Kobe – Kitano

Il quartiere dei mercanti europei dove si suona ancora jazz

La luce del tramonto e le statue di bronzo

Sono arrivata a Kitano che il sole stava già calando, e ho deciso di restare fino al tramonto. Mi piace quella luce lì, quando i mattoni rossi diventano quasi incandescenti e le finestre si accendono una a una. Salendo per le stradine in pendenza di Kobe, mi sono imbattuta in una statua di bronzo. Un uomo seduto su un muretto, la tromba alle labbra, immobile da chissà quanti anni. Poco più avanti, un’altra figura suonava un sassofono su una panchina, davanti a una casa dal giallo acceso. Mi sono fermata più a lungo davanti a quella. Da ragazza ho studiato il sassofono, e il jazz è rimasto una passione che non mi ha mai lasciata del tutto.

Più avanti ancora, un uomo con la bombetta suonava un flauto, un gatto di bronzo seduto accanto a lui come se stesse ad ascoltare. Mi sono chiesta perché proprio lì, in mezzo alle case di mercanti europei, qualcuno avesse deciso di mettere dei musicisti jazz. Non conoscevo ancora la risposta, ma la domanda mi è rimasta addosso per tutta la salita, mescolata alla luce arancione che filtrava tra i rami spogli.

Dove si suona ancora il jazz

La risposta è arrivata scavando un po’. Kobe è considerata la culla del jazz in Giappone. Il suono arrivò via nave, insieme ai mercanti, ai marinai, alle orchestre che suonavano a bordo durante la traversata del Pacifico. Nel 1923 nacque qui la prima jazz band giapponese, i Laughing Stars. Erano guidati da un violinista dell’orchestra della Takarazuka Revue. Lo stesso anno il grande terremoto del Kanto distrusse le sale da ballo di Tokyo. Molti musicisti si trasferirono proprio a Kobe, città già abituata agli stranieri, con un pubblico pronto ad ascoltarli. Il jazz non è mai più andato via. Ogni ottobre, da oltre quarant’anni, le strade di Kitano si riempiono per il Kobe Jazz Street. Chiese, hotel e locali storici aprono le porte a chiunque voglia passare da un concerto all’altro con un solo biglietto. Per un weekend, il quartiere torna a essere quello che era un secolo fa.

Il sassofonista di bronzo davanti a una casa color giallo acceso, poco distante da Moegi House.
Il sassofonista di bronzo davanti a una casa color giallo acceso, poco distante da Moegi House.

Le statue di bronzo sparse per Kitano sono un residuo permanente di quella stagione. Sono disseminate apposta perché chi cammina ci si imbatta senza cercarle: il trombettista davanti alla Kazamidori, il sassofonista seduto davanti alla casa gialla, poco distante da Moegi House. Sul flautista con il gatto, invece, non sono riuscita a trovare una storia precisa. Ho scoperto che ne esiste una copia identica in una stazione della metropolitana di Tokyo, a Yotsuya, il che mi fa pensare che non sia legato al jazz quanto le altre. Certe domande restano aperte, anche dopo aver scavato.

Il flautista di bronzo con il suo gatto
Il flautista di bronzo con il suo gatto

Kitano, il quartiere dei mercanti europei

Kitano, il quartiere dei mercanti europei, sale sulla collina alle spalle del porto. È il posto giusto per capire come funziona questo meccanismo. Quando il Giappone aprì Kobe al commercio internazionale nel 1868, i mercanti stranieri costruirono qui le loro case. Un misto di stili che ancora oggi convive fianco a fianco: tetti a punta in stile tedesco, verande all’inglese, vetrate colorate. La più famosa è la Kazamidori, la Casa della Banderuola.

La Kazamidori, simbolo di Kitano, con la sua facciata in mattoni rossi.
La Kazamidori, simbolo di Kitano, con la sua facciata in mattoni rossi.

Ha una facciata di mattoni rossi e una banderuola di ferro che dal 1904 gira sopra il tetto, guardando ancora verso il porto da cui tutto è cominciato. Accanto, altre case si susseguono lungo la salita: una facciata bianca e rossa con vetrate a mosaico, un’altra ancora con timpani in legno scuro che sembrano usciti da un villaggio bavarese. Nessuna assomiglia all’altra, eppure stanno bene fianco a fianco, come se il quartiere avesse imparato a ospitare le differenze invece di appianarle.

