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Quando si viaggia in Giappone, la prima cosa che colpisce è l’ordine.
Quando si viaggia in Giappone, la prima cosa che colpisce è l’ordine.
Eppure è proprio da quest’ordine minuto, quasi silenzioso, che ho cominciato a interrogarmi sul rapporto tra il Giappone e la guerra — un rapporto che, prima di viaggiarci, non avrei saputo raccontare.
I treni arrivano al minuto, le code scorrono senza spinte, i gesti sono misurati, le voci basse. Anche il silenzio sembra avere un posto preciso, come se facesse parte dell’architettura tanto quanto i muri, i tetti, i giardini.
All’inizio l’ho letto semplicemente come rispetto delle regole. Poi, viaggiando, ho cominciato a chiedermi se non ci fosse qualcosa di più.
Perché in Giappone la capacità di contenersi non riguarda soltanto il modo di stare nello spazio pubblico. È una qualità che sembra attraversare molte dimensioni della vita collettiva: non disturbare, non imporsi, non rompere l’equilibrio.
E forse è proprio questa la chiave attraverso cui ho cominciato a guardare anche una questione molto più grande: il rapporto del Giappone con la guerra.
Da psicoterapeuta, la parola che mi torna in mente osservando questo passaggio è rinuncia.
Ogni identità, individuale o collettiva, si costruisce anche su ciò che sceglie di non essere. E il Giappone del dopoguerra ha costruito una parte essenziale della propria identità proprio intorno a una rinuncia dichiarata: quella alla guerra.
È scritta nell’articolo 9 della Costituzione giapponese, promulgata nel 1946 ed entrata in vigore il 3 maggio 1947, durante l’occupazione americana.
Il popolo giapponese rinuncia alla guerra come diritto sovrano della nazione e all’uso della forza per risolvere le controversie internazionali.
Sono parole che, lette oggi, possono sembrare quasi impossibili da sostenere nella loro assolutezza. Ma per decenni hanno rappresentato molto più di una norma costituzionale. Sono diventate una parte del racconto che il Giappone ha fatto di se stesso dopo Hiroshima e Nagasaki.
Una grande potenza economica che aveva scelto di non diventare una grande potenza militare.
Non significava, naturalmente, vivere senza armi. Il Giappone ha creato le Forze di autodifesa e nel tempo ha costruito una delle capacità militari più avanzate del mondo. Ma ha mantenuto, almeno formalmente, una distinzione fondamentale: non essere un Paese che considera la guerra uno strumento della propria politica.
C’è però qualcosa che mi ha colpita quando ho provato a guardare più a fondo questa rinuncia.
L’articolo 9 ha sancito la rinuncia alla guerra come strumento della politica dello Stato. Ma la rinuncia a un comportamento non significa necessariamente aver elaborato ciò che lo ha preceduto.
Ed è qui che, da psicoterapeuta, mi viene spontaneo pensare al lutto.
Il Giappone ha riconosciuto in diverse occasioni la propria responsabilità per l’aggressione e le sofferenze provocate durante la guerra. Ma la memoria di quel passato è rimasta tutt’altro che pacificata. Ancora oggi il modo di raccontare l’invasione della Cina, il colonialismo e i crimini commessi dall’esercito imperiale è attraversato da controversie, revisionismi e interpretazioni opposte. Anche il linguaggio contribuisce a questa ambivalenza: il 15 agosto 1945 viene comunemente ricordato come shūsen, la “fine della guerra”, più che come haisen, la “sconfitta”.
Non significa che il Giappone abbia semplicemente rimosso il proprio passato. Sarebbe troppo facile dirlo.
Significa, piuttosto, che quel passato non è mai diventato un racconto completamente condiviso.
E questa distinzione, per me, è importante.
Una rinuncia può nascere da un lutto elaborato: qualcosa che si è attraversato, riconosciuto, integrato. Oppure può nascere da un lutto rimasto in parte irrisolto: qualcosa che si è accantonato, mentre continuava a vivere sotto la superficie.
