Giappone: i templi buddhisti e i santuari shintoisti, luoghi di silenzio e solitudine

Un viaggio tra sacro e silenzio, tra Kyoto e Tokyo

Arrivo in Giappone con il desiderio di visitare tutti i templi buddhisti e i santuari shintoisti che potrò: sono i luoghi di silenzio e solitudine di cui avevo sempre sentito parlare. Mi rendo conto quasi subito che è un’idea impossibile: sono tantissimi, ognuno diverso dall’altro, nella struttura, nella storia, nei riti che vi si celebrano. Così lascio che siano le occasioni del viaggio a scegliere per me. Non seguo una lista precisa: entro dove mi porta la strada e lascio che siano i luoghi, poco alla volta, a raccontarmi il Giappone.

Un santuario shintoista, con il tetto tradizionale e il torii
Un santuario shintoista, con il tetto tradizionale e il torii

In Giappone convivono da secoli due tradizioni religiose, il Buddhismo e lo Shintoismo, custodite nei templi buddhisti e i santuari shintoisti che incontro lungo il cammino. I loro luoghi sacri, a un primo sguardo, possono sembrare simili, ma basta fermarsi un po’ per cominciare a riconoscerne le differenze. All’inizio faccio fatica. Poi, giorno dopo giorno, imparo a leggere i loro segni.

I santuari shintoisti

I santuari shintoisti sono spesso annunciati da un Torii, il grande portale che segna il passaggio dal mondo quotidiano allo spazio sacro. Attraversarlo mi dà sempre la sensazione di aver lasciato qualcosa alle spalle, anche quando non so ancora cosa.

Da lì parte il Sando, il sentiero che conduce verso il santuario. Lungo il percorso possono comparire i Komainu, le coppie di creature simili a cani-leoni che fanno da guardiani all’ingresso.

Poi ci sono i tetti, le forme lignee, i dettagli che all’inizio non so ancora interpretare. Imparo lentamente a guardarli, senza cercare di capire tutto subito. Forse è proprio questo che mi piace del Giappone: la sensazione che ogni luogo abbia qualcosa da raccontare, ma che non sia necessario afferrarlo immediatamente.

Dettaglio del tetto: i Chigi, le sporgenze a forma di corno
Dettaglio del tetto: i Chigi, le sporgenze a forma di corno

Alcuni dei complessi buddhisti e shintoisti più importanti del Giappone sono stati riconosciuti dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità. Ma davanti a questi luoghi la storia, da sola, non basta a spiegare quello che provo. Ci sono momenti in cui è sufficiente attraversare un portale, camminare lentamente, ascoltare il rumore dei propri passi per sentire un profondo senso di pace.

Il Padiglione d’Oro, a Kyoto

A Kyoto, l’antica capitale del Giappone, mi fermo davanti al Padiglione d’Oro, il Kinkaku-ji. Lo avevo visto in fotografia molte volte, ma dal vivo è diverso. Le pareti ricoperte di foglia d’oro si riflettono nell’acqua del laghetto e per qualche istante faccio fatica a guardare altro.

Il padiglione fu costruito nel 1397 dallo shogun Ashikaga Yoshimitsu come residenza personale. Solo dopo la sua morte il complesso venne trasformato in un tempio zen. Nel corso dei secoli è stato distrutto più volte e ricostruito; quello che vedo oggi risale al 1955 ed è stato realizzato seguendo l’architettura originaria. Anche la letteratura ha trasformato questo luogo in qualcosa di più di un monumento. Il famosissimo scrittore giapponese Yukio Mishima, morto suicida nel 1970, dedica a questo tempio il romanzo Il Padiglione d’oro ispirato all’incendio che nel 1950 distrusse il padiglione originale.

Io, però, davanti a quello che ho davanti agli occhi, penso soprattutto alla sua immagine riflessa nell’acqua. Per un momento non ho bisogno di sapere altro.

Il giardino secco del Ryoan-ji

Un’emozione completamente diversa mi arriva al Ryoan-ji, tempio della scuola zen Rinzai e parte dei monumenti storici dell’antica Kyoto riconosciuti dall’UNESCO.

Qui non ci sono laghi né alberi. Il celebre giardino secco, il kare-sansui, è composto da pietre disposte sulla ghiaia bianca, che viene rastrellata ogni giorno creando linee precise e sempre uguali.

Mi siedo sul bordo di legno e lo guardo a lungo.

Non c’è nulla da fotografare davvero, nulla che cambi davanti ai miei occhi. Eppure non mi annoio. Al contrario, più rimango lì, più mi accorgo di quanto il vuoto possa essere pieno. Capisco che il vuoto, qui, non è mancanza: è uno spazio lasciato apposta per respirare.

