Le ama giapponesi sono le pescatrici in apnea della penisola di Ise-Shima, custodi di una tradizione che affonda le radici in oltre duemila anni di storia. Ma prima di raccontarle, voglio partire da un’altra immagine di donna giapponese, quella che l’Occidente ha scelto come principale: capelli laccati, viso di biacca, passi piccoli su zoccoli di legno, una vita intera costruita attorno allo sguardo di un uomo che paga per guardarla. È la geisha, nata nei quartieri del piacere dell’epoca Edo sorvegliati dallo shogunato, dove le bambine entravano in una okiya per essere allevate a un’unica arte: piacere, con misura e disciplina, a chi poteva permetterselo. Una femminilità urbana, raffinata, e profondamente dipendente dal patrono che la manteneva, dalla casa che la allevava, dallo sguardo che la definiva.
Ma ce n’è un’altra, molto più antica e molto meno fotografata, che il Giappone ha tenuto per sé tra le rocce della penisola di Ise-Shima: quella delle ama, le “donne del mare”. Non hanno mai avuto bisogno di essere guardate per esistere. Si sono immerse in apnea per duemila anni, sole o in coppia con un uomo relegato in barca ad aspettarle e, con quel lavoro, hanno mantenuto famiglie intere. Mi ha sempre colpito questo contrasto: due immagini, due economie, due modi opposti di essere donna in una società che per secoli le ha volute entrambe lontane dal potere formale, ma non sempre lontane dall’autonomia.
Ama significa letteralmente questo: donna del mare. Non è un titolo che si riceve in una casa di geisha dopo anni di addestramento, ma un mestiere che si eredita guardando la madre e la nonna tuffarsi prima dell’alba: un sapere trasmesso attraverso il corpo, non attraverso una scuola. Il mondo delle ama giapponesi è la penisola di Ise-Shima, la baia di Toba, un pugno di isole nel Pacifico — un territorio abbastanza isolato da restare quasi immutato mentre il Giappone urbano si trasformava. Oggi sono rimaste quasi duemila e si immergono ancora senza bombole, a mani nude o con guanti leggeri. All’origine indossavano solo un perizoma, il fundoshi; oggi una muta sottile o una veste di lino bianco, l’isogi. Dove la geisha si copre per sembrare irraggiungibile, l’ama si scopre per essere efficiente: il corpo, qui, è uno strumento di lavoro, non un’immagine da mostrare.
La tradizione delle ama giapponesi potrebbe risalire a oltre duemila anni fa, quando le donne dei villaggi costieri si immergevano per procurare cibo, non perle, come vuole il mito occidentale, ma abaloni, ricci di mare, alghe, molluschi. È proprio l’abalone, l’awabi, a intrecciare le ama con il sacro: da secoli viene offerto al santuario di Ise Jingu, il più importante del Giappone, dedicato ad Amaterasu, la dea del sole. È un dettaglio su cui mi fermo volentieri: al vertice del pantheon shintoista siede una divinità femminile e sono donne a portarle l’offerta dal fondo del mare.
Nella stessa epoca in cui le ama pescavano libere, le prime geisha nascevano sotto la sorveglianza diretta di un potere maschile e statale. Non so se sia lecito parlare di un vero e proprio matriarcato, ma alcune fotografe che hanno documentato i villaggi di ama ne parlano apertamente: donne indipendenti, capaci di mantenersi e mantenere una famiglia da sole, mentre gli uomini restavano spesso a casa o sulla barca.
Il lavoro è stagionale e fisicamente al limite, ed è proprio nella fatica che si misura la distanza dalla geisha: qui il corpo non recita, resiste. Due turni al giorno, un’ora e mezza ciascuno, e a ogni turno anche sessanta discese, fino a trenta metri, per non più di due minuti sott’acqua. Quando riemergono, le ama emettono un fischio involontario prodotto dall’iperventilazione, l’ama isobue che i giapponesi chiamano “il richiamo delle sirene”, lo stesso immaginario che da secoli le accosta a creature marine più che a lavoratrici.
Fra loro esiste comunque una gerarchia, ma non ha nulla a che fare con la bellezza o il favore di un patrono, bensì con il rischio che si è disposte a correre: le oyogido, o kachido, restano vicino alla costa, fino a quattro metri, spesso le più giovani o le più anziane; le funado lavorano in coppia con un uomo — di solito il marito — che resta sulla barca mentre loro scendono fino a venticinque, trenta metri, legate a una corda e aiutate da pesi di dieci-quindici chili per la discesa. Sono anche quelle che guadagnano di più. Nell’economia delle ama il potere si misura in profondità, non in eleganza.
Alla fine dell’Ottocento qualcosa cambiò. Nel 1893, a pochi passi da dove le ama pescavano da sempre, l’imprenditore Kokichi Mikimoto riesce per primo al mondo a coltivare perle artificialmente, inserendo un nucleo dentro le ostriche Akoya. Ha bisogno di mani esperte per raccogliere le ostriche, riposizionarle dopo l’innesto e proteggerle dai tifoni: le ama, da sempre libere di pescare per sé e per il villaggio, diventano manodopera di un’industria. Riconosco in questo passaggio lo stesso schema che il Giappone ripete dall’epoca Meiji in poi: un sapere femminile autonomo, radicato nella terra e nel mare, assorbito da un progetto di modernizzazione pensato altrove, sull’onda della stessa apertura forzata al mondo che aveva già cambiato tutto il resto del paese. Le stesse acque dove le ama pescavano per sfamare un villaggio ospitano oggi un’isola-museo, dove le ultime pescatrici si tuffano per gli spettatori invece che per le famiglie.
Tornando a guardare la geisha e l’ama fianco a fianco, mi accorgo di non stare più confrontando due mestieri, ma due modi di stare al mondo.
La geisha è diventata l’immagine del Giappone che l’Occidente ha imparato a riconoscere: conservata, protetta, trasformata in simbolo ed è forse proprio per questo che è sopravvissuta. Le ama giapponesi appartenevano invece a un mondo che non aveva bisogno di essere rappresentato: erano semplicemente necessarie. Ed è forse proprio per questo che oggi rischiano di scomparire: nel 1950 erano più di settantamila, oggi meno di duemila, quasi tutte oltre i sessant’anni.
Restano due modi di essere donna in Giappone: uno è sopravvissuto diventando spettacolo, l’altro sta imparando, suo malgrado, a fare lo stesso anche se da sempre è una donna che non ha bisogno di essere guardata per sapere chi è.
categorie: Approfondimenti Giappone | Giappone
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