C’è un ricordo che ancora porto con me, quando torno con la memoria all’India del Nord. Ricordo l’odore: spezie mescolate a qualcos’altro che non ho mai saputo nominare. Qualcosa di caldo e bruciato insieme, prima ancora di aprire gli occhi sul resto.
E poi i colori, in fila fuori dai controlli: arancioni, verdi, fucsia. Colori che ho sempre adorato e che mi appartengono da sempre. Lì erano il modo in cui le donne si vestivano per andare al lavoro, accompagnare un figlio, aspettare qualcuno all’arrivo. Erano lì prima ancora delle parole, prima di qualunque guida o mappa: un benvenuto che non avevo previsto. Ho capito subito che non sarei rimasta a distanza da niente in India del Nord. e lì ho ricordato le pagine di Cuccette per signora di Anita Nair.
È una terra stretta tra montagne, deserti e grandi fiumi. A nord l’Himalaya, muro e soglia insieme. Le sue vette superano gli ottomila metri, le più alte della terra, e segnano un confine che nessun trattato ha mai reso del tutto stabile. A ovest, il confine con il Pakistan, ancora vivo nella memoria di una spartizione che ha attraversato le famiglie prima ancora delle mappe. Il Bangladesh chiude il quadro a est. E in mezzo, la grande pianura indo-gangetica. Per millenni ha visto nascere, e quasi scomparire, alcune delle idee più radicali sulla sofferenza e sulla possibilità di liberarsene.
La stessa pianura che ha custodito i passi del Buddha, più a ovest, cede lentamente il posto al deserto. E lì l’India cambia pelle: diventa quella dei Rajput, dei forti color sabbia, dei palazzi. Una regalità che ha resistito a modo suo, prima con le armi e poi con l’orgoglio. Fortezze che dominano ancora oggi lo skyline delle città del deserto, costruite per essere viste da lontano, prima ancora che per essere abitate.
Quello che mi ha conquistata è che qui il sacro non è soltanto un monumento da fotografare. È un luogo dove qualcosa è davvero accaduto. La gente continua a raggiungerlo a piedi, in pellegrinaggio, come se il tempo tra allora e ora non contasse.
Sotto l’India induista che siamo abituati a riconoscere nei suoi dei, nei suoi colori, nel Gange, ne esiste un’altra, più silenziosa. Quella dei sentieri percorsi da monaci provenienti da tutta l’Asia, che collegano ancora oggi templi e monasteri sparsi tra Uttar Pradesh e Bihar. Degli alberi che si dice discendano da quello sotto cui il Buddha si è illuminato. Delle rovine di luoghi che un tempo furono grandi centri di sapere.
E poco più a ovest, un’India ancora diversa: quella delle corti, dei palazzi dipinti, dei forti. Un potere che ha scelto di raccontarsi attraverso l’architettura e la bellezza, più che attraverso la rinuncia.
È forse per questo che l’India resiste a ogni sintesi definitiva. Ogni volta che credo di averla capita, si apre un altro sentiero, un altro deserto, un’altra storia rimasta ai margini — non nascosta, solo mai raccontata abbastanza.
Da qui parte il mio percorso, tappa dopo tappa, seguendo due fili che a prima vista sembrano lontani. Fili che invece appartengono entrambi a questa terra: il cammino del Buddha e quello del Rajasthan.
La capitale stratificata, il punto d’ingresso prima che il viaggio lasci le città e cominci a seguire la pianura. Sette città diverse si sono susseguite nello stesso luogo nel corso dei secoli, ognuna costruita sopra i resti della precedente.
Non solo il Taj Mahal. Qui si incontra l’apice e, insieme, il crepuscolo dell’impero moghul, prima di voltarsi verso un’India ancora più antica.
Il luogo dove il Buddha trascorse più stagioni delle piogge che in qualsiasi altro luogo. Non soltanto un evento della sua vita, ma un luogo in cui tornò più volte, quasi fosse una casa.
Dove tutto è finito. Il luogo del parinirvana, la morte del Buddha, oggi più vicino a un giardino di silenzio che all’idea di un sito da visitare.
La città più antica e più viva, dove la morte si guarda in faccia ogni giorno, sulle rive del fiume. Si dice sia una delle città abitate più antiche del mondo, viva ininterrottamente da almeno tremila anni.
A pochi chilometri da Varanasi, il luogo in cui il Buddha pronunciò il suo primo insegnamento e mise in moto la ruota del Dharma. Il capitello a quattro leoni fatto erigere qui dall’imperatore Ashoka nel III secolo a.C. è diventato, oltre duemila anni dopo, l’emblema nazionale dell’India. La stessa ruota del dharma scolpita alla sua base compare oggi al centro della bandiera del paese.
Sotto un albero, qui è successo tutto: l’illuminazione. Un luogo che continua ad attirare pellegrini buddhisti da ogni parte dell’Asia e del mondo.
Il Picco degli Avvoltoi, dove il Buddha avrebbe predicato ai suoi discepoli. Le rovine dell’antica Nalanda, uno dei più importanti centri di sapere del mondo antico. Fondata nel V secolo, Nalanda fu per otto secoli una delle più grandi università del mondo antico. Ospitò migliaia di studenti giunti da tutta l’Asia. Fu distrutta nel 1193 da un esercito invasore, che ne incendiò la biblioteca. Si racconta che bruciò per mesi.
La città rosa, cuore politico e artistico del Rajasthan, dove il potere ha sempre amato mostrarsi attraverso la bellezza. Fu dipinta di rosa nel 1876, in onore della visita del Principe di Galles. Da allora un’ordinanza ne impone ancora oggi la tinta alle facciate del centro storico.
Un villaggio e un palazzo che sembrano usciti da una miniatura. Il Rajasthan più intimo, lontano dal circuito delle grandi città.
Dietro ogni tappa di questo viaggio si nasconde una comunità, una fede, un’identità sopravvissuta: ognuna custodita a parte, negli approfondimenti dedicati a ogni luogo. Come nel darshan, lo sguardo che si scambia con il divino, anche qui a guardare l’India non sono stata solo io: è lei, in ogni sua piega, a essersi lasciata vedere.
Consigli di lettura per scoprire, approfondire e lasciarsi ispirare.