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Quando si viaggia in Cina, prima o poi ci si accorge che quello che si vede non è mai tutta la Cina.
Ci sono le città vertiginose, i grattacieli, le metropolitane affollate, i treni velocissimi, la tecnologia che entra in ogni gesto quotidiano.
E poi, improvvisamente, compaiono un tempio, un cortile silenzioso, un bruciatore d’incenso. Qualcosa che sembra appartenere a un’altra Cina e che invece è ancora lì, dentro quella modernissima.
È questa compresenza che mi ha colpita più di tutto.
Una civiltà antichissima che corre verso il futuro senza voler più chiedere necessariamente all’Occidente quale forma debba avere quel futuro.
E allora ho cominciato a chiedermi: che cosa sogna davvero la Cina?
Da psicoterapeuta, davanti a una domanda così, non posso fare a meno di pensare a come anche noi, come individui, costruiamo immagini di noi stessi.
Abbiamo bisogno di raccontarci chi siamo, da dove veniamo, che cosa abbiamo perduto e soprattutto dove vogliamo andare.
Anche le nazioni lo fanno.
Il racconto che la Cina ha costruito per se stessa ha un nome: sogno cinese, Zhongguo meng.
Non è soltanto uno slogan politico. È il tentativo di dare una forma a una grande domanda identitaria: chi è la Cina e chi vuole tornare a essere?
Quando penso alla Cina che ho visto, una delle cose che più mi colpiscono è la velocità con cui il Paese ha cambiato volto.
Per molto tempo la modernità sembrava avere un modello preciso e quel modello guardava verso Occidente. L’America rappresentava la ricchezza, il consumo, la tecnologia, la possibilità di una vita diversa.
La Cina voleva crescere e raggiungere quel mondo.
Poi qualcosa è cambiato.
Oggi la Cina possiede metropoli che non hanno nulla da invidiare alle grandi città occidentali, infrastrutture gigantesche, aziende tecnologiche competitive, una classe media enorme.
Non ha più bisogno di immaginare il proprio futuro semplicemente imitando qualcun altro.
Ed è forse questo il passaggio che trovo più interessante.
La Cina non vuole più soltanto arrivare dove è arrivato l’Occidente. Vuole decidere da sola che cosa significa essere moderni.
Dietro questa ambizione economica e tecnologica, però, io sento una domanda molto più antica.
Una domanda che non riguarda il PIL né l’intelligenza artificiale.
Riguarda l’identità.
Chi siamo stati? E chi vogliamo essere adesso?
Per capire il sogno cinese bisogna tornare indietro.
Nella memoria nazionale cinese esiste un’espressione che ricorre continuamente: il “secolo delle umiliazioni”.
È il periodo che va dalle guerre dell’oppio dell’Ottocento fino alla fondazione della Repubblica Popolare nel 1949, segnato dalle sconfitte militari, dalle concessioni alle potenze straniere, dalle interferenze esterne e dalla perdita di sovranità.
È una memoria che non appartiene soltanto ai libri di storia.
È entrata nel racconto che la Cina fa di se stessa.
E forse è proprio qui che il sogno cinese diventa qualcosa di più di un progetto politico.
Diventa riscatto.
La Cina non vuole soltanto essere ricca.
Vuole essere rispettata.
Non vuole più dipendere dagli altri.
Vuole tornare a occupare quel posto centrale che considera parte della propria storia.
Quando lo guardo da questa prospettiva, il sogno cinese mi appare quasi come il tentativo di trasformare una ferita antica in una promessa per il futuro.
È un meccanismo che conosco bene anche a livello individuale: a volte ciò che ci ha ferito diventa proprio ciò intorno a cui costruiamo la nostra idea di forza.
C’è poi una cosa che mi ha colpito particolarmente.
Il sogno cinese non è un sogno indefinito.
Ha delle date.
Il 2021, centenario della fondazione del Partito Comunista Cinese, era stato indicato come il momento del raggiungimento di una società “moderatamente prospera”.
Il 2049, centenario della fondazione della Repubblica Popolare, rappresenta invece l’orizzonte della “grande rinascita della nazione cinese”.
È come se il futuro fosse stato trasformato in una strada.
Una strada con delle tappe, degli obiettivi e una direzione già indicata.
Anche qui ritorna un’immagine che appartiene alla storia cinese: la Lunga Marcia.
Allora significava attraversare montagne e territori ostili, resistere alla fame, alla fatica, alla guerra.
