Approfondimenti Giappone | Giappone | Nagasaki | Approfondimenti
C’è un documentario del 2008, Ohenro, Walking Zen, che segue alcuni pellegrini lungo gli 88 templi del pellegrinaggio Shikoku. Non racconta un viaggio verso una meta. Racconta fatica, solitudine, incontri, la trasformazione minima e quotidiana di chi mette un piede davanti all’altro per settimane. Il titolo dice già tutto: Zen in movimento. Non una tappa dopo l’altra verso un traguardo, ma una pratica che si esaurisce nel gesto stesso di camminare.
Mi è rimasta impressa questa idea prima ancora di conoscere i dettagli del pellegrinaggio. E studiandolo, ho capito che non è una metafora forzata: è la logica stessa con cui il percorso è costruito.
Più leggevo la storia di questo pellegrinaggio, più mi rendevo conto che l’età del percorso — oltre 1200 anni, con tutti i templi legati alla figura del monaco Kōbō Daishi, fondatore nell’VIII secolo della scuola Shingon — era quasi un dettaglio. Ciò che continuava ad attirare la mia attenzione era un’altra cosa: il percorso non ha un vero inizio né una vera fine. Per convenzione si parte dal tempio Ryozen-ji e lì si ritorna, ma è lo stesso punto a fare da soglia e da traguardo. Si può iniziare da qualunque tempio della sequenza, anche se percorrere l’anello in senso inverso è considerato più arduo — e per questo, secondo alcuni, più meritorio.
Un pellegrinaggio circolare è già una dichiarazione: non promette un arrivo che risolve tutto. Promette solo il cammino.
Ad ogni tempio, il pellegrino — chiamato o-henro-san — ripete la stessa sequenza di gesti. Un inchino sotto la porta principale, mani giunte davanti al cuore. La purificazione di mani e bocca alla fontana. Il suono della campana, che annuncia l’arrivo. L’incenso acceso davanti alla sala principale, la recitazione del Sutra del Cuore. Poi lo stesso rituale ripetuto davanti al Daishi-dō, in omaggio a Kōbō Daishi. Infine il congedo, di nuovo a mani giunte, rivolti verso il tempio.
È una coreografia che si ripete identica ottantotto volte. E credo sia proprio questa ripetizione, non la varietà dei luoghi, il cuore dell’esperienza: un gesto che si consuma e si rinnova ogni volta, finché smette di essere un rito da eseguire e diventa un modo di stare nel mondo — non troppo diverso, in fondo, da quello che avevo scoperto riflettendo sul rituale dell’utsushi a Nagasaki, dove anche lì una copia, un gesto ripetuto, custodiva qualcosa che l’originale da solo non avrebbe potuto trasmettere.
Sul cappello o sul bastone, molti pellegrini portano scritto Dōgyō Ninin (同行二人): “due persone che camminano insieme”. Il secondo compagno è invisibile — è Kōbō Daishi, la cui presenza accompagna simbolicamente ogni passo. Anche chi percorre il cammino da solo, quindi, non lo fa mai davvero in solitudine: porta con sé l’idea che ogni gesto ripetuto sia condiviso con chi lo ha compiuto prima.
Studiando il percorso, mi sono accorta che i giapponesi leggono queste quattro prefetture come quattro passaggi interiori. Non so se ogni pellegrino le viva davvero così, ma mi ha colpito che la tradizione associ a ciascuna un significato preciso — quattro fasi di un unico processo.
Tokushima, il Risveglio. I primi ventitré templi segnano l’inizio: la decisione di mettersi in cammino, il momento in cui il pellegrino distoglie lo sguardo dalla vita ordinaria.
Kōchi, la Formazione ascetica. È la sezione più lunga e più dura, quella che costeggia l’Oceano Pacifico. Qui il cammino si fa disciplina: la fatica non è un ostacolo da superare, è lo strumento stesso della trasformazione.
Ehime, l’Illuminazione. Nella terza fase il rapporto tra pellegrino e cammino cambia natura. Non si cammina più per arrivare a qualcosa — si cammina, e questo, di per sé, comincia a bastare.
Kagawa, il Nirvana. L’ultima sezione non è un traguardo trionfale. Nella tradizione buddhista, del resto, il nirvana non indica tanto un luogo da raggiungere, quanto il dissolversi dell’illusione di un io separato. Coerentemente, anche qui il pellegrino non arriva altrove: richiude il cerchio nello stesso punto da cui — a seconda di dove ha scelto di iniziare — era partito. Non una fine, ma una soglia che si può sempre riattraversare.
È qui che ho capito perché questo pellegrinaggio continua ad affascinarmi: nel suo rifiuto della meta come culmine. Nessun tempio finale è più importante degli altri ottantasette. Nessuna fase vale più delle precedenti. C’è solo la sequenza, ripetuta, che a un certo punto smette di essere un percorso da completare e diventa — per dirla con le parole del documentario — una forma di presenza.
Forse è per questo che il pellegrinaggio di Shikoku continua ad attirare persone anche lontane dalla pratica religiosa: perché non chiede di arrivare altrove, ma di essere completamente nel passo che si sta compiendo. Ed è anche per questo, forse, che molti o-henro-san scelgono di percorrerlo più di una volta.
Ti è piaciuto questo approfondimento? Condividilo!