Scarica e leggi il mio Diario, con le impressioni e le immagini raccolte durante il viaggio.
In Turchia mi hanno portata due fili distinti, nati a distanza di anni l’uno dall’altro. Il primo era un giallo: L’albero dei giannizzeri di Jason Goodwin, primo capitolo di una trilogia ambientata nell’Impero ottomano dell’Ottocento. Mi ha fatto conoscere Istanbul attraverso gli occhi di Yashim, l’eunuco di corte che indaga tra harem, ambasciate e la minaccia sopita dei giannizzeri. Un romanzo ambientato nella Istanbul del 1836, capace di restituire tutta l’atmosfera di un impero già in bilico tra riforme e nostalgia. Non a caso, vincitore dell’Edgar Award, il massimo riconoscimento americano per la narrativa gialla.
Il secondo filo che mi ha tirato è quello di pittrice. La scrittura araba mi ha sempre affascinata esteticamente: le legature, il ritmo delle curve. Il modo in cui una lettera diventa disegno prima ancora che significato. È una fascinazione che non ha bisogno di essere letta per essere capita. Basta guardarla, come si guarda un quadro. Ho voluto vedere con i miei occhi la città che avevo solo letto e immaginato. Un impero che non c’è più, una scrittura che continua a sembrarmi pittura.
La Turchia si stende su due continenti e controlla il Bosforo e i Dardanelli, gli unici stretti tra Mar Nero e Mediterraneo: per il trattato di Montreux, chi li controlla regola il transito navale di Russia, Ucraina e degli altri Stati rivieraschi. Confina a est con Georgia, Armenia, Azerbaigian, Iran, Iraq e Siria, a ovest con Grecia e Bulgaria. Membro NATO dal 1952 e candidata UE dal 1999 senza adesione, Ankara si muove su più tavoli insieme: mediatrice tra Russia e Ucraina, attore militare in Siria e Libia, snodo energetico per il gas diretto verso l’Europa. Una posizione che vale come leva negoziale, non solo come collocazione sulla carta
Istanbul è l’unica grande città al mondo che si estende su due continenti. Il Bosforo, lo stretto che collega il Mar Nero al Mar di Marmara, la taglia in due: Europa a ovest, Asia a est. Per secoli è stata capitale di tre imperi — romano, bizantino, ottomano — sovrapposti l’uno all’altro senza mai cancellarsi del tutto. Chiese diventate moschee, cisterne romane sotto palazzi ottomani, calligrafia araba su architetture bizantine.
In Turchia ho scelto Istanbul e nient’altro, per viverla intensamente. Qui ho trovato diversi strati sovrapposti: un palazzo imperiale, una scrittura che è anche disegno. Uno stretto che taglia il paese in due continenti, una città sommersa sotto quella visibile.
Il Portale Imperiale, l’ingresso monumentale al palazzo di Topkapı, porta sopra l’arco la tughra del sultano e un’iscrizione calligrafica in oro su fondo nero. Attraverso l’arco, in lontananza, le cupole e i minareti della Moschea Blu: il potere e la fede nella stessa inquadratura.
Nel mausoleo, una fascia calligrafica corre lungo la base delle pareti rivestite di piastrelle turchesi. In un manoscritto miniato, pagine bordate d’oro racchiudono versetti in caratteri neri e dorati, circondati da motivi floreali blu cobalto. Legature che si intrecciano come pennellate, prima ancora di essere lette come parole.
Le città sull’acqua mi attirano sempre, ovunque le trovo: le backwaters del Kerala, il Mekong in Laos, e ora il Bosforo. Lo stesso richiamo, ripetuto in continenti diversi. Qui però l’acqua non separa solo due sponde: separa due continenti, Europa e Asia, tenuti insieme da una sola città.
Al Galata Mevlevihanesi, l’antica loggia dei dervisci fondata nel 1491, ho assistito al rito Sema. I danzatori, in tonaca bianca e alto copricapo conico di feltro, ruotano su se stessi per quasi un’ora. Un braccio alzato verso il cielo, uno rivolto a terra. Lo stesso movimento che Rumi — che conoscevo già dai suoi versi — aveva reso il cuore della sua poesia mistica.
Sotto le strade della città vecchia, uno spazio molto più ampio e suggestivo di quanto avessi immaginato. Centinaia di colonne romane che si perdono nella penombra, l’acqua ferma a specchiare la pietra. Due teste di Medusa capovolte a reggere le basi di due colonne, di origine e significato ancora incerti.
Istanbul resta una porta misteriosa proprio perché non smette mai di sovrapporre i propri strati: il potere di un impero, una scrittura che sembra pittura, un mare che la divide in due, un mondo sepolto sotto le sue strade. Nessuna di queste immagini basta a spiegarla da sola — ed è per questo che, arrivata cercando un romanzo e una calligrafia, sono ripartita portandomeli dietro entrambi, senza aver risolto nulla
Consigli di lettura per scoprire, approfondire e lasciarsi ispirare.
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