Oggi la marcia è verso l’autosufficienza tecnologica, l’intelligenza artificiale, lo spazio, la potenza industriale.
È cambiato il paesaggio.
Ma il racconto è sorprendentemente simile: difficoltà, sacrificio, perseveranza, vittoria.
Forse perché una società, come una persona, ha bisogno di sentire che ciò che sta attraversando ha un senso.
È qui che il grande racconto comincia a interessarmi ancora di più.
Perché una cosa è il sogno di una nazione.
Un’altra è il sogno delle persone che quella nazione la abitano.
Durante i miei viaggi ho visto una Cina che, per molti aspetti, non ha più nulla a che fare con quella delle generazioni precedenti.
Milioni di persone sono cresciute in un Paese molto più ricco di quello conosciuto dai loro genitori. Viaggiare, comprare uno smartphone, vivere in una grande città, consumare, studiare: per una parte della popolazione tutto questo è diventato normale.
Ma la prosperità ha portato con sé anche una nuova forma di pressione.
Competizione scolastica fortissima, lavoro, case costosissime, aspettative familiari.
Per molti giovani il percorso che sembrava quasi naturale — studiare, trovare un buon lavoro, comprare casa, sposarsi, avere figli — non è più così facilmente raggiungibile.
E qui compare una parola che trovo particolarmente significativa: neijuan.
Indica una situazione nella quale tutti continuano a correre più velocemente, ma senza riuscire davvero ad avanzare.
Mi sembra una delle immagini più efficaci per raccontare la Cina di oggi.
Perché dietro il grande sogno nazionale esistono milioni di piccoli sogni.
E non è detto che vadano tutti nella stessa direzione.
C’è poi un punto nel quale il sogno cinese incontra la questione più delicata di tutte: Taiwan.
Per Pechino, la riunificazione non è semplicemente una questione territoriale. È legata all’idea stessa di unità della nazione e, quindi, alla grande narrazione della rinascita.
Ma a Taiwan la storia ha preso un’altra strada.
È nata una società con una propria identità politica, democratica e culturale.
Ed è forse proprio questo a rendere la questione così difficile.
Non si confrontano soltanto due territori.
Si confrontano due modi diversi di raccontare la propria storia e il proprio futuro.
Quando guardo Taiwan da questa prospettiva, mi sembra che la geopolitica diventi improvvisamente molto più vicina alla psicologia.
Perché l’identità non è qualcosa che si può semplicemente imporre dall’esterno.
È il racconto che una persona — o un popolo — sente come proprio.
Un sogno collettivo, però, ha bisogno di una cosa molto semplice: di essere credibile per chi lo vive.
La crescita deve essere percepita.
La prosperità deve arrivare nella vita quotidiana.
I giovani devono poter immaginare il proprio futuro.
La tecnologia deve tradursi in opportunità e non soltanto in prestigio nazionale.
Perché anche il sogno più potente, se rimane troppo lontano dall’esperienza concreta, può cominciare a incrinarsi.
È una cosa che vale per le persone prima ancora che per le nazioni.
Possiamo raccontarci per molto tempo che stiamo andando nella direzione giusta.
Ma prima o poi la nostra vita reale ci chiede se quel racconto ci appartiene ancora.
E allora torno con il pensiero alla Cina che ho attraversato.
Alle strade affollate.
Ai templi nei quali il tempo sembra essersi fermato.
Alle città futuristiche.
A quella sensazione stranissima di trovarmi contemporaneamente davanti a qualcosa di antichissimo e a qualcosa che non avevo mai visto prima.
Forse è proprio questa la Cina che mi interessa.
Non quella che vuole semplicemente diventare potente.
Ma quella che sta cercando di capire che cosa significhi essere se stessa nel XXI secolo.
La Cina vuole tornare a sognare se stessa.
Il sogno cinese è il grande racconto attraverso cui il Partito Comunista prova a dare una forma a quel futuro.
Ma sotto questo grande sogno ne esistono milioni di più piccoli: quelli delle persone che studiano, lavorano, aspettano, rinunciano, sperano.
E forse la domanda più interessante non è se la Cina riuscirà a realizzare il proprio sogno nazionale.
È un’altra:
che cosa succede quando i sogni dei singoli smettono di riconoscersi nel sogno collettivo?
Non riguarda soltanto la Cina.
Riguarda ogni società che prova a trasformare un’idea di futuro in un destino condiviso.
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