Ubud – Tirta Empul

Dove l’acqua ricorda quello che il corpo prova a dimenticare
Mappa Ubud

Dopo lo sciamano, l’acqua

Lo sciamano mi aveva guardato le mani prima ancora del viso. “È così che comincia”,mi hanno detto, ” quando è il corpo a dover parlare per primo”. La giornata successiva a Ubud mi porta dritta a Tirta Empul, il tempio dell’acqua sacra, come se la purificazione fosse un percorso a tappe, non un gesto isolato.

Arrivo che il sole è già alto sulle due vasche. La prima cosa che vedo non sono le pietre scolpite né i tetti di paglia scura. Sono le persone: decine di corpi in fila, immersi fino al petto, che avanzano lentamente da una fontanella all’altra. C’è un rigore che a prima vista sembra quasi una coreografia.

Prima di entrare in acqua si compra un’offerta: un piccolo cesto di foglie di palma intrecciate, fiori, riso. Si deposita davanti a uno degli altari, con un inchino e qualche minuto di raccoglimento. Passo sotto un portale di pietra rossa, due guardiani scolpiti ai lati con gli occhi sporgenti e i denti scoperti. Non sono lì per spaventare, mi spiegano, ma per tenere lontano ciò che non deve entrare. Oltre il portale, un banyan enorme fa ombra su un piccolo altare drappeggiato di stoffa a scacchi bianchi e neri, il colore del cortile prima ancora del colore dell’acqua. Solo dopo, con indosso un sarong verde che il tempio fornisce a chi non ne ha uno proprio, scendo i gradini di pietra viscida verso l’acqua gelida.

Nel tempio dell’acqua sacra, tredici fontanelle

Le fontanelle, pancoran, sono tredici. Sono allineate lungo il bordo della vasca come una fila di bocche di pietra, e l’acqua ne sgorga continua, limpida, freddissima anche sotto il sole di mezzogiorno. Ci si immerge e si procede da sinistra a destra, chinando la testa sotto ogni getto. Si lascia che l’acqua scorra sui capelli e sul collo per qualche secondo, poi si passa alla successiva.

Non tutte le tredici, però, si possono usare. La undicesima e la dodicesima sono riservate ai riti funebri, mi avverte una donna balinese in fila davanti a me, indicandole appena con un cenno. La fila le scavalca senza che nessuno debba spiegarlo, un sapere che passa per contagio più che per istruzione.

Le vasche viste dal lato opposto, con i padiglioni del tempio sullo sfondo
Le vasche viste dal lato opposto, con i padiglioni del tempio sullo sfondo

Il freddo dell’acqua è uno shock ogni volta. Eppure il corpo si abitua al ritmo. A un certo punto smetto di contare le fontanelle e comincio solo a sentirle: quella più forte contro la nuca, quella che sembra quasi tiepida al confronto, quella che fa tossire chi la riceve in pieno viso senza aspettarselo. Intorno a me turisti in costume da bagno e balinesi in preghiera condividono la stessa acqua sacra di Tirta Empul con una naturalezza impensabile.

Nessuno parla in vasca. Si sente il rumore dell’acqua che cade, qualche risata sommessa quando il getto coglie di sorpresa un bambino, il fruscio dei sarong bagnati che sfiorano la pietra. Dietro di noi, sul bordo, altri fedeli aspettano il turno appoggiati alla balaustra scolpita. Un uomo in maglietta nera controlla che ognuno segua l’ordine giusto, fontanella dopo fontanella, senza saltarne una per sbaglio.

Il camminamento lungo la vasca, tra riflessi e muschio
Il camminamento lungo la vasca, tra riflessi e muschio

La sorgente di Indra

La leggenda che mi raccontano la ritrovo poi, quasi identica, scritta su una lastra di pietra vicino all’ingresso. Narra di un re, Mayadenawa, che si era fatto tanto potente da farsi credere un dio. Per punire la ribellione del suo popolo ne avvelenò i pozzi. Fu allora che Indra, dio del cielo e della guerra, colpì la terra con la sua lancia. Ne fece sgorgare una sorgente di amrita, l’acqua dell’immortalità, capace di guarire i soldati avvelenati e restituire loro la vita.

Le offerte quotidiane davanti alla lastra che racconta la leggenda del tempio
Le offerte quotidiane davanti alla lastra che racconta la leggenda del tempio

Tirta Empul significa letteralmente “sorgente d’acqua sacra”. Nasce, secondo un’iscrizione che gli studiosi datano intorno al 960 dopo Cristo, proprio su quella sorgente, che ancora oggi alimenta le due vasche senza essersi mai fermata. Nemmeno nei periodi di siccità che hanno prosciugato altri corsi d’acqua dell’isola.

Il complesso è cresciuto nei secoli sotto la dinastia Warmadewa, che ne ha fatto uno dei santuari più importanti di Bali.

Intorno alle vasche, i padiglioni dorati custodiscono altari più piccoli, avvolti anch’essi in stoffa a scacchi. Ognuno è dedicato a una divinità diversa del pantheon induista balinese — un guardiano qui, una presenza sacra lì — secondo un ordine che ai miei occhi resta ancora indecifrabile, ma che ogni fedele sembra conoscere a memoria.

Quello che mi colpisce di più, mentre risalgo bagnata verso l’uscita, è scoprire che sulla collina proprio sopra le vasche sorge un palazzo presidenziale. Lo fece costruire Sukarno, il primo presidente indonesiano, che scelse quel punto — mi dicono — proprio per la vicinanza a un’acqua considerata eternamente pura. Il potere, qui, ha sempre cercato di stare vicino alla sorgente. Che fosse un dio armato di lancia o un capo di Stato, poco cambia — il tempio dell’acqua sacra resta più antico di entrambi.

Il naga di pietra a guardia di una delle vasche laterali
Il naga di pietra a guardia di una delle vasche laterali

Quando esco, il sarong verde gocciola ancora sui gradini. Mi accorgo di aver perso il conto delle fontanelle usate. Il numero esatto conta meno del gesto di chinarsi ogni volta un po’ più a lungo sotto l’acqua, come se ogni getto lavasse via qualcosa di diverso dal precedente. Il sole comincia ad asciugarmi i vestiti prima ancora che io lasci il cortile. Resta addosso, insieme all’umidità, la sensazione precisa di quei corpi allineati, sconosciuti fino a un’ora prima, che avanzavano insieme, fontanella dopo fontanella, verso la stessa uscita.

categorie: Bali | Indonesia | Ubud

26 Agosto 2026

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