Amo le acque lente. Ci ho dormito sopra tre notti su una giunca nella baia di Ha Long, in Vietnam. Un’altra volta ho attraversato Shanghai di notte su una nave fluviale, le luci della città che scivolavano via silenziose. Ne ho risalito il corso anche in Laos, sul Mekong. Ogni volta lo stesso pensiero: l’acqua racconta i luoghi in un modo che la terra non sa fare. Ad Aleppey (Alappuzha), nel Kerala, l’ho ritrovato una volta di più.
Ci arrivo lasciandomi alle spalle il centro ayurvedico di Kovalam, dopo una settimana di trattamenti e massaggi. Il passaggio da un’esperienza all’altra è netto. Dal corpo trattato ogni giorno da mani esperte, alla lentezza di un fiume che non chiede nulla, non pretende impegno, non impone un programma da seguire.

La houseboat che mi aspetta è una kettuvallam, la moderna evoluzione delle barche tradizionali delle backwaters, un tempo usate per trasportare riso e spezie lungo questi stessi canali. Lo scafo è costruito con assi di legno unite con fibra di cocco, secondo una tecnica tradizionale che non prevedeva l’uso di chiodi. Sopra, una struttura arcuata sostiene il tetto, fatto di materiali naturali come bambù, legno e foglie intrecciate. Un giorno e una notte a bordo, con il mio equipaggio: un timoniere e una guida silenziosa. Un giorno l’ho sorpreso sdraiato su un divano di vimini, i piedi scalzi appoggiati al tavolino e ho rubato questo scatto.

Si parte, e il canale si stringe subito intorno alla barca. Palme da entrambi i lati, alte, chinate verso l’acqua come per guardarsi allo specchio. Il motore procede piano, quasi in punta di piedi. Dopo pochi minuti mi accorgo che il rumore del mondo è rimasto tutto sulla riva da cui sono partita. Resta solo il suono dell’acqua che si apre davanti alla prua e si richiude alle spalle. L’aria dentro la cabina di vimini profuma di legno umido e di cocco, un odore che mi accompagnerà per tutto il viaggio, mescolato a quello più acre del fango smosso dal motore.

Mentre scivoliamo tra le palme, lo chiedo alla mia guida: da quanto esistono questi canali? Mi risponde con un gesto vago verso l’acqua, come per dire: da sempre. In parte ha ragione — le backwaters non sono un’opera umana, ma il risultato di secoli di correnti costiere che hanno spostato sabbia e sedimenti fino a chiudere le foci dei fiumi che scendono dai Ghati Occidentali, creando questa rete di laghi e lagune lunga novecento chilometri. Alleppey, però, la sua parte l’ha aggiunta: nel Settecento, sotto il primo ministro Raja Kesavadas, la città scavò nuovi canali per collegare l’entroterra agricolo al mare, diventando uno dei principali porti commerciali del Kerala.
Le kettuvallam come questa nascono lì, in quella storia commerciale. Per secoli hanno trasportato riso e spezie da Kuttanad fino a Kochi, l’unica via possibile prima che arrivassero le strade. Con l’asfalto, negli anni Novanta, quelle stesse barche da carico hanno rischiato di scomparire. Qualcuno ha avuto l’idea di aggiungere una stanza, poi un bagno, poi una cucina, trasformando il tetto che un tempo riparava sacchi di riso dalla pioggia in copertura di camere da letto. La barca da lavoro è diventata barca da riposo. Sotto di me, mentre scrivo, sento ancora la stessa struttura di legno e corde di cocco che per generazioni ha trasportato altro — non turisti in cerca di silenzio, ma il raccolto di intere famiglie.
È questo che mi resta più impresso: non tanto la barca in sé, quanto le famiglie che vivono lungo l’argine. Case basse, spesso una sola stanza affacciata direttamente sull’acqua. Bambini che si lavano nel canale nello stesso punto in cui, poco più in là, qualcuno lava i panni o sciacqua le stoviglie. Donne sedute sulla soglia di casa. Uomini che riparano reti o barche più piccole tirate a secco sull’erba. Nessuno sembra guardare la mia houseboat che passa: la vita continua, identica a ieri e a domani, indifferente al turista che scivola via sull’acqua.

Mi colpisce il contrasto tra il mio tempo, sospeso e vacanziero, e il loro, scandito da gesti quotidiani ripetuti da generazioni. Non è un pensiero nuovo, l’ho già avuto altrove. Ma qui si fa più netto, quasi fisico. Il canale è la loro strada. È il loro cortile, la loro cucina a cielo aperto, il luogo in cui si cresce e si invecchia senza mai allontanarsi troppo dall’acqua. Passiamo davanti a una piccola scuola, le voci dei bambini che recitano qualcosa in coro attraverso le finestre aperte, e per un istante il canale sembra farsi cassa di risonanza per quel suono, portandolo lontano più di quanto potrebbe fare l’aria da sola.
Col passare delle ore i canali principali lasciano spazio a diramazioni più strette, meno battute. Qui la calma si fa quasi assoluta. Nessun altro motore, nessuna voce. Solo il verso di qualche uccello acquatico e il leggero sciabordio contro lo scafo. È un silenzio diverso da quello di un tempio o di un giardino. Un silenzio liquido, che si muove insieme a te. Invece di restare fermo, ti accompagna, cambia leggermente suono a ogni curva del canale, tra il fruscio delle canne e il tonfo appena percettibile di qualche pesce che salta.

Il pranzo arriva su una foglia di banano, ed è tutt’altro che semplice: riso bianco al centro, e intorno una piccola costellazione di sapori diversi — sambar, avial, verdure fritte, yogurt, un sottaceto piccante, un papad croccante. Al centro, il karimeen, il pesce simbolo di queste acque, fritto o in curry. Lo mangio seduta a poppa, guardando la scia che si allarga dietro di noi. Si richiude subito, come se non fossimo mai passati di lì. Penso a quante volte, in viaggio, cerco proprio questo: un posto che si richiude dietro di me senza lasciare traccia, e che allo stesso tempo resta inciso per sempre da qualche parte dentro. Il timoniere manovra quasi senza guardare, come se conoscesse ogni curva del canale a memoria — probabilmente è così, mi dico, avendola percorsa centinaia di volte prima di oggi.
Quando cala il buio, la houseboat si ferma per la notte, ormeggiata in un punto tranquillo del canale. Non è la prima volta che dormo sull’acqua. La giunca di Ha Long mi aveva già insegnato quella strana sensazione di riposo che oscilla appena. Un dondolio così lieve da diventare quasi impercettibile dopo la prima ora. Qui è lo stesso, ma con un buio più fitto, meno luci intorno. I suoni della notte del Kerala arrivano attutiti dalla riva: qualche latrato lontano, il fruscio delle palme, il canale che continua a respirare piano sotto lo scafo.
Mi addormento pensando a quanto poco, in fondo, serva per stare bene. Un tetto di foglie intrecciate. L’acqua ferma sotto di te. Niente da fare prima di domani. Domani si torna verso il molo, verso le strade, i clacson, le voci — ma per questa notte esiste solo il dondolio leggero dello scafo e il buio pieno di stelle sopra il tetto di paglia.

Ti è piaciuto questo articolo? Condividilo!