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Giappone

Viaggio spirituale tra templi, samurai e memoria.

Taccuino del viaggiatore

Popoli e fedi

Dietro l’immagine di un Paese omogeneo convivono tradizioni diverse. Shintoismo e buddhismo si intrecciano nella vita quotidiana, mentre dal nord al sud dell’arcipelago sopravvivono identità che raccontano un Giappone meno conosciuto.

Una parola per entrare

Impermanenza. Nulla è destinato a durare per sempre: è proprio questa consapevolezza che rende prezioso ogni istante.

Una ferita

Per oltre due secoli il Giappone ha scelto l’isolamento. L’apertura al mondo è arrivata rapidamente e non senza tensioni, lasciando tracce che ancora oggi affiorano nella sua storia e nella sua identità.

Un gesto che racconta tutto

Il misogi all’ingresso di ogni tempio: sciacquarsi le mani e la bocca con l’acqua di una fontana di pietra, un gesto minimo che separa il fuori dal dentro, il quotidiano dal sacro.

La domanda che porti con te

Che cosa continua a resistere, sotto la superficie del Giappone contemporaneo?
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Il mio Diario di viaggio

Scarica e leggi il mio Diario, con le impressioni e le immagini raccolte durante il viaggio.

Le molte anime del Giappone

C’è un suono che ancora porto con me, quando penso ai miei viaggi in Giappone. Quello di un rastrello sulla ghiaia, in un giardino di Kyoto, la mattina presto. Un suono leggero, quasi un respiro, che però bastava a fermare tutto il resto. Mi sono seduta a guardare qurl grsto e ho capito che il Giappone non lo si incontra nei suoi templi più celebri. Lo si incontra in questi spazi di silenzio: nel momento esatto in cui il rumore del mondo si interrompe e comincia qualcos’altro. Da allora, ogni volta che ripenso al Giappone, è a quel suono che torno.

Il Giappone, porta e rifugio

È un arcipelago sospeso davanti alla Cina: abbastanza vicino da riceverne per secoli scrittura, buddhismo, arte. Abbastanza lontano, per il mare che lo separa, da poter scegliere, quando ha voluto, di chiudersi al mondo e restare sé stesso. Un arcipelago di oltre seimila isole, di cui solo poche centinaia abitate. La sua identità si è costruita proprio in questo equilibrio tra apertura e isolamento. Questa doppia natura — porta e rifugio insieme — l’ho ritrovata ovunque. Tra i grattacieli di Tokyo, nel porto di Kobe, nelle isole lontane di Okinawa. Un Paese che sembra un blocco unico, compatto, ma se lo si osserva davvero mostra crepe, stratificazioni, mondi diversi sopravvissuti sotto la superficie.

Quello che mi ha conquistata è che il sacro qui non è separato dalla vita: la attraversa. Un santuario può stare incastrato tra due palazzine di uffici e nessuno lo trova strano. Sotto l’unità apparente — una lingua, un popolo, una fede — si nascondono mondi che hanno resistito. Popoli indigeni con una cosmologia propria, isole che per secoli hanno avuto una spiritualità e un destino diversi dal resto dell’arcipelago. Comunità che hanno custodito una fede proibita nel silenzio più totale. E poi c’è lo spirito dei samurai — non il guerriero, ma il codice interiore che lo sosteneva. Il bushido, l’eco dello zen nella disciplina del gesto che mi fa pensare alla mia pratica del Tai chi. L’ho cercato e trovato in un piccolo cimitero di Tokyo, doveì una storia di fedeltà assoluta viene ancora oggi onorata da chi lascia un bastoncino d’incenso su una tomba di quasi trecento anni fa.

L’eco di Murakami, tra futuro e passato

C’è un Giappone che avevo già intuito nelle pagine di Murakami, prima ancora di attraversarlo di persona: quella dissonanza armonica tra un futuro iper-tecnologico e un passato che non se n’è mai davvero andato. L’ho ritrovata a Kyoto quando, uscendo da un caffè affollato di gente con lo sguardo sul telefono, mi sono trovata davanti, dietro una vetrata, un piccolo santuario shintoista che nessuno sembrava notare. Come se il sacro, qui, non deve chiedere il permesso per esserci. È forse per questo che il Giappone va oltre ogni sintesi definitiva: ogni volta che credo di averlo capito, si apre un’altra porta, un’altra isola, un’altra storia rimasta ai margini.

Un cammino in Giappone tra templi, giardini e memoria

Da qui parte il mio percorso, tappa per tappa.

Tokyo

Il sacro che resiste tra i grattacieli, tra cimiteri antichi e templi nascosti nei vicoli. Ad Asakusa il tempio di Sensō-ji convive con l’incrocio più trafficato della città. A Yanaka, poco distante, un cimitero silenzioso custodisce ancora l’anima di un Giappone che sembra essersi fermato da un secolo.

Kyoto

La capitale simbolica: i templi Zen e i loro giardini secchi, dove il tempo — davvero — rallenta e che mi ha stregata. Fu la capitale imperiale per oltre mille anni, dal 794 al 1868, prima che la corte si trasferisse a Tokyo. Diciassette dei suoi siti storici sono oggi patrimonio UNESCO. Ma è nei suoi giardini silenziosi, più che nei palazzi, che ho sentito con più forza quella lunga storia.

Okinawa

Un altro Giappone: un arcipelago con una storia e un’anima proprie. Fino al 1879 fu un regno indipendente, il Regno delle Ryūkyū, con una propria lingua e una propria corte. Ebbe secoli di scambi diretti con la Cina, prima ancora che con il Giappone. Annesso solo nell’Ottocento, conserva ancora oggi una spiritualità e un’identità che il resto dell’arcipelago non conosce del tutto.

Nagasaki

Una via dei templi che attraversa epoche e religioni diverse segna le tracce di una città che, più di ogni altra, ha coltivato l’incontro con il mondo esterno. Per oltre due secoli, quando il Giappone si chiuse al mondo, Nagasaki restò l’unico porto autorizzato agli scambi con l’estero, che passavano attraverso la piccola isola artificiale di Dejima. Una porta socchiusa che bastò a lasciar entrare, insieme alle merci, anche nuove idee e nuove fedi.

Kobe

Il porto che si è aperto al mondo, tra vecchie residenze straniere e un cosmopolitismo antico. Le case occidentali del quartiere di Kitano raccontano ancora oggi l’arrivo dei primi mercanti stranieri, dopo l’apertura forzata dei porti giapponesi nell’Ottocento.

Kagoshima

Al Terukuni Shrine ho sentito il silenzio ordinato dei luoghi shintoisti: qui riposa la memoria di Shimazu Nariakira, il daimyo che aprì Kagoshima al mondo. Poco distante, tra i sentieri di Sengan-en, i giardini della famiglia Shimazu si affacciano sul mare, eleganza aristocratica accanto alla devozione raccolta del tempio. Due volti della stessa città, entrambi custodi silenziosi della sua storia.

A Tokyo e a Kyoto sono tornata due volte: la prima anni fa, la seconda oggi, per ripercorrere gli stessi luoghi con occhi diversi e per scoprirne di nuovi. In queste due tappe convivono così due scritture: pagine di allora, in parte riscritte e in parte lasciate intatte, insieme a quelle di oggi. Quasi un dialogo tra la viaggiatrice che ero e quella che sono ora

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