Se chiudo gli occhi e penso ad un colore per il Vietnam, mi vedo circondata da mille sfumature di verde scintillante. È la prima cosa che il paese mi ha restituito, ancora prima di qualsiasi tempio, mercato o volto incontrato lungo il cammino. Un verde che non è mai uguale a se stesso, che cambia intensità con la luce del giorno, con l’umidità dell’aria, con l’altitudine. Ho scoperto che in questo paese sono presenti oltre 12.000 specie di piante, di cui circa 2.300 utilizzate dall’uomo per alimentazione, medicina, legname e altri usi tradizionali. È un sapere antico, tramandato di generazione in generazione soprattutto nelle comunità delle aree montane, che convive con la modernità delle città senza esserne mai davvero scalzato.
Viaggiando attraverso il Vietnam, ho imparato presto che il verde non è un colore, ma un intero alfabeto. C’è il verde acceso delle risaie appena piantate, quasi fluorescente sotto il sole di mezzogiorno. Poi c’è il verde cupo e umido della foresta pluviale, dove la luce fatica a filtrare tra le fronde. Esiste anche il verde argenteo delle foglie di banano mosse dal vento, e quello quasi nero delle acque stagnanti coperte di vegetazione. Pensate che il bacino del Mekong è uno degli ecosistemi più ricchi di biodiversità del Sud-est asiatico. Un mondo d’acqua e vegetazione che attraversa diversi paesi e comprende foreste allagate, zone umide, canali e grandi aree deltizie.

Dopo la devastazione della guerra in Vietnam — una ferita che il paesaggio porta ancora, in certi punti, come una cicatrice silenziosa — sono stati avviati importanti programmi di riforestazione. Questi interventi hanno riguardato soprattutto le aree di mangrovia del sud. A Can Gio, vicino a Ho Chi Minh City, una parte consistente delle foreste distrutte è stata progressivamente ricostituita. Ho trovato in questo un simbolo potente, quasi archetipico: la natura che si rigenera dopo la distruzione, che ritrova la propria forma vitale nonostante tutto. Le mangrovie di quelle aree costiere sono oggi in fase di ripresa, e ne ho viste di imponenti anche in città, abbracciate ai muri o semplicemente protese verso l’acqua.

Ma il fiore simbolo del Vietnam, dove è conosciuto anche come “fiore dell’alba”, è il loto (Nelumbo nucifera). Uno splendido fiore d’acqua dolce dai petali profumati, rosa o bianchi, tipico di stagni e invasi fangosi. Ricordo la prima volta che ne ho visto un intero stagno fiorito all’alba, con la nebbia ancora sospesa sull’acqua. Un’immagine che è rimasta impressa nella memoria come poche altre, un momento di quiete assoluta prima che il paese si risvegliasse nel suo consueto brulicare. Il nome “fiore dell’alba” nasce proprio da questo: il loto si chiude durante la notte e riapre i suoi petali al sorgere del sole.

Nel simbolismo buddhista il loto è associato alla purezza del cuore, della parola e della mente. Fiorisce nella stagione estiva, e l’eleganza, la bellezza e il profumo di questo fiore, molto amato da tutti i vietnamiti, vengono celebrati in moltissime poesie nazionali. Non è difficile capire perché: nasce dal fango, si nutre di acque torbide, eppure si apre in una corolla perfetta e immacolata.
Semi, foglie e steli del loto vengono utilizzati non solo a scopo ornamentale e per le offerte votive alle divinità, ma anche in cucina. I semi vengono consumati sia freschi che essiccati, ma anche nella preparazione di zuppe dolci. Le grandi foglie vengono invece utilizzate per avvolgere e profumare alcune preparazioni a base di riso, regalando un aroma delicato e inconfondibile.
Il tè è parte integrante della cultura di questo paese che, come la vicina Cina, vanta antichissime piante selvatiche di tè. Questo infuso accompagna la giornata del vietnamita dalla colazione a tutti i momenti lavorativi, le pause, i pasti e l’intrattenimento di ospiti e clienti. La condivisione serale in famiglia ne è l’ultima tappa quotidiana. Ho imparato presto che rifiutare una tazza di tè offerta, in Vietnam, equivale quasi a rifiutare un gesto di accoglienza: è un piccolo rituale sociale che attraversa ogni incontro.

Con gli elementi aromatici del fiore, soprattutto gli stami, si profuma il tradizionale tè verde al loto, uno dei tè più raffinati della cultura vietnamita. Su questo tè esiste una leggenda che mi ha particolarmente affascinata. Si racconta che fosse stato originariamente creato per il re Tu Duc, l’imperatore poeta, sotto la dinastia Nguyen. La servitù, per offrire al re una colazione rinfrescante, usava aromatizzare le foglie di tè verde con petali di loto. A tale scopo, si recavano durante la notte presso il lago dove cresceva il loto. Con scrupolosa cautela inserivano all’interno di questi fiori appena sbocciati un certo quantitativo di tè verde, per poi richiuderli e fare il procedimento inverso il mattino seguente. Un gesto di pazienza e devozione che trovo commovente, ancora oggi: la bellezza costruita nel tempo, goccia dopo goccia, notte dopo notte.
Un altro aspetto caratteristico della natura vietnamita è il bambù, che ho trovato ovunque: lungo le strade di campagna, nei cortili delle case, persino nel cuore delle città più moderne. “Il bambù è l’acciaio verde del XXI secolo” ha affermato l’architetto Vo Trong Nghia, autore del padiglione vietnamita all’Expo Milano 2015. Osservandolo da vicino ho capito perché: è leggero, resistente, flessibile, capace di piegarsi senza spezzarsi.

Si tratta di un materiale naturale, dalla crescita veloce e abbondante in Vietnam. Tradizionalmente lo utilizzano nella produzione artigianale di cestini, vasellame e arredamento, ma l’ho visto impiegato anche come materiale da costruzione per grandi open space — bar, caffè, resort immersi nella natura — e per realizzare strutture abitative leggere ed economiche. La sua leggerezza, unita alla flessibilità, permette di realizzare strutture capaci di adattarsi ai movimenti e alle sollecitazioni, purché siano progettate e trattate correttamente.
I vietnamiti mi hanno spiegato che usano trattamenti specifici — immersione nel fango e affumicamento — per proteggerlo dall’attacco degli insetti e dei funghi e aumentarne la durata nel tempo. Un’alchimia semplice, fatta di acqua, fuoco e tempo, che trasforma una canna fragile in una struttura capace di durare a lungo: un’ultima, piccola metafora di ciò che il Vietnam intero mi ha insegnato, tra guerra e rinascita, fango e fiori.





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