Sono a Kyoto. Entro a Ryōan-ji un pomeriggio qualunque, e la prima cosa che mi colpisce è il silenzio. Mi siedo sulla veranda di legno davanti al giardino secco e non riesco più ad alzarmi: resto lì, gli occhi sulla ghiaia rastrellata e sulle pietre, come ipnotizzata. Non è una parola che uso a caso — è esattamente quella la sensazione, un incantamento fisico prima ancora che estetico, come se qualcosa in quella sabbia mi avesse sedotta a restare ferma più a lungo di quanto avessi previsto.
Quello che capisco, guardando quelle quindici pietre disposte su un letto di ghiaia rastrellata, è che i giardini giapponesi non hanno quasi nulla a che fare con l’idea occidentale — e italiana, aggiungo io — di giardino come luogo verde e fiorito dove la natura si esprime rigogliosa e un po’ disordinata. Qui va tutto studiato prima di essere goduto, perché ogni pietra, ogni distanza, ogni vuoto porta un significato che non si rivela a chi guarda distrattamente. Come per il Giappone intero, se lo vuoi amare devi prima fare la fatica di capirlo.
Il giardino karesansui di Ryōan-ji è forse il più celebre del Giappone: quindici pietre disposte su un letto di ghiaia rastrellata, e un dettaglio che i monaci ripetono da secoli come un piccolo koan — da qualsiasi punto della veranda ci si sieda, non se ne vedono mai più di quattordici insieme. Non è un giardino da guardare come si guarda un paesaggio: è un giardino secco, karesansui teien, nato in un’epoca in cui il giardino era un luogo sacro.
I giapponesi preferivano gli spazi semplici e tranquilli a quelli sontuosi e vivaci — i più austeri erano riservati alle entità divine o a esse collegate, come l’imperatore, e templi ed edifici principali erano spesso circondati da ghiaia proprio per questo. Un giardino così è pensato per l’osservazione non giudicante di sé, un paesaggio astratto costruito secondo l’insegnamento zen proprio per non distrarre lo sguardo con la bellezza della natura reale ed esplorare, invece, la coscienza attraverso la meditazione.


Da Ryōan-ji a Tenryū-ji il registro cambia del tutto. Dopo il grigio della ghiaia e delle pietre, davanti allo stagno Sōgen-chi mi colpisce prima di tutto il colore: il verde profondo dell’acqua, il muschio sulle rocce, e in mezzo le carpe che sembrano portare con sé tutti i toni che il karesansui aveva scelto di non avere. Siamo nel territorio dei chisen teien, i giardini con stagno che non si guardano da fermi ma si attraversano camminando — un modo diverso di stare, rispetto alla fissità di un karesansui.
Lo stagno Sōgen-chi risale al Trecento, disegnato dal monaco Musō Soseki, e resta uno dei più influenti di tutto il Giappone. Ma quello che mi resta addosso, più della data, è il significato che i giapponesi danno alle carpe che lo popolano: simbolo di coraggio e perseveranza, tanto che a maggio si issano carpe di carta sui tetti, e non è raro trovarle nei tatuaggi. Guardando quella lentezza arancione muoversi sott’acqua, capisco perché.



Al castello di Nijō il registro cambia ancora, e questa volta lo capisco a colpo d’occhio: è la ricchezza. Dopo l’essenzialità di Ryōan-ji e la misura naturale di Tenryū-ji, il giardino di Ninomaru a Kyoto mi si presenta come qualcosa di più denso, più costruito, quasi affollato di elementi rispetto a tutto quello che avevo visto fino a quel momento — e non ci vuole molto a capire perché.
Il giardino di Ninomaru non è un giardino di monaci, ma di uno shogun. Fu voluto da Tokugawa Ieyasu insieme al castello, e più tardi ampliato dal maestro Kobori Enshū per accogliere degnamente un imperatore in visita. Si cammina, qui, attorno a uno stagno punteggiato di isole che nella tradizione portano nomi di buon auspicio — la felicità eterna, la gru, la tartaruga — collegate alla riva da lastre di pietra. Ma è la quantità di rocce, più che i loro nomi, a colpirmi: rispetto alla sobrietà quasi ascetica di un tempio zen, qui tradisce un’altra intenzione. Non spogliare lo sguardo, ma mostrare potere e raffinatezza insieme, come si conviene alla residenza di chi governa.

L’austerità che toglie il fiato di Ryōan-ji, il movimento lento dell’acqua e delle carpe al Tenryū-ji, la messa in scena del potere a Ninomaru: tre registri diversi dello stesso linguaggio, tre famiglie di giardino — karesansui, chisen, chisen kaiyu-shiki — nate dallo stesso pensiero, applicato però a scopi opposti: la sottrazione dei monaci, l’esibizione di uno shogun. Mi manca solo il quarto registro, quello dei tsukiyama, i giardini-collina costruiti su un’altura artificiale per nascondere alcuni punti di vista e incanalare i corsi d’acqua, popolari durante lo stesso periodo Edo (1603-1868): lo cercherò nel prossimo viaggio. Per ora mi basta questo. A Kyoto i giardini non si limitano a essere belli. Insegnano, uno per uno, un modo diverso di stare fermi — o di far vedere agli altri come si sta fermi.
















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