Sono partita per l’Oman con un libro nel cuore: Le Mille e una notte. Le Mille e una notte. L’ho amato fin da bambina. Con me portavo anche un nome che mi accompagnava da sempre, quello della Regina di Saba. È nota soprattutto per la sua visita a Salomone, re d’Israele, per mettere alla prova la sua proverbiale saggezza. La sua figura appartiene all’antico mondo dell’Arabia meridionale, attraversato dalle rotte dell’incenso. Nei secoli ha alimentato racconti, leggende e tradizioni, fino a diventare quasi un mito senza tempo. Ero partita cercando una fiaba. Forse è proprio questo che ho trovato: un paese che custodisce ancora, tra i suoi profumi e i suoi gesti quotidiani, l’eco di quelle storie.

In Oman ho cercato soprattutto i profumi legati alla leggenda. Si dice che la Regina di Saba li portò con sé come dono: l’essenza di rosa e l’incenso olibano. Nella regione del Jebel Akhdar le rose dai 35 petali vengono ancora coltivate con cura. Ad aprile i fiori appena dischiusi vengono raccolti e distillati in semplici apparecchi artigianali. L’aria di quelle montagne si riempie di un profumo delicatissimo.
L’incenso olibano, invece, l’ho trovato ovunque. Brucia sulle bancarelle dei suq e riempie l’aria di un odore denso e resinoso. Viene masticato anche in piccole palline cerose, come rimedio quasi universale. Ho provato ad accenderne un pezzo della qualità migliore, quella verdognola. Servono carboni ardenti e una manualità che io non avevo. Alla fine ho rinunciato, e mi sono limitata a guardare le donne del mercato farlo con gesti che ripetevano da una vita.

Un incontro che mi ha affascinata è stato quello con il khanjar. È il pugnale tradizionale ricurvo che ogni uomo omanita porta con sé nelle occasioni importanti. Cerimonie ufficiali, feste nazionali, matrimoni: quasi un’estensione naturale del proprio corpo. Mi ha colpita vedere quanto questo gesto sia ancora vivo, tramandato di padre in figlio. Il manico può essere in corno di giraffa, ormai rarissimo perché la specie è protetta, oppure in legno di sandalo o di arancio amaro. Guardando le vetrine dei negozi di argenti, con i khanjar esposti come piccole opere d’arte, ho capito una cosa: quell’oggetto non è solo un ornamento, ma un modo per un uomo di dire chi è.

Ho assaggiato anche la halwa omanita. È un dolce dalla consistenza gelatinosa, preparato con zucchero, acqua e amido. Profumato di acqua di rose, cardamomo e zafferano, a volte con frutta secca. Mi è stata offerta più di una volta, come si fa qui con chi arriva da fuori. Un gesto di ospitalità che dice più di tante parole, e che ho ritrovato identico in ogni casa e in ogni occasione di festa.

Al mercato ho comprato una ciotola dipinta di blu, di quelle che si vedono ovunque nelle case omanite. È stato lì, tenendola in mano, che ho scoperto quanto il vasellame sia una delle industrie più antiche del paese, legata da sempre agli usi quotidiani. Ci sono i jihal, grandi otri per l’acqua. I khurus, orci rossi, servono per i datteri o per conservare miele e grassi. I biram, marmitte di arenaria, si usano ancora per cuocere il cibo. Il villaggio di Bahla resta uno dei luoghi più rinomati per questa antica arte — e ogni volta che guardo la mia ciotola blu, mi torna in mente quel mercato, e le mani che l’avevano dipinta.
Se c’è un luogo in cui ho sentito con più forza il rapporto dell’Oman con il mare, è stato il porto di Sur. È la città che per secoli ha costruito le barche più famose del Sultanato. Qui ho scoperto che una singola ghanja può richiedere fino a un anno di lavoro artigianale, tavola dopo tavola. Ho capito perché queste imbarcazioni siano trattate quasi come reliquie di famiglia. Sono loro che hanno portato gli omaniti a incontrare mondi lontani, a oriente come a occidente, molto prima che esistessero le rotte aeree.

Una vera sorpresa, infine, è stata assistere a uno spettacolo di danza tradizionale omanita, con ballerini tutti uomini. Un rito collettivo fatto di movimenti decisi e ritmici, quasi ipnotici. Guardandoli, ho avuto la sensazione di toccare con mano lo stesso spirito che avevo incontrato nei profumi, nei pugnali, nelle barche e nella halwa. Un paese che non racconta le proprie tradizioni, ma continua semplicemente a viverle, gesto dopo gesto. Forse è questa, più di ogni tesoro della Regina di Saba, la vera “Mille e una notte” che ho trovato in Oman: non una fiaba da leggere, ma una memoria che si tocca ancora con mano.























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