Mappa degli Emirati Arabi Uniti

Emirati Arabi Uniti

Abu Dhabi e Dubai, due modi di guardare al futuro.

Taccuino del viaggiatore

Popoli e fedi

L’islam è la religione ufficiale dello Stato, ma i cittadini emiratini sono una minoranza della popolazione: la maggior parte degli abitanti è costituita da lavoratori stranieri, soprattutto provenienti dall’Asia meridionale.

Una parola per entrare

Dallah, la caffettiera dell’ospitalità beduina, oggi anche simbolo nazionale scolpito in fontane e monumenti urbani.

Una ferita

Il sistema kafala, che ha a lungo legato in modo quasi schiavistico i lavoratori stranieri — molti dei quali impiegati proprio nell’edilizia che ha costruito questi grattacieli — al proprio datore di lavoro, limitandone fortemente la libertà di movimento e di scelta.

Un gesto che racconta tutto

Un falconiere che regge sul pugno un girfalco nel deserto, a poche decine di chilometri da un grattacielo di vetro: due volti degli Emirati nello stesso gesto.

La domanda che porti con te

Si può passare dal deserto ai grattacieli senza perdere il filo della propria storia?

Il mio Diario di viaggio

Scarica e leggi il mio Diario, con le impressioni e le immagini raccolte durante il viaggio.

Le molte anime degli Emirati Arabi Uniti

Sono arrivata negli Emirati Arabi Uniti subito dopo l’Oman, e il contrasto è quello che cercavo. Dopo i deserti, le fortezze e i mercati di un Medio Oriente dalle stratificazioni più antiche, volevo vedere l’altro volto della regione. Quello verticale, costruito in pochi decenni invece che in secoli, dove i grattacieli hanno preso il posto delle torri di avvistamento.

Gli Emirati Arabi Uniti sono una federazione relativamente giovane. Sei emirati — Abu Dhabi, Dubai, Sharjah, Ajman, Umm al-Qaiwain e Fujairah — si unirono il 2 dicembre 1971. Il settimo, Ras al-Khaimah, entrò nella federazione solo il 10 febbraio 1972. Affacciati sul Golfo Persico, all’ingresso dello stretto di Hormuz, occupano una posizione strategica per i traffici energetici e commerciali di tutta la regione, un punto d’incontro tra deserto e mare aperto. Abu Dhabi, la più estesa e con le maggiori riserve petrolifere, è la capitale politica. Dubai, con un sottosuolo molto più povero di greggio, ha costruito la propria fortuna reinventandosi come hub commerciale, finanziario e turistico globale.

Il mio viaggio ha seguito due strade quasi opposte: ad Abu Dhabi ho cercato quello che resta, a Dubai quello che si costruisce. Due risposte diverse alla stessa domanda: come costruire il proprio futuro oltre il petrolio. Anche i quartieri residenziali raccontano questo doppio registro: file ordinate di ville color sabbia, ognuna con il proprio angolo di verde. In mezzo, quasi in scala ridotta, una piccola moschea di quartiere, con l’unico minareto a spezzare la geometria dei tetti piatti.

Abu Dhabi, la dallah degli Emirati Arabi Uniti

Ad Abu Dhabi ho sentito soprattutto questo: un paese che usa la tecnologia e l’architettura più contemporanea per custodire, non per cancellare, il proprio passato. Il Qasr Al Watan, il Palazzo Presidenziale, l’ho visto dall’Al Bateen Marina. Le sue cupole bianche e dorate emergevano dalla foschia del Golfo, oltre una fila di yacht ormeggiati e motoscafi bianchi silenziosi. Intorno, il verde curato del lungomare e le panchine vuote a quell’ora, come se il potere politico degli Emirati avesse scelto di mostrarsi solo a distanza, filtrato dal vapore caldo del mare. Aperto ai visitatori dal 2019, il palazzo ospita ancora le funzioni ufficiali del governo federale. Seduta a bordo piscina di un hotel poco lontano, ho incontrato due uomini in dishdasha bianca immacolata, immobili tra il traffico e il lusso: un’immagine che, più di ogni monumento, mi ha detto quanto la tradizione qui non sia un museo, ma un modo quotidiano di stare al mondo.

