Scarica e leggi il mio Diario, con le impressioni e le immagini raccolte durante il viaggio.
La Corea del Sud mi attirava da tempo, per due ragioni che appartengono a due epoche lontanissime tra loro. La prima era il mistero: fino a poco tempo fa, nell’immaginario occidentale, la Corea del Sud era un paese poco raccontato, quasi in ombra tra i suoi due vicini più ingombranti, la Cina e il Giappone. La seconda era l’esatto contrario: l’Hallyu, l’onda coreana che ha portato il K-pop e la moda coreana nelle stanze di Alice, mia nipote, che di quella cultura è appassionata quanto io lo sono dei templi. Sono così partita per visitare Beomeosa, un tempio buddista arroccato sul monte Geumjeongsan, e non per Seoul: la mia porta d’ingresso in Corea del Sud è stata Busan, e non era una scelta ovvia.
Busan si trova alla punta sud-orientale della penisola coreana, affacciata sullo stretto di Corea: nelle giornate più limpide, dalla costa, si intravede l’isola giapponese di Tsushima. È una porta laterale, non quella frontale che rappresenta Seoul, la capitale che è da sempre il varco verso il continente, verso la Cina e la vecchia Manciuria. Busan guarda altrove: al mare, al Giappone, al Pacifico.
Sono entrata in Corea del Sud da questa porta e ho trovato una pluralità di anime che si gioca dentro Busan stessa, nei suoi strati: un tempio antico, una guerra recente, un porto, una modernità velocissima.
La salita al monte Geumjeongsan è stata impegnativa, ricompensata dalla meraviglia dello sguardo, appena varcata la soglia: intagli e decorazioni di una maestosità inattesa, i colori vivaci del dancheong — il decoro tradizionale coreano, verde, blu e rosso — che ricoprono ogni trave del tempio, e alcuni monaci incontrati lungo il cammino a rendere il luogo ancora vivo, non solo custodito. Fondato nel 678 d.C. dal monaco Uisang, Beomeosa sorge sulla “montagna del pozzo d’oro”, il cui nome viene da una leggenda: un pesce dorato disceso dal cielo su nuvole colorate. Oggi è uno dei templi principali dell’Ordine Jogye, il ramo più importante del buddhismo coreano.
Durante la guerra di Corea (1950-1953), Busan fu l’unica grande città del paese a non cadere mai in mano nordcoreana: capitale provvisoria, porto d’arrivo per centinaia di migliaia di sfollati dal Nord, è una città cresciuta accogliendo chi non aveva più una casa a cui tornare.
Al Jagalchi, il più grande mercato del pesce della Corea, la vita passa ancora attraverso il porto e le bancarelle: un luogo rumoroso e vitale, lontano dalla calma di Beomeosa ma parte della stessa città. Dal 1996 il Busan International Film Festival porta qui registi e spettatori da tutta l’Asia, rendendo Busan uno dei crocevia del cinema asiatico di cui sono appassionata.
Camminando per il centro di Busan, ragazzi e ragazze vestiti come usciti da un video musicale: abiti studiati, capelli e colori scelti con cura, esattamente l’estetica Hallyu che ha già conquistato Alice a casa. Insegne luminose di catene di bubble tea come Gong cha si alternano a negozi di cosmetica coreana, K-beauty, ovunque negli isolati intorno alla stazione. Il contrasto con Beomeosa, a poche ore di distanza, è netto: da una parte un tempio del VII secolo e i suoi monaci, dall’altra una città che trasforma la propria immagine in un fenomeno globale ipermoderno.
Busan non è la Corea che ci si aspetta se si arriva da Seoul: è la Corea vista di lato, da una città che ha sempre guardato al mare prima che al continente. Questo porto laterale tiene insieme un tempio del VII secolo e l’onda culturale più giovane del pianeta, senza che l’uno debba cancellare l’altro. Sono arrivata cercando un tempio, ma ho trovato una porta inattesa.
Consigli di lettura per scoprire, approfondire e lasciarsi ispirare.
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