Scarica e leggi il mio Diario, con le impressioni e le immagini raccolte durante il viaggio.
Sono arrivata in Vietnam portando con me due libri che non potrebbero essere più diversi tra loro, eppure raccontano la stessa ossessione: L’amante di Marguerite Duras e Un indovino mi disse di Tiziano Terzani. Diversi per epoca e per registro, ma uniti da uno sguardo occidentale su quella regione che allora si chiamava Indocina e che aveva nel Mekong una sorta di colonna vertebrale narrativa.
Il Vietnam si affaccia sul Mar Cinese Meridionale, stretto tra la Cambogia e il Laos a ovest e la Cina al confine settentrionale. Un paese che si è ricostruito più volte sulle proprie macerie. Ma, se si è cresciuti leggendo Duras e Terzani, si arriva qui con un’immagine ancora legata all’antica Indocina.
Me ne sono accorta subito, appena atterrata: ho fatto fatica a non chiamare la capitale del sud con il suo nome vecchio, Saigon. E non è stato un caso se ho scelto di dormire proprio al Continental Hotel, lo stesso in cui Terzani e altri inviati speciali alloggiavano durante la guerra.
Sono atterrata a Hanoi con la sensazione di essere entrata in un paese che porta insieme due anime: quella comunista dei manifesti rossi e delle bandiere a stella, e quella devota di chi ogni mattina si inginocchia davanti a un altare. A Hanoi non sembrano contraddirsi. Convivono.
Ho iniziato dalla Pagoda Tran Quoc, la più antica della città, affacciata sul lago Ovest. In un angolo del tempio ho visto un uomo anziano inginocchiato davanti a un altare carico di fiori, mentre intorno a lui la vita continuava normalmente: fedeli che entravano e uscivano, incenso che bruciava, voci basse.
Ho capito lì che il Vietnam che stavo per attraversare non sarebbe stato solo quello delle guide o dei libri che mi avevano portata fin qui. Sarebbe stato anche questo: un paese che prega in un angolo mentre il mondo intorno continua a correre.
Ero partita con il Mekong già scritto nella testa, la meta emotiva del viaggio. Eppure è stata la Baia di Ha Long a sorprendermi.
Ho navigato per due giorni tra i grandi faraglioni calcarei, su una giunca privata, in un paesaggio che sembrava sospeso fuori dal tempo. Mi sono sdraiata sul ponte e ho lasciato che fosse il movimento lento dell’acqua a guidarmi, più che il paesaggio.
La sera l’equipaggio ha scoperto che era il mio compleanno e mi ha organizzato una piccola festa a sorpresa. Una torta, qualche candela, petali di rosa e gli auguri in un inglese incerto ma generoso. Un ricordo privato che custodisco ancora tra i più teneri di questo viaggio.
Da Ha Long sono scesa verso Hue, l’antica capitale imperiale sulle rive del Fiume dei Profumi. Qui il registro cambia: dalla frenesia di Hanoi alla memoria della dinastia Nguyễn, che ha governato fino al 1945.
La tomba di Khai Dinh, penultimo imperatore, mi ha colpita proprio per la sua contraddizione. Accusato di essersi piegato troppo alla Francia coloniale, il sovrano ha costruito un mausoleo che mescola cemento armato, iconografia vietnamita e materiali cinesi.
Si sale tra statue di mandarini, cavalli ed elefanti, fino a un interno completamente ricoperto di mosaici di ceramica e vetro, draghi, nuvole e iscrizioni dorate.
Davanti al ritratto del re ho pensato a un uomo sospeso tra due epoche, che aveva cercato di tenere insieme un mondo che stava già cambiando.
Da Hue sono arrivata a Hoi An, l’antica città portuale che per secoli è stata crocevia di mercanti cinesi, giapponesi e olandesi. Le case gialle, le lanterne e il fiume Thu Bon le danno ancora l’aspetto di un porto rimasto fuori dal tempo.
Sono arrivata al tramonto, mentre le prime lanterne si accendevano e un ragazzo issava una grande rete da pesca tra i pali di bambù. Poco più in là, una coppia di sposi si faceva fotografare su una barca davanti al Ponte Giapponese.
Mi sono seduta a un tavolino sul fiume e ho guardato le barche scivolare lentamente sull’acqua. A Hoi An sembrava esistere ancora un tempo diverso, scandito dal fiume più che dall’orologio.
Tra le risaie, un piccolo stagno di fiori di loto mi ha fermata più del previsto. Il loto nasce dal fango e sale verso la luce: dopo Hanoi e Hue, quell’immagine mi è sembrata meno un cliché da guida e più una descrizione di quello che stavo attraversando.
L’ultima tappa mi ha riportata a sud, nella città che ufficialmente si chiama Ho Chi Minh City ma che nella mia testa ha continuato a essere Saigon.
L’ho sentito con particolare forza entrando nella hall del Continental Hotel, dove Terzani e gli altri corrispondenti di guerra alloggiavano durante il conflitto. Camminare in quei corridoi ancora oggi abitati mi ha dato la sensazione inattesa di ripercorrere i passi di chi aveva raccontato quella guerra da dentro.
Poco distante ho visitato la Pagoda dell’Imperatore di Giada, un tempio taoista-buddhista della comunità cinese. L’interno, buio e pieno di incenso, è popolato da statue laccate e divinità taoiste. Un luogo che sembra sospeso fuori dal tempo della città.
E infine il Mekong.
Ci sono arrivata con l’emozione di chi ha aspettato a lungo qualcosa. Ho navigato tra i canali stretti su piccole barche, sotto un tetto di palme da cocco. L’acqua era densa e color del tè al latte, carica di limo: l’opposto della trasparenza di Ha Long.
Due acque, due Vietnam diversi, entrambi veri.
Ho pensato allora a quanto fosse strano arrivare fin qui portando in valigia due libri scritti da stranieri, per poi scoprire che il vero viaggio era stato lasciarli progressivamente alle spalle.
Il Mekong che ho visto io non era più quello di Duras, né quello di Terzani.
Era, semplicemente, il mio.
Consigli di lettura per scoprire, approfondire e lasciarsi ispirare.