Ubud – Lo sciamano

Il giorno che ho incontrato lo sciamano balian che legge i chakra

Un balian, non uno sciamano da cartolina

Settimo giorno a Ubud. La mattina comincia con una decisione che avevo rimandato per un po’. Andare a cercare uno sciamano a Bali, un vero balian, non uno di quelli segnalati nelle guide turistiche. Mi ci ero preparata leggendo Mangia Prega Ama mesi prima, ma sapevo già che l’esperienza di Elizabeth Gilbert non sarebbe stata la mia. A Ubud, mi avevano detto, i tassisti hanno un loro giro di guaritori consigliati. Non sempre nel modo più disinteressato: una parola buona spesa al momento giusto vale una percentuale sul prezzo della visita. Ho preferito farmi accompagnare da chi conosceva la persona giusta, non semplicemente la più comoda. Partivo con un certo scetticismo, che non ho mai davvero abbandonato lungo tutta l’esperienza: non ero lì per credere, ero lì per vedere.

Chi sono i balian

Prima di bussare a quella porta di legno intagliato, volevo capire cosa stavo per incontrare. I balinesi chiamano balian i loro guaritori tradizionali e l’isola ne conta a migliaia. Si stima siano oltre ottomila, quasi quattro volte il numero dei medici. Non sono tutti uguali. La differenza tra un tipo e l’altro dice molto su come i balinesi intendono il rapporto tra corpo, spirito e comunità. Il balian usada studia per anni gli usada, antichi testi scritti su foglie di palma essiccate, ed è sempre un uomo. Deve superare un rito di consacrazione, il mawinten, prima che la comunità lo riconosca come guaritore vero. Il balian tapakan riceve invece i propri poteri attraverso la trance, diventando un tramite per spiriti e antenati: non studia, viene scelto.

Un padiglione ligneo intagliato in un luogo balinese, dove templi di famiglia e vita quotidiana convivono.
Un padiglione ligneo intagliato in un luogo balinese, dove templi di famiglia e vita quotidiana convivono.

Alcuni scoprono il proprio dono per caso, curando prima se stessi da una malattia che nessun altro sapeva spiegare. Nessuno di loro cerca pubblicità: sarebbe contrario ai principi dell’induismo balinese che praticano. Non esistono cartelli, non esistono insegne. Si trovano per passaparola, o non si trovano affatto. Questa tradizione è il tessuto quotidiano dei villaggi balinesi da sempre.

Una porta scolpita, tipica dell'ingresso a un luogo balinese.
Una porta scolpita, tipica dell’ingresso a un luogo balinese.

L’incontro con Jro Mangku Rata

Il balian che sono andata a cercare si chiama Jro Mangku Rata. Jro Mangku è già un titolo, quello dei sacerdoti che officiano nei templi di famiglia. Il nome proprio viene dopo, quasi in secondo piano, come se l’identità personale contasse meno del ruolo che si porta addosso. La guida mi aveva spiegato che, secondo la tradizione, non si arriva mai da un balian a mani vuote. Aveva già con sé le offerte: un cesto intrecciato di foglie di palma, pieno di fiori, riso e frutta.

Sono entrata in uno spazio che assomigliava a tutti i luoghi balinesi che avevo visto. Un dedalo di piccoli templi, statue coperte di stoffa a scacchi bianchi e neri, ombrelli sacri gialli e bianchi appesi sopra ogni altare. Un cancello scolpito si apriva su un cortile pieno di offerte fresche.

Jro Mangku Rata e la sua assistente, che traduceva in inglese ogni sua parola.
Jro Mangku Rata e la sua assistente, che traduceva in inglese ogni sua parola.

Jro Mangku Rata mi ha ricevuta seduto su un tappeto verde, con al fianco la sua assistente. Indossava una camicia bianca semplice, gli occhiali, un orologio al polso. Niente nella sua presenza somigliava all’idea che mi ero fatta di uno sciamano prima di partire. Mi avevano detto che fosse la reincarnazione di Parvati. Non ho potuto verificarlo, e non ho nemmeno provato a crederci sul serio. L’ho ascoltato come si ascolta una cosa che, per chi la dice, è vera fino in fondo, anche se per me resta un’affermazione, non un fatto. Lei traduceva in inglese quello che lui diceva in balinese, frase dopo frase, mentre lui mi osservava con un’attenzione che non sembrava avere fretta.

L’acqua sacra e il mantra

Mi ha controllato l’energia dei chakra, uno per uno, toccandomi appena e restando in ascolto più che in azione. Non saprei dire se stesse davvero percependo qualcosa o se io stessi semplicemente osservando un rituale ben eseguito. Ogni tanto si fermava, chiudeva gli occhi. L’assistente aspettava in silenzio prima di tradurre, come se anche lei stesse ricevendo l’informazione un istante prima di me.

Poi ha preparato un’acqua sacra con dentro un fiore di frangipani, quello che a Bali chiamano champa. È lo stesso fiore che si vede infilato dietro le orecchie delle donne durante le cerimonie. Metà dovevo berla, mi ha spiegato l’assistente. L’altra metà versarmela sulla testa, per purificarmi. Confesso di aver bevuto quel primo sorso con un filo di timore per la mia salute, più che per la mia anima. Non credevo che quell’acqua avrebbe purificato niente. Era comunque acqua di una fonte che non conoscevo, offerta da un estraneo in un paese straniero. L’ho bevuta comunque, per rispetto più che per fede.

Una scopa appoggiata su un altare di pietra — il sacro e il profano fianco a fianco.
Una scopa appoggiata su un altare di pietra — il sacro e il profano fianco a fianco.

Alla fine mi ha trasmesso un mantra, quello del suo maestro, da usare in meditazione. Me lo ha ripetuto due volte, lentamente, aspettando che lo ripetessi a mia volta prima di lasciarmi andare. Non l’ho scritto da nessuna parte apposta. Volevo vedere se sarebbe rimasto, ed è rimasto. Non so dire se funzioni perché è un mantra sacro o semplicemente perché ripetere qualcosa con costanza funziona sempre.

Cinquanta metri quadrati di sacro e profano

Quello che mi ha colpita di più è stato lo spazio in cui tutto questo accadeva, più ancora della lettura dei chakra. Cinquanta metri quadrati, forse meno. Un secchio di plastica blu, un tempio dorato, una gabbia per uccelli appesa a una trave, un altare di pietra ricoperto di muschio. Il sacro e il profano stavano fianco a fianco, senza cercare di escludersi a vicenda. Come in realtà è la vita: mai una cosa sola, mai ordinata secondo le nostre categorie.

L'interno di un padiglione cerimoniale, ricoperto di stoffe dorate e offerte.
L’interno di un padiglione cerimoniale, ricoperto di stoffe dorate e offerte.

Fuori, il sole di mezzogiorno aveva già asciugato quasi tutto il resto dello spazio. Io invece sono uscita da quel cancello scolpito con la testa ancora umida e un mantra. Non so se i miei chakra fossero davvero più equilibrati di un’ora prima, e forse non lo saprò mai con certezza. So che ho attraversato una porta reale, non solo simbolica. Sono entrata in una stanza dove qualcuno crede ancora, con tutta serietà, che l’acqua e i fiori possano agire su una parte dell’esperienza umana che la medicina non è chiamata a curare. Bastava questo, per giustificare il viaggio fin qui.

categorie: Bali | Indonesia | Ubud

25 Agosto 2026

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