Il mio primo libro di favole, da bambina, è stato Le mille e una notte. Non lo sapevo ancora, ma quei racconti mi stavano già disegnando dentro una geografia: palazzi, deserti, mercanti, mari lontani. Arrivare in Oman, tanti anni dopo, è stato un po’ come tornare in un luogo che avevo solo immaginato. E scoprire che esisteva davvero, con la sua luce, la sua polvere, il suo silenzio.
L’Oman occupa l’angolo sud-orientale della penisola arabica, affacciato insieme sul Golfo di Oman e sul Mar Arabico. Lo Stretto di Hormuz segna uno dei punti più sorvegliati del pianeta. Confina con l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e lo Yemen, ma la sua storia ha sempre guardato più al mare che ai vicini di terra. Per secoli è stato un impero marittimo, con propaggini fino a Zanzibar, prima di un lungo periodo di isolamento. Si riaprì al mondo solo a partire dal 1970, quando il sultano Qaboos prese il potere. Da lì cominciò a costruire, quasi da zero, lo stato moderno che è oggi.
Quasi da zero non è un modo di dire. Nel 1970 l’Oman contava appena una decina di chilometri di strade asfaltate e una manciata di scuole in tutto il paese. Cinquant’anni dopo, quella stessa terra ha strade che arrivano fin sopra i duemila metri del Jebel Akhdar, senza però rinunciare al proprio passo lento.
Ho ritrovato ovunque un paese che ha scelto, quasi con ostinazione, di restare fedele a un’idea di misura. Niente grattacieli a competere con il cielo, niente skyline a caccia di record. A Muscat le case restano basse per legge, quasi per pudore, mentre le montagne brune scendono dritte fino al mare. Ed è proprio in questa misura, così lontana dallo sfarzo che da bambina immaginavo leggendo Le mille e una notte, che ho sentito nascondersi la sua anima più vera: meno favola, più verità.
Ho imparato poi a conoscere un Oman che si racconta attraverso l’acqua, o meglio attraverso l’ingegno di chi ha imparato a farla bastare. È il sistema degli aflaj, i canali scavati secoli fa — alcuni risalgono addirittura all’epoca preislamica — che portano la vita dove la natura da sola non arriverebbe. Alcuni di questi sistemi sono oggi patrimonio UNESCO, ma più che il riconoscimento mi ha colpito il fatto che continuano a funzionare, silenziosi, cuore pulsante di interi villaggi.
Da qui parte il mio percorso in Oman, che segue la strada più naturale per chi arriva dalla costa e risale verso l’interno. Fino ai luoghi che custodiscono l’anima più autentica del paese.
La capitale è bianca, bassa, silenziosa, stretta tra il mare e le montagne del Hajar occidentale. È il punto di partenza obbligato per chiunque arrivi in Oman, ma non il luogo in cui il paese si racconta davvero. Per me è stata piuttosto una soglia, elegante e discreta, prima del viaggio verso l’interno.
Un villaggio che sembra fermo nel tempo, adagiato ai piedi del Jebel Akhdar. Il suo sistema di falaj irriga ancora oggi palme, banani e campi. Le case in fango essiccato del vecchio insediamento, in parte abbandonate, raccontano un modo di abitare la terra. Qui non è mai stato dato per scontato.
La Montagna Verde, un altopiano che smentisce ogni idea di deserto: terrazzamenti di rose e melograni aggrappati alla roccia fino a duemila metri. Coltivati sugli stessi gradoni scavati generazioni fa. In primavera basta camminare tra i filari all’alba per sentire l’aria farsi dolce, quasi zuccherina. Nei cortili si distilla ancora l’acqua di rose, come si faceva un secolo fa.
Per secoli cuore religioso e culturale del paese, prima che Muscat ne diventasse la vetrina politica ed economica. Il forte secentesco e il souq che gli si stende ai suoi piedi bastano da soli a raccontare un Oman fedele alle proprie tradizioni. Anche mentre il resto del Golfo correva verso il futuro. Il forte, costruito nel Seicento dall’imam Sultan bin Saif per proteggere la città dalle incursioni, resta uno dei meglio conservati del paese. La sua torre circolare, un tempo, dominava l’accesso all’intero entroterra. Lo si legge nel modo in cui si vende ancora il caffè con i datteri. O nel viavai del venerdì mattina, quando il mercato del bestiame è più simile a un rito collettivo che a una fiera commerciale.
Ci sono arrivata dopo chilometri di paesaggio lunare, tra canyon e altopiani bruciati dal sole, mentre il deserto cambiava colore a ogni ora — dorato al mattino, quasi rosa nel primo pomeriggio, infuocato al tramonto, come se la luce sola bastasse a raccontare mille storie diverse dello stesso luogo. Poi, all’improvviso, le pozze d’acqua turchese incastonate tra rocce chiare, alimentate da sorgenti che non si prosciugano mai del tutto, nemmeno nei mesi più caldi. È proprio quel contrasto ad avermi restituito il senso più profondo di questa terra: la roccia arsa e poi l’acqua limpida in cui immergermi. Niente è mai come sembra da lontano.
Cittadina di pescatori sulla costa, meno battuta dei circuiti turistici, dove il mare torna a essere l’orizzonte quotidiano. Le barche colorate tirate in secca, i mercati del pesce all’alba, il viavai di chi vive ancora del mare come si faceva secoli fa. È lì che l’Oman marittimo si è fatto sentire ancora: quello dei mercanti, dei naviganti, degli scambi con l’Africa orientale e l’India. E in una di quelle notti sulla spiaggia, al buio quasi assoluto, ho assistito a qualcosa che non dimenticherò: la schiusa delle uova di una tartaruga marina di grandi dimensioni, i piccoli che uscivano dalla sabbia uno dopo l’altro e si trascinavano verso il mare. Un miracolo silenzioso, che mi ha ricordato quanto questa terra sia fatta di pazienza e di tempi che non ci appartengono.
Dietro ogni tappa di questo cammino c’è la stessa luce bianca su pietra e acqua, lo stesso silenzio che, a duemila metri come sulla costa, non chiede nulla, se non di essere ascoltato.
Consigli di lettura per scoprire, approfondire e lasciarsi ispirare.