Scarica e leggi il mio Diario, con le impressioni e le immagini raccolte durante il viaggio.
Tornavo da Hong Kong, dove avevo appena presentato una mostra dei miei quadri. Ho deciso di fare scalo a Mumbai non di passaggio, ma per restarci qualche giorno prima di proseguire verso l’interno del Maharashtra. Ho scelto di dormire al Taj Mahal Palace per la sua storia: tra quelle stanze sono passati scrittori, musicisti, politici e artisti. Costruito nel 1903 per volere dell’industriale Jamsetji Tata, l’hotel affronta il mare. Proprio di fronte sorge la Gateway of India, l’arco costruito per celebrare la visita reale del 1911. John Lennon e Yoko Ono vi soggiornarono cinque giorni senza mai uscire dalla loro suite. George Harrison vi tornò per incontrare Ravi Shankar, che proprio lì gli insegnò a suonare il sitar. Il Taj non è soltanto un albergo, ma uno dei luoghi in cui l’India e l’Occidente hanno imparato a guardarsi. Dormire lì alcuni giorni è stato davvero emozionante.
Il Maharashtra è lo stato che si apre subito dietro Mumbai, ma appartiene a un’altra geografia. È l’altopiano del Deccan, un tavolato di roccia basaltica vecchio di sessantasei milioni di anni. Nato da colate di lava tra le più estese che il pianeta abbia mai conosciuto: le Deccan Traps. Coprono oggi circa mezzo milione di chilometri quadrati dell’India centrale. Sono strati su strati di basalto, che in alcuni punti superano i duemila metri di spessore. Secondo molti geologi, le eruzioni che le generarono contribuirono alla stessa estinzione di massa che pose fine all’era dei dinosauri, sessantasei milioni di anni fa. La stessa roccia che oggi custodisce templi scavati nasce da un evento che ha cambiato la storia della vita sulla Terra.
È proprio questa roccia nera e compatta, dura ma lavorabile in strati, che ha reso possibile ciò che rende unico questo viaggio. Per duemila anni, generazioni di monaci e scalpellini non hanno costruito i loro templi: li hanno scavati, sottraendo pietra invece di aggiungerla. Lavoravano dall’interno della montagna, anziché innalzarsi verso il cielo.
Il filo che tiene insieme le tappe di questo itinerario non è una sola fede. È un gesto ripetuto nei secoli: il sacro scavato nella roccia. Buddisti, induisti e giainisti hanno lavorato spesso fianco a fianco, nella stessa montagna, a volte nello stesso complesso di grotte, in epoche diverse. Senza mai cancellarsi a vicenda: una convivenza scolpita nella pietra prima ancora che nella storia. Il Maharashtra la testimonia ancora oggi come propria caratteristica distintiva rispetto al resto dell’India centrale.
Oltre al Taj, le Grotte di Elephanta: un’isola nel porto raggiungibile solo dal mare, in traghetto. Statue enormi scavate nella stessa roccia della montagna, la Trimurti di Shiva che sembra guardarti da un’altezza che nessuna fotografia restituisce davvero. Poco distante, la Gateway of India si specchia nell’acqua dello stesso porto da cui partono i traghetti per Elephanta. Il primo assaggio di quello che avrei trovato, moltiplicato, nell’entroterra.
Spesso definita la capitale culturale del Maharashtra, Pune si attraversa lentamente. Qui, all’Aga Khan Palace, Gandhi fu tenuto agli arresti domiciliari, e qui morì sua moglie Kasturba nel 1944. Gandhi vi fu detenuto quasi due anni, dall’agosto 1942 al maggio 1944, durante la repressione del movimento Quit India. Le stanze in cui visse sono oggi conservate come un piccolo museo nel giardino del palazzo. Nel tempio Shreemant Dagdusheth Halwai Ganpati, vive una devozione popolare e immediata: persone che arrivano, pregano, ripartono.
Trentaquattro monasteri e templi scavati nella stessa parete di roccia: buddisti, induisti e giainisti, uno accanto all’altro. Al centro, il tempio di Kailasa: non costruito aggiungendo pietre, ma scavato dall’alto verso il basso, sottraendo materia a un’unica, enorme massa di basalto. Ogni colpo di scalpello era definitivo, senza possibilità di correggersi. Le stime più accreditate parlano di circa 200.000 tonnellate di roccia asportate, in un cantiere durato oltre due decenni. Nessuna possibilità di tornare indietro su un taglio sbagliato. Un tempio che è anche una scultura, grande quanto una collina: qui il sacro non sta sopra la terra, ma dentro la terra. Le grotte di Ellora sono patrimonio UNESCO dal 1983, e restano oggi tra i siti più visitati dell’India centrale.
Un’intera giornata per raggiungere monasteri buddisti scavati tra il II secolo a.C. e il VI d.C., lungo una gola a ferro di cavallo. Un mondo rimasto a lungo in attesa. Gli affreschi colpiscono per la loro delicatezza, ancora più che per la loro antichità. Rimasero nascosti sotto la giungla per secoli, finché nel 1819 un ufficiale britannico a caccia di tigri non si imbatté per caso nella loro imboccatura. Le grotte sono ventinove in tutto, scavate in due fasi distinte a distanza di secoli, e conservano alcuni dei più antichi cicli pittorici dell’arte indiana. Qui il tempo non è una distanza, ma una presenza viva.
Una fede senza confini netti. Nel tempio di Sai Baba, venerato da induisti e musulmani, persone diverse si raccolgono nello stesso gesto di devozione: la spiritualità più forte delle appartenenze.
Qui il sacro è più concreto, legato all’acqua e ai gesti quotidiani. Ai ghat del Godavari, tappa del Kumbh Mela, i pellegrini compiono i riti per i propri defunti. Come nel Gange a Varanasi, nello stesso fiume scorrono il quotidiano e il sacro, la vita e la morte attraversate senza paura. Nashik è anche uno dei quattro luoghi che ospitano a rotazione il Kumbh Mela, il più grande raduno religioso del pianeta.
Il Maharashtra non separa la pietra dalla fede: le fa coincidere, scavando l’una nell’altra fino a renderle indistinguibili. Il sacro qui non si costruisce, si sottrae — un colpo di scalpello alla volta, dalla stessa roccia che ha sepolto e poi restituito i dinosauri. Come a insegnare a chi arriva che si deve prima scendere, per poter salire al cielo.
Consigli di lettura per scoprire, approfondire e lasciarsi ispirare.