Nel primo caso la rinuncia può diventare una scelta consapevole.
Nel secondo può rimanere sospesa.
E forse, quando le circostanze cambiano, ciò che sembrava definitivamente acquisito torna a chiedere di essere guardato.
E forse, quando le circostanze cambiano, ciò che sembrava definitivamente acquisito torna a chiedere di essere guardato.
Questa distinzione mi interessa perché assomiglia, in qualche modo, a quelle rinunce individuali che finiscono per diventare parte della nostra identità.
A volte scegliamo di non essere qualcosa così a lungo che, dopo un po’, non ricordiamo più dove finisca la scelta e dove cominciamo noi.
Il Giappone del dopoguerra è cresciuto guardando altrove.
Il suo successo si è misurato nell’economia, nella tecnologia, nella capacità industriale, nella ricostruzione. Il grande racconto nazionale non era quello di una potenza che tornava a conquistare il proprio posto nel mondo con la forza.
Era quello di un Paese che aveva scelto un’altra strada.
Le Forze di autodifesa sono rimaste per decenni dentro questa ambiguità: esistono, sono potenti, ma non vengono chiamate esercito. E il loro ruolo è stato a lungo interpretato in senso strettamente difensivo.
Poi il mondo intorno al Giappone ha cominciato a cambiare.
La Cina è diventata una potenza sempre più assertiva. Taiwan è diventata uno dei punti più delicati dell’equilibrio asiatico. La Corea del Nord ha sviluppato programmi missilistici e nucleari. E anche l’alleanza con gli Stati Uniti, che per decenni aveva rappresentato una garanzia quasi naturale, ha cominciato a essere guardata con maggiore inquietudine.
Nel frattempo è cambiato anche il Giappone.
È cambiata la generazione che ricorda direttamente la guerra. I sopravvissuti diminuiscono, e con loro si allontana quella memoria vissuta che rendeva la rinuncia qualcosa di concreto, quasi fisico.
La memoria, quando passa da una generazione all’altra, inevitabilmente cambia.
E allora anche una promessa può cominciare a essere interrogata.
Oggi questo cambiamento è diventato molto più evidente.
Dal 21 ottobre 2025 il Giappone è guidato da Sanae Takaichi, prima donna a ricoprire la carica di primo ministro e figura della destra conservatrice e nazionalista vicina alla tradizione politica di Shinzo Abe.
Takaichi ha rilanciato con forza il progetto di revisione costituzionale, compresa la possibilità di modificare l’articolo 9 e di riconoscere più esplicitamente il ruolo delle Forze di autodifesa.
Nel frattempo il Giappone ha aumentato considerevolmente la propria spesa per la difesa e, nell’aprile 2026, ha compiuto un altro passo significativo: il governo ha allentato le restrizioni sulle esportazioni di equipaggiamenti militari, aprendo anche alla possibilità di esportare sistemi letali in determinate condizioni.
Sono cambiamenti che, presi singolarmente, possono sembrare semplicemente risposte a un ambiente internazionale più pericoloso.
Ma messi insieme raccontano qualcosa di più.
Il Giappone sembra chiedersi se possa ancora permettersi di essere quel Paese che ha scelto di non essere una potenza militare “normale”.
E forse è questa la vera questione.
Non se il Giappone debba difendersi.
Ma quanto della propria identità sia disposto a cambiare per poterlo fare.
La cosa che mi colpisce è che questa trasformazione non sta avvenendo senza resistenze.
Il Giappone non sta semplicemente cambiando identità perché il governo ha deciso di cambiarla. La discussione attraversa la società.
Negli ultimi mesi sono aumentate le manifestazioni contro la revisione dell’articolo 9 e contro la svolta militarista del governo. A Tokyo migliaia di persone sono scese in piazza e la protesta ha assunto anche forme insolite, coinvolgendo giovani e iniziative musicali.