È forse la prima volta durante questo viaggio che sento con chiarezza che il silenzio può diventare un’esperienza, non semplicemente l’assenza di rumore.

Il Senso-ji a Tokyo

A Tokyo scelgo un albergo vicino a uno dei templi più conosciuti e amati della città, il Senso-ji di Asakusa, dedicato a Kannon, il bodhisattva della compassione.

Qui l’atmosfera è completamente diversa da quella del Ryoan-ji. Ci sono persone ovunque, voci, negozi, profumi, incenso. Eppure, entrando nel tempio, qualcosa cambia.

Si passa attraverso il Kaminarimon, la Porta del Tuono, con la grande lanterna rossa sospesa al centro. Ai lati si trovano le figure di Fujin, dio del vento, e Raijin, dio del tuono. È un ingresso monumentale, quasi teatrale, e segna il passaggio dalla vivacità di Asakusa a uno spazio che conserva ancora una dimensione sacra.

Mi sorprende questa convivenza. Il sacro non è separato dalla vita quotidiana: le persone entrano, pregano, accendono incenso, comprano un amuleto e poi tornano nel rumore della città. Non c’è una vera frattura tra le due dimensioni.

La leggenda di Manekinedo

Sempre a Tokyo, nel parco di Ueno, dove sono andata a cercare fioritura dei ciliegi , visito il Kaneiji, antico tempio buddhista della scuola Tendai.

È qui che mi imbatto nella storia del manekineko, il gatto con la zampina alzata che ormai è diventato uno dei simboli più riconoscibili del Giappone.

La leggenda, però, è legata a un altro tempio di Tokyo, il Gotoku-ji, nel quartiere di Setagaya.

Si racconta che, agli inizi del Seicento, un signore feudale del dominio di Hikone, Ii Naotaka, fosse sorpreso da un violento temporale e si fosse riparato sotto un grande albero, vicino al cancello del tempio. Da lì vide un gatto bianco, seduto sulla soglia, muovere la zampina come per invitarlo a entrare. Incuriosito, si avvicinò: proprio in quel momento un fulmine colpì l’albero sotto cui si era riparato poco prima.

Salvo per miracolo, Naotaka interpretò l’accaduto come un segno e da allora divenne protettore del tempio, che fece ricostruire e trasformò nel tempio di famiglia. Da questa leggenda sarebbe nata, secondo la tradizione, anche la fortuna del manekineko.

Mi piace questa storia perché racchiude qualcosa che ritrovo spesso nel Giappone: l’idea che un gesto piccolo e apparentemente insignificante possa cambiare il corso delle cose. Un gatto che alza una zampa. Un uomo che decide di seguirne il movimento. Un fulmine che cade un attimo dopo.

E improvvisamente un animale diventa un simbolo di fortuna.

Il rito del Misogi: il gesto della purificazione

Davanti a ogni santuario mi colpisce lo stesso gesto, ripetuto con naturalezza da chi entra: prima di varcare la soglia dell’area sacra ci si ferma davanti alla vasca dell’acqua e ci si purifica.

È un piccolo rituale, semplice e preciso, che presto mi ritrovo a fare anch’io.

Prendo il mestolo con la mano destra e verso l’acqua sulla sinistra; poi lo passo nella mano sinistra e lavo la destra. Infine torno a impugnarlo con la destra, porto un po’ d’acqua alla bocca senza toccarla direttamente e la lascio scorrere. Alla fine inclino il mestolo, lasciando che l’acqua pulisca anche il manico.

La fontana per il rito di purificazione, il misogi
La mia cerimonia Misho

Mi colpisce la cura di questo gesto. Non c’è fretta, anche quando davanti alla vasca si è in molti.

Per entrare in un luogo sacro bisogna prima fermarsi, lavare via qualcosa e solo dopo proseguire.
È una soglia piccola, quasi invisibile, ma io comincio a sentirla.

Forse è questo che porto con me dai templi giapponesi più di ogni altra cosa: la sensazione che il silenzio non sia semplicemente qualcosa che si ascolta. È uno spazio in cui entrare.

E anche la solitudine, qui, assume un significato diverso. Non coincide necessariamente con l’essere soli. Posso trovarmi circondata da altre persone e sentirmi ugualmente dentro uno spazio tutto mio.

Una solitudine che non pesa, perché lascia spazio.

Forse è proprio questo che cerco, senza saperlo, quando entro in un tempio.

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categorie: Giappone | Tokyo

8 Agosto 2026

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