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Sono partita per Taiwan con una domanda precisa: c’era spiritualità anche qui, in un’isola che nel mio immaginario era prima di tutto tecnologia, semiconduttori, prima linea di una tensione che leggevo sui giornali? Taiwan produce oggi la stragrande maggioranza dei semiconduttori più avanzati al mondo, un dettaglio che basta da solo a spiegare perché lo stretto che la separa dalla Cina sia diventato uno dei punti più osservati del pianeta. La risposta alla mia domanda è arrivata già al tempio di Longshan, a Taipei — non un tempio di una sola fede, ma un intreccio: Guanyin, la bodhisattva buddhista della compassione, sotto lo stesso tetto di divinità taoiste come Mazu e di oltre cento altre figure della religione popolare cinese. Poi il Chiang Kai-shek Memorial Hall e il National Palace Museum: a Taipei la spiritualità e la storia recente sono la stessa cosa, vista da due lati diversi.
Taiwan si trova a poco più di cento chilometri dalla costa cinese, separata dal continente dallo stretto omonimo — una delle rotte marittime più sorvegliate al mondo. Nel 1949, sconfitto nella guerra civile da Mao Zedong, Chiang Kai-shek si rifugiò qui con il governo della Repubblica di Cina, portando con sé — nave dopo nave — parte dei tesori della collezione imperiale cinese, oggi custoditi al National Palace Museum: un gesto che rivendicava la legittimità di quel governo in esilio come vera erede della Cina. Pechino non ha mai riconosciuto l’indipendenza di Taiwan, e la pressione militare nello stretto resta oggi una delle linee di faglia geopolitiche più concrete del pianeta.
Sono entrata a Taiwan da Taipei e ho scoperto una pluralità di sguardi: tra un tempio sincretico, un memoriale controverso e un museo che custodisce la Cina che non c’è più.
Al tempio di Longshan, tra i fiori portati in offerta e il fumo dell’incenso, una donna leggeva ad alta voce da un libro di preghiere aperto sull’altare. Fondato nel 1738 dagli immigrati cinesi della provincia del Fujian, il tempio non è dedicato a una sola fede: Guanyin convive con divinità taoiste come Mazu, dea del mare, e con oltre cento altre figure della religione popolare cinese, sotto lo stesso tetto. Sul tetto stesso, draghi e fenici in ceramica policroma si arrampicano lungo le travi, ognuno diverso dall’altro: un lavoro di artigiani specializzati, restaurato più volte nei secoli, che da solo racconta quanto questo luogo sia stato curato, tramandato, mai lasciato invecchiare. È questa convivenza, più delle singole statue, a raccontare qualcosa di Taiwan: fedi diverse che non hanno bisogno di escludersi per condividere lo stesso spazio.
Dentro il memoriale dedicato a Chiang Kai-shek, una mostra temporanea di pittura a tecnica mista: un’opera intrecciava i copricapi e i tessuti delle popolazioni indigene di Taiwan a simboli di scienza e tecnologia — DNA, microchip, razzi — tradizione e futuro nello stesso quadro, sotto lo sguardo della statua bronzea del generalissimo che domina la sala principale. Fuori, l’edificio bianco e blu si raggiunge salendo ottantanove gradini, uno per ogni anno di vita di Chiang Kai-shek, mentre due sentinelle immobili sorvegliano l’ingresso con un cerimoniale di cambio della guardia che attira ogni ora una piccola folla silenziosa. È difficile, salendo quei gradini, non pensare al Terrore Bianco raccontato nel Taccuino di questo viaggio: lo stesso uomo celebrato qui è quello che per quasi quarant’anni ha governato l’isola sotto legge marziale. Anche questo, a Taipei, convive senza spiegazioni facili.
Il National Palace Museum custodisce parte della collezione imperiale cinese, portata via dal continente nave dopo nave tra il 1948 e il 1949: quasi 700.000 pezzi in totale, di cui solo circa 3.000, poco più dell’1%, sono esposti in ogni momento, a rotazione. Tra le migliaia di pezzi, gli ornamenti in perle, giada e pietre preziose: un’oreficeria minuziosa che a Taiwan è ancora oggi considerata una forma d’arte identitaria, non solo un lusso da dinastia scomparsa. Davanti alla vetrina del cavolo di giada, la scultura più fotografata del museo, ho aspettato il mio turno in una fila silenziosa fatta soprattutto di visitatori taiwanesi, non di turisti: un dettaglio che dice più di ogni etichetta quanto questi oggetti restino, per chi è nato qui, una parte di identità viva e non solo un reperto da ammirare.
Taipei non è la Cina, ma non è nemmeno del tutto separata da essa: è una porta che vive sotto minaccia costante, a poco più di cento chilometri dal continente che non ha mai smesso di rivendicarla. Questa città fa convivere insieme un tempio del Settecento, la memoria di un esilio politico e i tesori di un impero che non esiste più: Taiwan è una porta in pericolo che nessuno, finora, è riuscito a chiudere.
Consigli di lettura per scoprire, approfondire e lasciarsi ispirare.
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