Anche sul piano politico la frattura è evidente.
Il Komeito, il partito di ispirazione buddhista che per quasi trent’anni aveva condiviso il governo con il Partito Liberal Democratico, ha lasciato la coalizione nell’ottobre 2025. Da allora ha assunto una posizione critica verso diversi aspetti della politica di sicurezza di Takaichi, compreso l’allentamento delle restrizioni sulle esportazioni militari.
È come se il Giappone stesse discutendo con se stesso.
Da una parte c’è chi considera inevitabile il cambiamento: non si può affrontare il mondo di oggi con gli strumenti di un mondo che non esiste più. La minaccia cinese, la questione di Taiwan, la Corea del Nord, l’incertezza sul futuro dell’alleanza americana sembrano rendere sempre più difficile una posizione esclusivamente difensiva.
Dall’altra c’è chi teme che, modificando poco alla volta quella promessa, il Giappone finisca per perdere proprio ciò che lo ha reso diverso.
E qui la questione diventa, per me, molto più interessante della semplice contrapposizione tra pacifisti e militaristi.
Perché non si tratta soltanto di scegliere una politica.
Si tratta di scegliere chi si vuole essere.
Mi sembra che ci sia una differenza importante rispetto ad altri Paesi che hanno costruito la propria identità sulla crescita, sulla potenza o sulla rivincita dopo una sconfitta.
Il Giappone del dopoguerra non aveva promesso a se stesso di diventare più grande.
Aveva promesso di diventare diverso.
La sua forza economica e tecnologica è cresciuta senza che questo dovesse tradursi necessariamente in una nuova ambizione militare. La rinuncia alla guerra è diventata, lentamente, parte del modo in cui il Paese si rappresentava.
Ed è forse per questo che oggi la discussione è così delicata.
Perché quando si modifica una politica si può sempre sostenere che si tratta di un adattamento alle circostanze.
Ma quando si modifica una rinuncia che è diventata identità, la questione è diversa.
Si rischia di non riconoscersi più.
Ripenso allora al Giappone che ho attraversato.
Alle persone che aspettavano il proprio turno senza che nessuno dovesse ricordarglielo. Ai treni nei quali il silenzio sembrava naturale. Ai gesti misurati. A quella capacità di occupare lo spazio senza invadere quello degli altri.
Forse all’inizio avevo chiamato tutto questo semplicemente educazione.
Oggi mi chiedo se non fosse anche una forma di disciplina più profonda: la capacità di trattenere qualcosa di sé per non rompere un equilibrio collettivo.
Naturalmente non penso che un comportamento quotidiano possa spiegare una scelta costituzionale.
Ma il viaggio fa proprio questo: mette insieme cose che sulla carta appartengono a mondi diversi.
E mi ha fatto pensare che forse anche una società, come una persona, può costruire una parte della propria identità intorno a ciò a cui ha deciso di rinunciare.
Finché quella rinuncia è condivisa, diventa naturale.
Quasi invisibile.
Poi arriva un momento in cui le circostanze cambiano e qualcuno domanda: possiamo ancora permettercelo?
È questa, alla fine, la domanda che mi porto via dal Giappone.
Non soltanto: il Giappone deve riarmarsi?
Ma: cosa succede a un’identità costruita sulla rinuncia, quando il mondo intorno preme per lasciare quella rinuncia?
Forse il problema non è decidere se cambiare.
Prima o poi ogni identità è costretta a farlo.
Il problema è capire a cosa siamo disposti a rinunciare quando cambiamo.
E questa non è soltanto la domanda del Giappone.
È la domanda di ogni persona e di ogni collettività che, davanti a un mondo nuovo, si trova davanti a una scelta difficile: restare fedele a ciò che è stata oppure adattarsi a ciò che il presente sembra chiedere.
Sapendo che, in entrambi i casi, qualcosa di sé dovrà essere lasciato andare.
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