Scarica e leggi il mio Diario, con le impressioni e le immagini raccolte durante il viaggio.
Sono arrivata in India del Sud anche grazie a un libro, Il dio delle piccole cose di Arundhati Roy. Mi aveva portato nel Kerala prima ancora che ci mettessi piede: tra i monsoni, le lagune, le palme da cocco. Una terra in cui l’acqua sembra entrare nella vita delle persone quanto la fede e la memoria. Leggendolo, avevo cominciato a immaginare un’India diversa da quella che avevo conosciuto al Nord: più lenta, verde, attraversata da una sapienza antica. Poi avevo incontrato una parola che mi attirava e volevo approfondire: Ayurveda. È così anche questo desiderio di capire che cosa ci fosse davvero dietro quella cura dell’anima del corpo a portarmi fin qui.
L’India del Sud non è una semplice direzione sulla cartina, è un altro corpo geografico e culturale. La penisola si assottiglia tra due mari, il Mar Arabico a ovest e il Golfo del Bengala a est. Si chiude in una punta che sembra voler toccare Sri Lanka. L’India del Sud comprende oggi cinque stati e territori dell’unione: Kerala, Tamil Nadu, Karnataka, Andhra Pradesh e Telangana. Il mio viaggio ne ha attraversati solo i primi tre. È la terra dravidica, quella che parla lingue diverse dal Nord indoeuropeo: il malayalam, il tamil, il kannada. Ha sviluppato la propria tradizione templare rimanendo ai margini dell’orbita degli imperi islamici. Imperi che avrebbero ridisegnato, secoli dopo, il volto del Nord con cupole e minareti.
Il monsone qui non è un evento, ma un ritmo. Scandisce i raccolti, i fiumi, le processioni, perfino il modo in cui la gente parla del tempo. L’acqua entra ovunque: nelle risaie, nei canali, nelle lagune, nei racconti. Ho sentito, attraversandolo, che stavo entrando in un’India più antica, meno raccontata, ma non meno viva. Un’India che il Nord, con i suoi imperi e le sue conquiste, ha sempre guardato da lontano. Senza mai riuscire davvero a piegarla alla propria storia.
Il mio viaggio ha seguito due strade che sembravano opposte. Giorno dopo giorno, si sono rivelate la stessa strada: il corpo e il sacro. In Kerala cercavo l’acqua, il silenzio, l’Ayurveda: quella sapienza che tratta il corpo come un testo da leggere con pazienza. In Tamil Nadu e Karnataka cercavo il tempio, la pietra scolpita, la devozione che si fa architettura e si tramanda intatta da un millennio. Sono partita convinta che fossero due viaggi distinti, quasi due India diverse da attraversare una dopo l’altra. Sono tornata sapendo che erano lo stesso viaggio, raccontato con due lingue del corpo: quella del respiro e quella della pietra.
Il Kerala è la regione che mi ha insegnato a misurare i viaggi in acqua invece che in chilometri. L’ho attraversato lasciandomi curare il corpo per una settimana in un centro ayurvedico a Kovalam, e poi lasciandomi cullare da una notte intera su una houseboat tra i canali delle backwaters. È la regione più lenta che abbia mai attraversato.
Una houseboat tra i canali delle backwaters, cullata da un’acqua lenta che riflette le palme come uno specchio verde. Lungo le rive scorre la vita di sempre — case, bambini, panni stesi — indifferente al passaggio del turista. Di notte, ormeggiati in un canale silenzioso, resta solo il dondolio leggero dello scafo e il cielo pieno di stelle.
Una settimana intera in un centro ayurvedico storico, le giornate scandite come il monsone scandisce le stagioni. Il trattamento più amato: lo Shirodhara, un filo continuo di olio caldo versato sulla fronte, per minuti che sembrano non finire mai. Non un massaggio qualunque, ma un piccolo rito quotidiano a cui è impossibile dire di no.
Il tempio di Padmanabhaswamy, uno dei templi più celebri e custoditi dell’India. L’accesso è regolato da tradizioni precise, e non tutto è aperto ai visitatori. Tra oro e silenzio, il primo richiamo di un altro filo del viaggio: quello del sacro che mi porterà a est.
Di tutte le regioni che ho attraversato in India, il Tamil Nadu è quella in cui il sacro si sentiva più denso. Non solo dentro i templi, ma nell’aria stessa: nel modo in cui le persone camminavano, pregavano, si fermavano. È la regione più spirituale che abbia mai visitato.
Il tempio di Meenakshi: gopuram scolpiti fino all’ultimo centimetro, colori, fumo di incenso, migliaia di pellegrini che si muovono come un unico corpo. Non un monumento da visitare, ma un organismo vivo, un luogo che non chiede di essere capito, solo abitato.
Il grande tempio Chola di Brihadeeswarar, mille anni di pietra che reggono ancora oggi il peso della devozione. Un’enorme struttura che colpisce ancora per la sua precisione e imponenza.
La città dai mille templi. Un cammino tra un santuario e l’altro senza meta precisa, guidato dal suono delle campane più che da una mappa. Qui il sacro non si concentra in un unico luogo, emerge continuamente, dietro una strada, oltre un portale, dentro un cortile. È qui che mi sono innamorata: non di un tempio, ma di un intero modo di essere sacro.
Tra il palazzo e la salita a piedi al tempio di Chamundi Hill, ritrovo qualcosa che avevo già incontrato in Kerala. Il corpo come parte del viaggio spirituale: il passo lento, il respiro che si allunga, la fatica della salita. Qui il viaggio nel Sud dell’India trova il suo filo comune.
Non solo l’ultima porta prima del ritorno: il tempio dedicato a un Ganesha dai cinque volti, un’iconografia rara. Cinque facce per un solo dio della soglia. Una sola fede capace di assumere forme diverse, come una persona che attraversa molti modi di essere senza smettere di essere se stessa.
L’India del Sud non chiede di scegliere tra il corpo e il sacro: li tiene insieme. Come tiene insieme l’acqua e la pietra, il silenzio di una laguna e il fragore di un tempio in festa. La lentezza di un massaggio ayurvedico e il passo di un pellegrino scalzo verso il santuario. Ero partita per capire una parola, Ayurveda, e sono tornata avendone imparate due: perché qui il corpo si legge come si legge un tempio, un centimetro alla volta, senza fretta di arrivare alla fine
Consigli di lettura per scoprire, approfondire e lasciarsi ispirare.