Sono arrivata a Bali seguendo il sorriso di Julia Roberts. Non l’attrice in sé, ma quello che rappresentava: la promessa di un’isola dove ci si può riconnettere con se stesse, fatta da un film — Mangia, prega, ama — che milioni di persone hanno guardato sognando esattamente quello che stavo per fare io. Sapevo già, prima ancora di atterrare, che avrei trovato un’isola abituata a essere immaginata prima che vissuta. La domanda, per me, era cosa ci fosse davvero sotto quell’immagine.
Bali è un puntino verde nell’arcipelago più grande del mondo, quello indonesiano, tra il Mar di Bali a nord e l’Oceano Indiano a sud. A ovest, lo Stretto di Bali la separa da Java per appena due chilometri e mezzo; a est, lo Stretto di Lombok — profondo, freddo, attraversato dalla linea di Wallace — la separa dall’isola gemella in un modo che nessuna cartina riesce davvero a rendere: da una parte la fauna asiatica, dall’altra quella australiana, un confine che la natura ha tracciato più netto di qualsiasi frontiera politica.
C’è una cosa che ho scoperto arrivando qui, e che ancora oggi mi sorprende: nel paese musulmano più popoloso della terra, Bali è rimasta induista. Non l’induismo del Gange, ma un induismo che nel tempo si è mescolato al culto degli antenati, agli spiriti della terra, alla presenza dei vulcani — parte integrante della vita dell’isola quanto il riso nei campi. Una minoranza religiosa che, invece di scomparire, ha costruito proprio su questa differenza la propria identità. A Bali, a differenza del resto dell’Indonesia, il calendario stesso segue due sistemi paralleli: quello lunare Saka, condiviso con l’induismo indiano, e il ciclo Pawukon di 210 giorni, un intreccio di settimane sovrapposte che regola le cerimonie di tempio con una precisione che nessun calendario gregoriano potrebbe replicare.
È anche una terra segnata da una storia più recente e più dura di quanto raccontino le guide turistiche. Gli olandesi arrivarono a Bali quando gran parte dell’arcipelago era già sotto il loro controllo, ma qui incontrarono una resistenza feroce. Alcune corti reali scelsero il puputan: combattere fino alla morte piuttosto che arrendersi. Era l’inizio del Novecento. È una ferita che l’isola porta ancora, sepolta sotto decenni di turismo internazionale che ha preferito raccontare Bali come un paradiso senza conflitti.
E poi c’è l’acqua, che qui non è soltanto paesaggio. Il subak, il sistema di irrigazione a terrazze che regola le risaie da oltre mille anni, non è solo un’infrastruttura agricola: è un sistema cooperativo gestito dai templi dell’acqua, dove la fede decide quando e come si irriga un campo. L’UNESCO lo ha riconosciuto patrimonio dell’umanità, ma per i balinesi resta soprattutto un modo quotidiano di tenere insieme terra, comunità e sacro.
Da qui parte il mio percorso a Bali, che segue un filo preciso: da Ubud, il cuore dell’isola, verso l’entroterra vulcanico e i villaggi che il turismo di massa non ha ancora del tutto raggiunto, fino a chiudere sulla costa.
Non solo yoga e risaie da cartolina. È qui che l’immagine di Bali venduta al mondo — guarigione dell’anima, riequilibrio di sé — è nata, e continua a rigenerarsi ogni giorno tra i suoi templi e le sue botteghe di artigiani. Ed è da qui che sono partita.
Il villaggio Bali Aga raggiungibile solo in barca, sulle rive del lago Batur, dove i morti non vengono né cremati né sepolti: i corpi restano esposti all’aria aperta sotto un albero di taru menyan, il cui profumo, secondo la tradizione locale, ne assorbe l’odore. Una tradizione funeraria rimasta isolata a lungo dal resto dell’isola, tra le più particolari del sud-est asiatico.
La porta verso l’entroterra vulcanico, meno raccontata delle zone costiere e per questo più autentica. Da qui la strada comincia a salire verso il lago Batur, tra villaggi che vivono ancora al ritmo dei campi e dei templi di famiglia.
Un altro villaggio Bali Aga, meno noto di Trunyan, ma altrettanto radicato in usanze precedenti all’arrivo dell’induismo giavanese. Case allineate secondo un ordine rituale rigido, rimasto quasi identico da secoli.
Il regno più a est, l’ultimo a cadere sotto il controllo olandese, dove sorgono il tempio madre di Besakih, sulle pendici del vulcano Agung, e Tirta Gangga, il palazzo d’acqua fatto costruire da un re che sognava di ricreare il Gange sull’isola. Besakih, il “tempio madre”, è in realtà un complesso di 23 santuari collegati su sei livelli terrazzati, a mille metri sulle pendici dell’Agung: nel 1963 la lava dell’eruzione più devastante del secolo si fermò a pochi passi dalle sue mura, un evento che i balinesi hanno sempre letto come un segno.
La costa più tranquilla, frequentata dai primi occidentali già negli anni Trenta. E’ il luogo in cui ho chiuso il cerchio, tornando verso il mare dopo i villaggi dell’interno.
La capitale, il punto d’ingresso che quasi tutti attraversano in fretta per raggiungere altrove. Ma è qui che si vede la Bali che lavora, non quella in vacanza.
Ogni tappa di questo cammino nasconde qualcosa che l’immagine venduta al mondo non racconta: una ferita rimasta sepolta, un induismo che è sopravvissuto proprio restando minoranza, un gesto ripetuto milioni di volte senza che nessuno lo veda davvero. È lì, negli approfondimenti dedicati a ogni luogo, che si trova quello che il sorriso da cartolina lascia fuori — perché Bali, sotto la superficie che ho attraversato, resta ancora un’isola più immaginata che vissuta.
Consigli di lettura per scoprire, approfondire e lasciarsi ispirare.
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