ufficiale è Myanmar. Lo userò in questo racconto, perché è la forma corretta, quella che oggi si trova sulle mappe e nei documenti. Ma nella memoria, nel corpo, nel modo in cui la richiamo quando qualcuno mi chiede dove sono stata, resta Birmania. Non è nostalgia coloniale. È solo che ho imparato ad amarla con quel nome, prima che la geografia ufficiale mi correggesse.
Il Myanmar occupa una posizione che da sola racconta la sua storia di crocevia forzato. È stretto tra due giganti, l‘India a ovest e la Cina a nord-est, con il Laos e la Thailandia a confinare a est. Si affaccia a lungo sul Golfo del Bengala e sul Mare delle Andamane, a sud. È un paese cerniera, geograficamente condannato a mediare tra il subcontinente indiano e il sud-est asiatico. Tra buddhismo theravada e influenze himalayane. Tra il peso ingombrante di Pechino e quello, più lontano ma non meno presente, di Delhi.
Devo aggiungere una nota che, quando ci sono stata io, non esisteva ancora. Dal golpe militare del febbraio 2021 il paese vive sotto un regime militare che ha soffocato ogni transizione democratica. È un conflitto interno che affonda le radici nell’indipendenza del 1948, ma che dal golpe si è intensificato enormemente. Le elezioni più recenti, tra fine 2025 e inizio 2026, sono state giudicate una messinscena priva di legittimità reale. Il sorriso che racconto in queste pagine appartiene al Myanmar di allora. Resta, credo, lo stesso sorriso di sempre, ma sarebbe disonesto raccontarlo senza dire cosa sta attraversando oggi il paese che lo custodisce.
Sono arrivata a Yangon in un pomeriggio caldo e umido. La prima cosa che mi ha colpito non è stata la Shwedagon Pagoda, pure dorata ed enorme, che domina la città come un secondo sole. Sono stati i bambini, ovunque, per strada, sulle soglie delle case, tra le bancarelle: sorridevano tutti, con un sorriso aperto che arrivava prima delle parole. L’ho notato così tante volte che ho iniziato a chiamare tra me il Myanmar “il paese dove tutti sorridono”. È una semplificazione, lo so. Ma è anche la cosa più vera che porto a casa da quel viaggio.
Da Yangon ho risalito il paese fino a Mandalay, l’ultima capitale reale prima della conquista britannica del 1885. Lo stesso anno in cui si apre Il palazzo degli specchi. Camminare per quelle strade con il romanzo ancora fresco in mente ha avuto qualcosa di quasi cinematografico. Mandalay è una città meno immediata di Yangon, più dura da leggere. Il fiume Irrawaddy scorre poco fuori dal centro, verso ovest. Nei dintorni ho visto Inwa, l’antica capitale reale, Sagaing con le sue centinaia di pagode, e la maestosa Mingun Pahtodawgyi sulle rive del fiume: tre tappe che meritano un racconto a parte.
È a Mandalay che ho iniziato a percepire il peso della storia recente del Myanmar. Un paese che ha vissuto decenni di isolamento sotto la giunta militare. Nel 2007 si affacciava appena, con cautela, verso un turismo più aperto. Si sentiva, fortemente, in certe conversazioni sussurrate, in certi silenzi che duravano un po’ troppo.
Il Lago Inle è stato il contrappunto più dolce del viaggio. Case su palafitte, pescatori Intha che remano con una gamba sola, orti galleggianti coltivati su isole di canne intrecciate. Un paesaggio che, ai miei occhi occidentali, sembrava inventato apposta per stupire. Da lì una risalita in barca lungo un canale mi ha portata a Shwe Inn Dein, centinaia di stupa sopra il villaggio di Indein: alcuni dorati, altri diroccati e invasi dalla vegetazione.
A poche ore di distanza, nelle colline dello Shan State, si apre la grotta calcarea di Pindaya. Da fuori non lascia intuire ciò che custodisce. Da dentro, migliaia di statue del Buddha dorate, accumulate nei secoli da pellegrini che continuano ancora oggi ad aggiungerne di nuove. Mi hanno raccontato lì la leggenda del ragno gigante che avrebbe imprigionato sette principesse in quella grotta. Non so quanto ci credano davvero, gli abitanti di Pindaya. Ma la devozione silenziosa di chi cammina scalzo tra i Buddha dorati racconta qualcosa di più vero di qualunque fatto storico.
E poi Bagan. Nessuna foto, nessun racconto altrui mi aveva preparata alla scala reale della sua pianura: migliaia di templi e stupa disseminati su una distesa che si perde all’orizzonte. Sono salita su una delle terrazze più alte al tramonto — all’epoca era ancora possibile, prima che il terremoto del 2016 imponesse il divieto di arrampicarsi sui templi. Ho capito, in quel momento, perché tanti viaggiatori descrivono quell’istante come qualcosa di quasi religioso. Non è solo la bellezza. È l’accumulo di secoli di devozione visibile tutto insieme, in un solo sguardo.
Yangon, Mandalay, il Lago Inle, Pindaya, Bagan: luoghi diversissimi tra loro, eppure attraversati dallo stesso filo. Quei sorrisi di bambini e ragazzi che ho incontrato ovunque, dolci e senza calcolo, restano la mia immagine più netta del Myanmar. Il nome ufficiale è cambiato. La geografia politica del paese continua a essere complicata. Ma quel sorriso — identico a Yangon come a Bagan, tra i pescatori del lago Inle come tra i bambini seduti in cerchio su un pavimento di marmo consumato — spero possa non cambiare.
Chiudo gli occhi e rivedo ancora quella bambina, seduta a gambe incrociate su un pavimento verde marmo. Gli occhi enormi e seri, puntati sull’obiettivo, mentre attorno a lei le altre ridevano e si muovevano senza sosta. Un istante fermo dentro il movimento continuo di un paese che, nella mia memoria, si chiamerà sempre anche Birmania.
Consigli di lettura per scoprire, approfondire e lasciarsi ispirare.
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