Mappa della Cina

Cina

Quarant’anni, due Cine

Taccuino del viaggiatore

Popoli e fedi

Alla maggioranza Han si affiancano decine di minoranze etniche, ciascuna con lingua e tradizioni proprie. Buddhismo, taoismo, confucianesimo e culti popolari convivono in un rapporto con il sacro che sfugge alle categorie occidentali.

Una parola per entrare

Huà (化), trasformazione. La parola che racconta una Cina capace di cambiare volto a grande velocità, senza cancellare del tutto ciò che è stata.

Una ferita

La Rivoluzione Culturale, 1966-1976: anni di campagne politiche che colpirono persone, famiglie, patrimoni culturali. Un’ombra che il paese porta ancora con sé.

Un gesto che racconta tutto

Al mattino, nei parchi, gruppi che si muovono lentamente insieme: tai chi, danze, esercizi. Il corpo che trova ancora un ritmo comune.

La domanda che porti con te

Che cosa resta di noi quando cambiamo così tanto da non riconoscerci più?
La mia mostra a Shanghai

Il mio Diario di viaggio

Scarica e leggi il mio Diario, con le impressioni e le immagini raccolte durante il viaggio.

Le molte anime della Cina

La Cina, per me, è stata due amori. Due amori distinti, separati da quarant’anni, per lo stesso paese — anzi, per due paesi diversi con lo stesso nome, perché la Cina è cambiata molto in questo tempo.

Il primo viaggio è nato da un libro. Avevo letto La porta proibita Tiziano Terzani e la Cina, nella mia testa, era diventata l’altro mondo, l’altro cielo. Un luogo che esisteva più nell’immaginazione che nella geografia. Quando sono partita, quarant’anni fa, non esistevano i cellulari. Non esistevano le fotocamere digitali. Ogni immagine che ho riportato a casa era un piccolo miracolo di pellicola, ho fatte centinaia di foto innamorata di ogni angolo che scoprivo. Le ho perse tutte, quelle foto, nei tanti traslochi della mia vita, mi resta solo la memoria e le pagine di Moglie e concubine.

Un continente travestito da paese

Per contenere due amori così diversi, la Cina deve essere davvero enorme: è un continente travestito da paese. Confina con quattordici stati — più di qualsiasi altra nazione al mondo — ed è uno degli snodi geopolitici più delicati del pianeta. A nord la lunga frontiera con la Russia, oggi alleanza strategica. Sull’Himalaya, a ovest, il confine con l’India resta conteso.

Più a sud-est, il Mar Cinese Meridionale è terreno di scontro, con le rivendicazioni marittime di Pechino che si sovrappongono a quelle del Vietnam e di altri paesi della regione. C’è poi Taiwan: un’isola che Pechino considera parte del proprio territorio, ma che vive una storia, un governo e un’identità distinti. E c’è il Tibet, annesso nel 1950, dove la questione dell’autonomia culturale e religiosa resta tuttora aperta.

Si affaccia anche sul Mar Giallo e sul Mar Cinese Orientale. Dentro i suoi confini contiene deserti, catene montuose e megalopoli da trenta milioni di abitanti, ed è oggi la seconda economia del pianeta. Per questo chi la visita a distanza di anni non ritrova mai lo stesso luogo due volte.

Pechino, la Muraglia e la Città Proibita

A Pechino sono andata sulla Grande Muraglia con l’aspettativa di restarne travolta. Invece, lo confesso, mi ha delusa. Alla Muraglia mancava tutto ciò che di quel paese mi fa perdere la testa. I tetti, le decorazioni, quell’aspetto iconografico e minuzioso che per me è la vera cifra della Cina.

La Città Proibita fu l’esatto contrario: ne rimasi follemente innamorata. Vi passai ore, scattando centinaia di fotografie, come se ogni cortile e ogni tetto dai bordi ricurvi contenesse un segreto da catturare prima che mi sfuggisse. Camminavo tra un padiglione e l’altro con la sensazione di essere entrata in un mondo costruito per essere guardato da un unico punto, quello del trono.

Guilin, Shanghai e l’esercito di terracotta

Poi Guilin e il viaggio in battello lungo il fiume. Il paesaggio che si apriva davanti a me era identico, tratto per tratto, ai quadri che avevo visto raffigurare la Cina classica: montagne a punta sospese nella foschia. A Shanghai mi innamorai del quartiere francese, delle sue strade alberate che sembravano portare altrove, in un’Europa trapiantata per errore in Asia. E a Xi’an l’impatto fu fortissimo: l’esercito di terracotta, migliaia di volti diversi l’uno dall’altro, ciascuno con la propria espressione, mi lasciò con la sensazione fisica di stare davanti a qualcosa che la mente fatica a contenere.

Il ritorno: una Cina diventata megalopoli

Sono tornata in Cina di recente, invitata a esporre i miei quadri a Shanghai. Il primo impatto è stato uno spaesamento. Il vecchio quartiere cinese che ricordavo non c’era più. Al suo posto, una megalopoli affascinante ma profondamente diversa da quella che avevo custodito nella memoria: grattacieli al posto dei vicoli, luci al posto della penombra.

Non era delusione. Era piuttosto la sensazione di incontrare una persona amata, dopo decenni, e non riconoscerne più il volto, ma da qualche parte, lo sguardo. Ci ho messo qualche giorno a capire che non dovevo cercare la Shanghai che ricordavo, ma lasciare che quella nuova mi raccontasse una storia diversa. È stata proprio questa doppia natura di Shanghai, il suo futuro raccontato dal Bund e insieme gli angoli di un tempo più lento, a colpirmi più di ogni altra cosa in questo ritorno.

Hangzhou, il primo passo verso la pace

Poi Hangzhou, lì ho rifatto pace con la Cina che portavo dentro. Ho ritrovato una dimensione più piccola, più raccolta, fatta di laghi. Una sera, sul Lago dell’Ovest, ho visto per la prima volta in vita mia degli ologrammi disegnarsi nel cielo sopra l’acqua. Il giorno dopo, tra le colonne rosse e l’incenso di un antico tempio buddhista, ho ritrovato un silenzio diverso, ma altrettanto denso. Hangzhou è stata la prima città, in questo secondo viaggio, in cui ho sentito riaffiorare qualcosa della Cina di quarant’anni fa.

Suzhou, dove il tempo rallenta

A Suzhou quella sensazione si è fatta ancora più netta. Canali, giardini, un ritmo lento che sembrava essere sopravvissuto quasi per miracolo alla stessa accelerazione che aveva travolto il resto del paese. Mi aspettavo una piccola Venezia, e invece ho trovato una città che si lascia scoprire un dettaglio alla volta — un cortile, una porta a forma di luna piena, un bucato steso tra due finestre.

Quello che resta, alla fine di due viaggi separati da quarant’anni, non è una Cina sola ma almeno due. Quella immaginata attraverso le pagine di un libro e perduta insieme alle fotografie che la custodivano. E quella ritrovata, per caso e per lavoro, in una città che nel frattempo aveva deciso di diventare un’altra cosa. Tra le due, mi resta un’immagine: quella dei cortili della Città Proibita, che porto ancora negli occhi esattamente come li vidi la prima volta. Quando sono tornata ho voluto leggere l’ultimo libro di Amitav Ghosh, Diluvio di fuoco sulla guerra dell’oppio tra India e Cina, i due paesi che più mi affascinano.

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