Ma il ricordo più insistente di Abu Dhabi è un oggetto tornato tre volte, in tre registri diversi: la dallah, la caffettiera araba dell’ospitalità beduina. L’ho vista reale nel cortile di un museo del patrimonio, tra pugnali e gioielli in teca. L’ho ritrovata trasformata in una fontana dorata in un parco pubblico, l’acqua che le usciva dal becco al posto del caffè. E di nuovo, enorme, come monumento scultoreo bianco a una rotonda tra i grattacieli. Un oggetto quotidiano elevato a simbolo urbano, tre volte nello stesso giorno.

Il museo del patrimonio e la clessidra del Seicento

Passeggiando tra le sale del museo, mi sono trovata davanti a un cortile silenzioso, come uscito da un altro secolo. Pareti di fango e canna, porte rosse, una ruota di timone appesa accanto a un pozzo di pietra. Al centro, su un palo di legno grezzo, un’altra dallah, questa volta reale, annerita dall’uso, non scultura pubblica. Qui la tradizione non viene raccontata: è semplicemente rimasta al suo posto, tra le stesse mura in cui è nata. All’interno, una parete intera è coperta di khanjar, i pugnali ricurvi dalla lama d’argento cesellato, allineati per dimensione. Accanto, collane di corallo e turchese, un’ascia cerimoniale, lance dalla punta metallica, i rosari da preghiera. Ogni lama porta ancora i segni dell’uso quotidiano, non solo dell’esposizione. In un angolo, le foto in bianco e nero degli sceicchi che hanno governato l’emirato prima ancora che il petrolio cambiasse tutto: uno sguardo su un’Abu Dhabi che i grattacieli fuori dalle mura hanno quasi cancellato.

È in un souk di Abu Dhabi che ho trovato l’oggetto che più di ogni altro mi ha riportato indietro nel tempo: una piccola clessidra in ferro battuto, datata 1689, con incisa la dedica di un capitano inglese a bordo di una delle navi che solcavano queste rotte. Tenerla in mano, in mezzo al traffico contemporaneo della città, è stato come toccare con un dito il punto esatto in cui il passato e il presente di questo paese si incontrano.

A Dubai, tra il legno degli abra e il vetro dei grattacieli

Sul Dubai Creek ho preso uno dei tradizionali abra di legno: il traghettatore seduto a poppa, le bandiere degli Emirati sui tetti di stoffa rossa e nera. La barca scivola sull’acqua verde, tra i palazzi bassi della città vecchia. Poco più in là, il Gold Souk mostra vetrine cariche d’oro, un altro modo con cui la città racconta la propria ricchezza. A pochi chilometri, la stessa città si alza in vetro e acciaio fino al Burj Khalifa e alla vela bianca del Burj Al Arab. Le ho viste da un’auto in corsa su Sheikh Zayed Road, tra cartelli per il Dubai Mall e cantieri che non smettono mai di costruire. Di Dubai mi porto dentro soprattutto questo: l’ordine, il silenzio, i grandi spazi di una città che sembra aver pianificato ogni cosa fin nei minimi dettagli.

Nel deserto, tra dune e falconi

Fuori città, dove i grattacieli finiscono e cominciano le dune, ho trovato un’altra Dubai. Ho soggiornato in un accampamento nel deserto, tra cammelli che attraversano la sabbia con passo lento e un falconiere che regge un girfalco sul pugno. Il rapace, quasi certamente un girfalco o un falco sacro, resta immobile finché non viene liberato. Tende, cuscini a righe e un focolare di pietre: un rapido assaggio di quanto il deserto resti vicino, anche quando sembra il posto più lontano dal mondo verticale appena lasciato alle spalle. A Jumeirah, tra un tratto di grattacieli e l’altro, ho incontrato una moschea bianca con le cupole a nido d’ape e due minareti sottili, una delle pochissime aperte anche a chi non è musulmano: quasi un invito a fermarmi un momento prima di tornare a correre.

Alla fine, quello che mi resta degli Emirati non è il record dell’edificio più alto o la vela bianca di un hotel. È la dallah dorata in mezzo a una rotonda, quella annerita nel cortile del museo, la piccola clessidra del Seicento che tengo ancora sulla scrivania, la piccola moschea stretta tra due grattacieli di vetro. Due uomini in dishdasha immobili a bordo piscina, mentre tutto intorno accelera. Un paese che corre verso il futuro più veloce di quasi chiunque altro, senza rinunciare ai simboli attraverso cui racconta se stesso.

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