Non avevo mai passato un Capodanno senza sapere che ore fossero. A Varanasi ho smesso di guardare l’orologio il primo pomeriggio, quando la nebbia sul Gange ha cominciato a mangiarsi i contorni delle barche, una dopo l’altra, come se il fiume le stesse ritirando a sé prima che arrivasse il buio.

Era il 31 dicembre. Sul Gange, però, sembrava una sera come tante. Le barche ormeggiate — gialle, verdi, una con la scritta Pepsi ormai sbiadita sulla fiancata — restavano ferme nell’acqua verde-grigia. Alle mie spalle, la città vecchia cominciava ad accendersi, una finestra dopo l’altra. Faceva freddo, un freddo umido che saliva dal fiume e si infilava nella lana del mio scialle, ma il Gange sembrava non accorgersene. L’acqua scorreva lenta, con la stessa calma che aveva avuto al mattino.
Mi sono seduta su un gradino di pietra consumato da secoli di piedi nudi e ho aspettato che il sole scendesse. È stata una delle attese più lunghe della mia vita e, allo stesso tempo, la più breve: mentre guardavo il Gange cambiare colore, mi accorgevo che non mi interessava più sapere quanto mancasse alla mezzanotte.

Il cielo si è aperto in un arancione che non avevo mai visto altrove, denso come se il fumo dei ghat — quello dei falò, quello dell’incenso, quello, più a valle, delle pire — si fosse mescolato alla luce per addensarla. Le barche coi remi si muovevano lente controluce e, per un momento, ho pensato che a Capodanno, in un posto come questo, non avevo più bisogno di sapere quanto mancasse alla mezzanotte.
Poi il buio è arrivato davvero e con lui sono cambiati ancora i colori. Intorno a me i ghat si riempivano di voci — venditori che richiamavano i turisti verso le loro barche, bambini che correvano tra i gradini vendendo diyas di foglie intrecciate, il brusio basso e continuo di centinaia di persone che aspettavano la stessa cosa. Sopra le impalcature di bambù che avvolgono alcuni palazzi — restauri infiniti, di quelli che a Varanasi non finiscono mai — si sono accese luci al neon, blu e verdi, si accendevano qua e là tra le pietre che hanno visto passare pellegrini per più di duemila anni.

Mi sono chiesta, guardando quell’impalcatura, cosa ci fosse davvero sotto. A Varanasi la storia non sta mai in superficie: templi costruiti sopra templi, epoche sovrapposte come gli strati di un affresco riscritto più volte. Non lontano da dove mi trovavo sorge un tempio nato dalla demolizione di un altro, avvenuta nel Seicento per volontà dell’imperatore moghul Aurangzeb — una ferita che la città porta ancora oggi, discussa nei tribunali indiani e non solo nei libri di storia.
Ma quella sera, sul ghat, nessuno sembrava portare il peso di quella storia: c’erano solo famiglie, pellegrini, turisti, venditori di ghirlande di calendula, eravamo tutti in attesa della stessa cosa.
Perché quella sera, a Dashashwamedh Ghat, non si aspettava solo la mezzanotte.
Si aspettava l’Aarti.
L’ho sentita prima di vederla: il soffio grave di una conchiglia che ha attraversato la folla come un richiamo, seguito dal suono di campane e tamburi che si accordavano lentamente su un unico ritmo. Poi sono comparsi loro, i giovani sacerdoti nelle loro vesti color zafferanoi , su palchi rialzati proprio di fronte all’acqua, e hanno cominciato a muovere grandi lampade di fuoco disegnando cerchi e otto nell’aria buia.
Intorno a me nessuno parlava più. Centinaia di persone, sedute sui gradini o in equilibrio sulle barche, seguivano lo stesso gesto ripetuto sette volte verso il fiume, sette verso la folla, ancora verso il fiume: un movimento che non aveva nulla di improvvisato, come se ogni sacerdote conoscesse a memoria una coreografia tramandata da millenni. Le fiamme lasciavano scie arancioni nell’aria scura e l’odore del ghee bruciato si mescolava a quello dell’incenso, denso, quasi dolce. Per la prima volta da quando ero arrivata in India, ho smesso di fotografare. Volevo solo restare lì, dentro quel rumore di campane e quel calore che arrivava a ondate.

Qualcuno, tra la folla, mi ha messo un dito sulla fronte — un punto di polvere rossa, un tilak — senza dirmi nulla, come si fa tra sconosciuti che si riconoscono in un rito comune. L’ho tenuto tutta la sera. Quando le fiamme sono passate di mano in mano fino a raggiungere anche me, ho fatto come chi mi stava vicino: le mani a coppa sopra il fuoco, poi verso la fronte, per raccogliere un calore che non scotta, che non è fatto per bruciare ma per restare.
A mezzanotte non è successo niente di diverso da un minuto prima.
Nessun conto alla rovescia. Nessun boato.
Solo il fiume, le barche, e migliaia di piccole fiamme che continuavano a muoversi sull’acqua come se il tempo, qui, si misurasse in altro modo: non in ore che finiscono, ma in luce che si passa di mano in mano.
Ho salutato l’anno nuovo così: con la fronte segnata di rosso, il profumo dell’incenso di sandalo nei capelli, e la certezza che a Varanasi non si aspetta la mezzanotte. Si aspetta solo che il buio venga attraversato, un’altra volta.
Ho pensato, guardando quelle fiamme galleggiare verso valle, a quante mezzanotti avesse visto passare quel fiume senza mai fermarsi a contarle. Varanasi non festeggia l’anno nuovo: lo lascia semplicemente scorrere via, come fa da millenni con tutto il resto: le ceneri, i pellegrini, le preghiere, i secoli. È forse per questo che qui la parola ‘fine’ perde peso: davanti al Gange, ogni chiusura è già l’inizio di qualcos’altro.

Quando la folla ha cominciato a diradarsi, mi sono incamminata verso l’albergo attraverso i vicoli stretti della città vecchia, quelli che a Varanasi si arrampicano su per la collina lontano dal fiume. Erano pieni di mucche addormentate contro i muri, di negozi di ottone ancora illuminati, di ragazzini che vendevano gli ultimi fuochi d’artificio rimasti. Qualcuno cantava, da una finestra. Il rumore dell’Aarti si allontanava piano, sostituito da quello più familiare di una città che, anche a notte fonda, non smette mai davvero di vivere. Mi ha ricordato le pagine che avevo letto, prima di partire, di Pankaj Mishra in I romantici.
categorie: India del Nord | Varanasi
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