di Durian Sukegawa
pp. 180
Einaudi 2019
prezzo: 11€
ISBN: 9788806241032
In questa recensione di Le ricette della signora Tokue parto da una confessione: l’ho letto in una manciata di sere, e mi è rimasto addosso a lungo. Il romanzo racconta la storia di Sentarō, che prepara dorayaki senza passione, finché una vecchia signora dalle mani deformi non gli insegna ad ascoltare gli azuki come si ascolta una storia. È un libro che parla di pregiudizio, di lentezza, di quanto ci vuole per imparare davvero qualcosa. Mi ha ricordato che la grazia, spesso, arriva sotto forma di qualcuno che nessuno vuole più guardare.
Durian Sukegawa scrive con una delicatezza che non scivola mai nel sentimentalismo. C’è una scena, verso la fine, che non sono riuscita a leggere in fretta: quella in cui il segreto di Tokue viene a galla, e i clienti smettono di tornare. Mi ha fatto pensare a quante volte scambiamo la distanza per prudenza, e a quanto poco basti per chiudere una porta rimasta aperta per anni. È lì, credo, il cuore vero del libro. Più che nei dorayaki. Più che nel ciliegio in fiore.
Le ricette della signora Tokue è ambientato in Giappone, ma non ha bisogno di templi o paesaggi per raccontarlo davvero. Basta un piccolo chiosco di dolci, due mani che lavorano la pasta di fagioli rossi, e una pazienza che il mondo moderno ha quasi dimenticato. Sukegawa racconta anche, con delicatezza, l’isolamento imposto per decenni ai malati di lebbra in Giappone: un tema doloroso, trattato senza mai diventare didascalico.
Chi legge questo libro prima di partire per il Giappone porterà con sé qualcosa di diverso dalle solite aspettative da cartolina. Imparerà che la bellezza, a volte, si nasconde in chi si è smesso di guardare.
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