Kobe – Ikuta Jinja

Il santuario dove il futuro si scioglie nell’acqua

Ho tenuto in mano un rettangolo di carta quasi bianco e ho giocato a immaginare che un ruscello potesse decidere come sarebbe andato il mio anno. Ero al santuario di Ikuta, nel cuore di Kobe, nei giorni di Capodanno: pini e paglia intrecciata ovunque, striscioni con gli auguri per l’anno nuovo appesi al grande torii d’ingresso, e la gente che camminava piano, come se dentro quei cancelli il tempo seguisse un ritmo diverso da quello della città appena fuori.

Al banco delle offerte mi hanno venduto un biglietto rosa, decorato di fiori di ciliegio, apparentemente muto. È un mizuomikuji, un oracolo che si legge con l’acqua: lo si immerge per qualche secondo nel piccolo stagno della foresta di Ikuta e, mentre la carta si bagna, affiorano i caratteri, come se il responso fosse rimasto in attesa sotto la superficie, invisibile fino al momento giusto. Il verdetto oscilla tra il felice, il molto felice e l’infelice, e cambia il gesto che viene dopo: se il responso è infelice, il biglietto si lega a un alberello di metallo piantato apposta lì vicino, e lo si lascia. Se la sorte è buona, invece, il biglietto si porta a casa, piegato in tasca, come una piccola garanzia scritta.

Il mio biglietto mizuomikuji
Il mio biglietto mizuomikuji

Io sono risultata felice. Ho guardato l’inchiostro comparire tra i petali stampati e ho provata una gioia irrazionale del tutto sproporzionato per un pezzo di carta, ma è stato un sollievo vero: quello che segue una domanda che, in fondo, ci si pone sempre, in ogni tempio, a ogni inizio d’anno — andrà bene?

I festoni di Capodanno al tempio
I festoni di Capodanno al tempio

Prima che Kobe si chiamasse Kobe

Ikuta Jinja non è un santuario qualunque: è probabilmente uno dei più antichi del Giappone. Fu fondato nel 201 d.C. dall’imperatrice Jingū, di ritorno da una spedizione militare sulla penisola coreana. La leggenda racconta che la sua nave, davanti a quello che oggi è il porto di Kobe, non riuscì più a procedere: Jingū celebrò allora un rito divinatorio, e fu in quel momento che le apparve la dea Wakahirume, sorella — secondo alcune letture, figlia — di Amaterasu, la divinità solare al vertice del pantheon shintoista. Wakahirume chiese che le venisse costruito un santuario in un luogo chiamato Ikuta.

Wakahirume è legata alla tessitura e all’alba ed è per questo considerata una divinità che “annoda” i fili — non solo quelli del telaio, ma anche quelli delle relazioni. Qui si viene a pregare per un buon matrimonio, per un’attività che prenda forma, per un legame che tenga.

C’è anche un dettaglio che riguarda direttamente la città che ospita la dea: nell’806 quarantaquattro famiglie furono assegnate al servizio del santuario come kanbe, le “case sacre”. Da quel termine, scritto con gli stessi caratteri, deriva il nome Kobe.

Un pellegrinaggio in miniatura

Il percorso dentro al santuario si apre con il grande torii di legno all’ingresso, sorvegliato da due leoni-cane di pietra — komainu — dall’espressione feroce e dalla postura quasi materna, seduti a proteggere l’accesso. Superato il portale rosso vermiglio del Rōmon, ci si trova davanti al salone principale, anch’esso vermiglio, con le sue lanterne bianche appese e la corda intrecciata di paglia — lo shimenawa — che segna il confine tra lo spazio ordinario e quello sacro. Intorno, disseminati tra gli alberi, si contano quattordici santuari minori, ciascuno dedicato a una divinità diversa: piccole soste di un pellegrinaggio in miniatura.

Il padiglione delle offerte
Il padiglione delle offerte

Lungo i vialetti se ne incontrano di continuo: lanterne di pietra scolpite — alcune con un coniglio raccolto in un riquadro, altre con motivi che non ho saputo decifrare — segnano il cammino da un altare all’altro, e vicino all’ingresso una mappa affissa aiuta chi arriva a orientarsi tra tanti nomi.

Gli dei minori del bosco

Tra questi santuari minori, il torii vermiglio dell’Ōmi Jinja, dedicato al mare, raccoglie sulle sue colonne le targhe votive di compagnie di navigazione e cantieri; poco distante, un altro piccolo santuario è custodito da una coppia di komainu in terracotta, dal colore più caldo di quelli in bronzo dell’ingresso principale.

Il punto che mi ha colpita di più, però, è stato il tunnel di torii arancioni che conduce al santuario Ikuta Inari Daimyōjin: decine di portali allineati, uno dietro l’altro, che si restringono in prospettiva fino a un piccolo edificio laccato in fondo. Camminarci sotto significa attraversare una sequenza di soglie, ognuna donata da qualcuno — il nome dell’offerente inciso sul legno — ognuna un piccolo atto di fede ripetuto nel tempo. Poco più avanti, vicino all’acqua, due tronchi verticali sono ricoperti di ema a forma di cuore, appesi come una piccola cascata di legni colorati: desideri scritti a mano, in fila, uno sopra l’altro.

Non lontano dal tunnel, tra gli alberi, ho incontrato una statua di volpe vestita con un piccolo abito votivo rosso: è una kitsune, la messaggera della dea Inari, e a Ikuta ne custodisce l’ingresso a uno dei santuari minori a lei dedicati.

La volpe messaggera
La volpe messaggera

Un santuario che ha imparato a rialzarsi

Dietro il salone principale si apre lo stagno di Ikuta, attraversato da un ponte di legno chiaro e circondato da alberi spogli a gennaio; poco distante, la foresta di Ikuta — quel che resta di un bosco che un tempo copriva tutta l’area, prima che la città crescesse intorno al santuario — custodisce ancora un silenzio più antico di Kobe stessa.

Lo stagno di Ikuta
Lo stagno di Ikuta

Ikuta Jinja ha attraversato inondazioni, il terremoto di Kobe del 1995 e i bombardamenti della Seconda guerra mondiale, ed è stato ricostruito ogni volta. Forse è anche per questo che qui ci si prega per la protezione dalle calamità, oltre che per l’amore: un santuario che ha imparato, letteralmente, a rialzarsi.

Prima di uscire ho ripiegato il mio biglietto rosa e l’ho messo in tasca, felice non tanto per un responso di carta, quanto per il tempo passato a camminare sotto quella fila di torii arancioni, uno dopo l’altro, con l’inchiostro che affiorava lentamente da una superficie che sembrava vuota. Quel pezzetto di carta è ancora con me, ripiegato in un cassetto, e ogni tanto lo riguardo, come si fa con le fotografie di luoghi un po’ magici.

Una pietra incisa tra le camelie in fiore, verso la fine del percorso nel santuario.
Una pietra incisa tra le camelie in fiore, verso la fine del percorso nel santuario.

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categorie: Giappone | Kobe

28 Agosto 2026

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