Una delle case vittoriane di Kitano, con vetrate a mosaico rosse e bianche.
Una delle case vittoriane di Kitano, con vetrate a mosaico rosse e bianche.

Nishimura’s Coffee e il terremoto del ’95

Poco distante, un’insegna racconta un’altra storia arrivata dal mare: Nishimura’s Coffee, aperto nel 1948 con appena tre tavoli. Fu il primo locale in Giappone a servire caffè nero puro, oltre a cappuccino e coffee jelly, in un paese dove il tè era ancora la norma. Questa sede di Kitanozaka aprì nel 1974. Era riservata ai soci fino al terremoto di Kobe del 1995, quando aprì le porte a tutti, come se la città ferita avesse deciso che certe cose non potevano più restare private.

Anni dopo ho letto Tutti i figli di Dio danzano di Murakami, la raccolta di racconti scritta proprio a partire da quel terremoto. Nessuno dei suoi personaggi vive fisicamente a Kobe: sono altrove, a Tokyo, a Bangkok, mentre il sisma agisce come un’ombra sullo sfondo delle loro vite. Leggendolo mi sono chiesta una cosa. In quei mesi, per qualcuno lontano da Kobe, il pensiero di un locale come Nishimura’s Coffee poteva diventare lo stesso tipo di ombra. Un dettaglio minuscolo a cui aggrapparsi, aspettando notizie di una città che non si poteva raggiungere.

Interno del Nishimura's Coffe
Interno del Nishimura’s Coffe

Un dio che cambia casa

Il commercio, quando resta abbastanza a lungo in un posto, smette di essere solo scambio. Diventa casa. Poi diventa cultura. Un caffè che nessuno beveva diventa un’abitudine. Una tromba suonata su una nave diventa una band. Una band diventa una statua di bronzo per strada. Ho pensato a Nagasaki, alla sua celebre via dei templi, dove per secoli i mercanti stranieri sbarcavano portando merci e, senza volerlo, anche mondi interi. Kobe è la stessa storia raccontata in un’altra lingua architettonica: non pagode ma timpani, non incenso ma caffè, non sutra ma jazz.

Salendo ancora, sono arrivata alla scalinata di pietra del Kitano Tenman Jinja, fiancheggiata da lanterne di carta bianche. In cima, un torii segna l’ingresso al santuario dedicato a Sugawara, dio dello studio. Fu portato qui da Kyoto nel 1180, per volere di Taira no Kiyomori, il primo samurai a governare il Giappone. La capitale si era spostata per un breve periodo proprio a Kobe. Un’altra capitale in movimento, un altro dio trapiantato altrove.

Mi ha fatto pensare a una storia che avevo raccontato parlando della fioritura dei ciliegi. Quando nel 794 la corte imperiale si trasferì a Kyoto, anche il fiore-simbolo della stagione cambiò, dal prugno al ciliegio. Non è successo per caso: un potere che cambia casa sembra avere bisogno di rifondare anche i propri simboli, non solo i propri palazzi. Mi chiedo se sia una costante di questo paese: ogni volta che il potere si sposta, porta con sé qualcosa di sacro, come per non perdere il filo con quello che era prima.

Una nota che non si è mai fermata

Il sole intanto era quasi sparito dietro la collina. Sono tornata verso il trombettista di bronzo proprio mentre il lampione accanto a lui si accendeva. Era la stessa luce calda che vedevo riflessa nelle finestre della Kazamidori poco più in basso. Qualcuno, da una finestra aperta poco più giù, aveva messo della musica. Non riuscivo a capire se fosse una radio o un locale. La melodia arrivava a tratti, portata dal vento della sera, e si mescolava al rumore dei passi di chi come me stava rientrando prima che il buio calasse del tutto. Per un istante mi è sembrato che la statua stesse davvero suonando. Che quella nota muta, arrivata sulle navi un secolo fa, non si fosse mai fermata. Kobe non ha conservato il jazz in un museo. L’ha lasciato per strada, dove il porto lo ha portato la prima volta, ed è lì che ancora oggi si può incontrare, tra un mattone rosso e l’altro, quasi per caso.

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categorie: Giappone | Kobe

25 Agosto 2026

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