Avevo forse dieci anni quando ho incontrato per la prima volta una geisha. Non era a Kyoto, naturalmente, ma davanti a un televisore in bianco e nero, mentre guardavo la Madame Butterfly di Puccini.
Non ricordo quasi nulla di quella sera. Eppure quell’immagine è rimasta dentro di me per anni: una donna vestita in modo che allora mi sembrava appartenere a un mondo lontanissimo, fatto di gesti che non comprendevo e di una bellezza che non sapevo ancora nominare.
Molto tempo dopo l’ho ritrovata nelle pagine di Memorie di una geisha , e quella figura appartenuta alla mia infanzia ha cominciato ad avere contorni più precisi. È nato così un desiderio che non mi ha mai abbandonata del tutto: andare a Kyoto e cercarle davvero.
Ci sono voluti molti anni perché quel desiderio diventasse un viaggio… Quando finalmente sono arrivata a Kyoto, ho cominciato a camminare per Gion con una sensazione strana: quella di cercare qualcosa che avevo immaginato per tutta la vita, senza sapere davvero come sarebbe stato incontrarlo.

Geisha significa letteralmente “persona versata nelle arti”. È una definizione semplice, ma dietro quelle poche parole c’è un mondo che noi occidentali abbiamo spesso guardato attraverso immagini deformate, figlie di un fraintendimento antico nato dai primi racconti dei viaggiatori europei in Giappone.
Una geisha non è semplicemente una donna vestita con un kimono. Dietro la sua figura, così composta e quasi irreale, ci sono anni di studio: il canto, la danza, la musica dello shamisen, la cerimonia del tè, e soprattutto un lungo esercizio del gesto. È la quantità di tempo necessaria per arrivare a una forma che, quando finalmente appare, la fa sembrare naturale.
Osservandole ho pensato, senza volerlo, alla disciplina di un monaco. Anche lì occorrono anni per imparare una forma, ripeterla, abitarla, fino a quando non è più qualcosa che si fa, ma qualcosa che si è. Forse è proprio questo aspetto che mi affascina di più del Giappone: il modo in cui la forma, praticata abbastanza a lungo, può diventare una via interiore.


A Gion ho visto passare alcune maiko. Le riconoscevo da lontano, prima ancora di distinguere i particolari del loro abito: passi piccoli e veloci, lo sguardo rivolto verso il basso, dirette verso la loro Okiya, la casa-scuola in cui vivono e si formano dai quindici ai vent’anni, prima di diventare geiko a tutti gli effetti.
Le ho guardate senza avvicinarmi: c’era qualcosa, nel loro modo di muoversi, che mi faceva sentire davanti a un mondo nel quale non avevo il diritto di entrare. Potevo soltanto osservare.
La loro acconciatura, il nihongami, ha origini che risalgono al periodo Edo, quello dei samurai, e nei capelli portano il kanzashi, ornamenti floreali che cambiano con le stagioni e con gli anni di apprendistato: un piccolo calendario affidato ai capelli, un modo bellissimo di raccontare il tempo senza bisogno di parole.
Le maiko non sono ancora geiko: sono sulla soglia di quella che sarà la loro vita adulta, e tutto in loro sembra parlare di questo passaggio. Guardandole ho pensato che anche qui, come in tanti aspetti della cultura giapponese, diventare qualcosa significa prima di tutto imparare lentamente a esserlo.

C’è qualcosa di quasi ipnotico nel volto di una maiko. Il bianco del trucco copre viso, collo e nuca, lasciando scoperte solo due sottili linee di pelle sulla nuca, considerata zona sensuale nella cultura giapponese. È un dettaglio piccolo, che da lontano quasi non si nota, ma che cambia completamente la percezione del volto.
Anche il rosso delle sopracciglia e delle labbra, pensato un tempo per farle apparire più piccole, appartiene a un canone di seduzione lontanissimo dal nostro. Eppure non ho avuto l’impressione di trovarmi davanti a una maschera, piuttosto davanti a una forma costruita con una precisione tale da diventare, nel tempo, una seconda natura. Gli abiti delle maiko sono ricchi di colori e decorazioni, e diventano più sobri con gli anni, come se anche il kimono raccontasse una maturazione interiore. La darari-no-obi, la fusciacca lunga cinque metri che scende sulla schiena, ne è l’emblema più vistoso. Ma quello che ricordo davvero non è il colore. È il silenzio con cui passavano accanto a me, senza fermarsi, senza cercare lo sguardo di chi le osservava.


È nei vicoli di Gion che ho ritrovato la Kyoto che immaginavo da bambina. Non quella delle fotografie, né quella costruita attraverso i libri: una Kyoto più discreta, che appare soltanto quando si rallenta. Le machiya, le antiche case in legno affacciate sulle strade strette, sembrano non essersi mai arrese al tempo.
Oggi in tutto il Giappone restano poco più di mille geisha, e la maggior parte vive proprio qui, negli hanamachi della città, i “quartieri dei fiori” dove la tradizione resiste, giorno dopo giorno. Le ho viste salire su un risciò o sparire furtive dietro la porta di una casa da tè: incontri brevissimi, ed è forse proprio per questo che mi sono rimasti impressi.
Non ho mai avuto la sensazione di poterle davvero conoscere. Potevo soltanto intravedere qualcosa del loro mondo, per pochi secondi, prima che una porta si chiudesse. È una sensazione che ho ritrovato spesso in Giappone: alcune cose sembrano diventare più preziose proprio perché non si concedono completamente allo sguardo. Non qualcosa che deve essere svelato, ma qualcosa davanti a cui imparare a fermarsi.
Io, quella bambina che tanti anni prima guardava una geisha sullo schermo di un televisore in bianco e nero, a Gion ho finalmente incontrato la sua immagine reale. Ho scoperto che era molto diversa da quella che avevo immaginato: molto più silenziosa, molto più distante e, proprio per questo, molto più affascinante.
Per proseguire il viaggio nella Kyoto più silenziosa, vi suggerisco anche il mio articolo sui giardini di Kyoto: un altro modo, completamente diverso, di incontrare quella stessa idea giapponese di bellezza, fatta di misura, attesa e disciplina.











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