Mi sono innamorata di un profumo. Arrivando in Oman la prima cosa che mi ha colpito sono stati gli odori che si sprigionano ovunque, per le strade, nei suk, dentro le case. Sopra tutti, quello dell’incenso bruciato in ogni angolo, giorno e notte. Non lo sapevo ancora, ma stavo respirando, senza saperlo, l’eredità della via dell’incenso.
Quell’odore racconta una storia lunga più di duemila anni. La via dell’incenso, la via sacra dei profumi, non era una strada unica ma una rete di percorsi che collegava le zone di produzione dell’Arabia meridionale ai grandi mercati del Mediterraneo e del Vicino Oriente, in un cammino di mesi attraverso il deserto. Era una rotta che arricchiva i mercanti, ma attirava anche i predoni, pronti a tendere agguati alle carovane cariche di resina.
Nei suk di Salalah quella storia si respira ancora oggi. I sacchi di resina sono divisi per colore e per qualità, dal bianco perlaceo dell’incenso più pregiato fino alle grane più scure e resinose. Basta un braciere acceso su un angolo di banco perché tutta la strada si riempia di quel fumo denso e dolciastro che, per me, è ormai il vero profumo dell’Oman.
Come tutte le grandi rotte commerciali dell’antichità, anche questa non era un’unica pista. Era un reticolo di percorsi che si intrecciavano nel deserto. Nel periodo di massimo traffico, tra il III secolo a.C. e il IV secolo d.C., le carovane potevano contare fino a 2500 dromedari carichi di incenso e spezie. Attraversavano la regione dello Sharqiyah, che allora non era arida come la vediamo oggi: i dromedari trovavano pascoli verdi lungo il cammino, e città e caravanserragli offrivano riparo ai viaggiatori. Tra le rotte che collegavano l’Arabia meridionale al Golfo c’era quella che raggiungeva Gerrha, importante centro commerciale sulla costa del Golfo Persico, fondata da esuli caldei, da cui le merci potevano proseguire verso la Mesopotamia.

Quella resina era preziosissima, tanto da essere considerata una delle merci di lusso più importanti del mondo antico. Serviva come medicinale, nella cosmesi, per le imbalsamazioni, ma soprattutto nelle cerimonie sacre. Non a caso il suo nome scientifico, Boswellia sacra, porta già scritta la sua vocazione.
Appena fuori Salalah gli archeologi hanno riportato alla luce i resti di due città legate a questo commercio: al-Baleed, sulla costa, e Samhuram, conosciuta anche come Khor Rori, poco più a est. Insieme a Shisr, nell’interno, e a Wadi Dawkah, dove ancora oggi crescono gli alberi dell’incenso, fanno parte del sito “Land of Frankincense”, riconosciuto dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità. Furono empori e snodi fondamentali del grande commercio dell’incenso che attraversava l’Arabia meridionale: Samhuram, in particolare, era un avamposto del regno di Hadramawt, nell’attuale Yemen, legato alla raccolta e alla distribuzione della resina del Dhofar. I regni dell’Arabia meridionale — tra cui Saba, Ma’in, Qataban e lo stesso Hadramawt — tracciarono e organizzarono per secoli le piste carovaniere, capaci anche di grandi opere di ingegneria civile e idraulica.
Ancora oggi la raccolta si ripete ogni anno, e inizia in aprile, quando il caldo intenso favorisce la fuoriuscita della linfa dall’albero. È un lavoro delicato, affidato solo a mani esperte. Con il minqaf, uno strumento tagliente, l’incisore pratica un primo taglio nella corteccia: la tawqee, la “firma”. Il liquido che ne esce, lattiginoso, non è ancora utilizzabile.

Dopo circa quattordici giorni arriva la seconda incisione, la sa’f, questa volta lungo tutta la lunghezza del tronco. Due settimane dopo si raccoglie il liquido, e una terza incisione regala infine una resina biancastra di qualità superiore, lasciata seccare sulla pianta o depositata a terra. È un sapere che si tramanda di padre in figlio. Basta un taglio sbagliato per far seccare l’albero e comprometterne per sempre la produzione. La stagione dura fino a ottobre, e ogni pianta, a seconda della sua qualità, può arrivare a produrre una decina di chili di incenso.
Il territorio omanita non smette di stupirmi, e non solo per la sua storia. Oltre al deserto, ad accogliermi sono stati due paesaggi che non mi aspettavo: i wadi e i geyser marini. Sono due facce dello stesso Oman: quella nascosta nelle pieghe delle montagne, e quella che esplode all’improvviso lungo la costa.

I wadi sono canyon, più o meno profondi, con un fiume alla base che può scorrere tutto l’anno oppure comparire solo dopo le piogge. In Oman piove raramente, ma quando succede può farlo con una violenza improvvisa, e questi letti secchi possono riempirsi rapidamente. Per portare l’acqua dove serve, in Oman è ancora attivo un antico sistema di canali, gli aflaj, in parte sotterranei, che la convogliano dalle sorgenti e dalle falde verso i villaggi e i campi: anche questo un Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Grazie a quell’acqua il fondo dei wadi è fertile, spesso coltivato, e ogni canyon ha un carattere diverso dagli altri: alcuni disabitati, altri custodi di piccoli villaggi.


Tra le spiagge a ovest di Salalah sono arrivata a Mughsail, famosa per i suoi geyser marini che eruttano dalle rocce a ridosso della costa. Non capita sempre di vederli, trattandosi di un fenomeno naturale imprevedibile. Quel giorno, però, sono stata fortunata. Ho assistito a getti d’acqua e schiuma che sgorgavano da fessure scavate nella roccia, alzandosi fino a 15 metri, in una nuvola di spruzzi salati che il vento portava lontano.



Sono rimasta a guardare quei getti salire e ricadere, ancora una volta sorpresa da quanto questa terra sappia cambiare volto nel giro di poche ore: deserto, storia, acqua che esplode dalla roccia. Pensavo alle carovane che secoli fa attraversavano lo stesso deserto cariche di resina dorata: due modi diversi con cui l’Oman, da sempre, si racconta a chi lo osserva con pazienza.



















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