L’acqua dei fiumi e dei mari mi ha sempre attratta moltissimo. Forse è il mio rapporto stretto con l’inconscio, di cui l’acqua è uno dei simboli archetipici più antichi, a spingermi, ogni volta che posso, a scegliere un albergo che si affacci su un corso d’acqua: dormire cullata da una corrente mi sembra un modo per restare in ascolto di qualcosa che scorre sotto la superficie delle cose, anche dentro di noi.
Così ho fatto anche tra le acque del Vietnam: ho dormito a Hanoi sul Fiume Rosso, a Hue sul Fiume dei Profumi, a Hoi An sul Fiume Thu Bon. Tre città, tre fiumi, tre modi diversi di lasciarsi cullare dall’acqua che accompagna il Vietnam da nord a sud, portando con sé nomi che sembrano usciti da una fiaba e che, in realtà, custodiscono storie molto concrete


Hanoi è nata e cresciuta lungo il Fiume Rosso e il più piccolo Fiume To Lich, che un tempo scorreva nel cuore della città dentro una fitta rete di canali brulicanti di barche. La città è abbracciata anche dal Lago Hoan Kiem, e qui mi sono lasciata raccontare una leggenda che ancora mi accompagna: a metà del Quattrocento Le Loi, poi imperatore con il nome di Le Thai To, ricevette dagli dei una spada magica, con cui scacciò gli invasori cinesi dal Vietnam. Finita la guerra, sulla superficie del lago apparve una tartaruga d’oro gigantesca, che afferrò la spada e sparì nelle profondità per restituirla ai suoi proprietari divini. Da allora quel lago porta il nome di Ho Hoan Kiem, il Lago della Spada Restituita.
Mi sono seduta a lungo su una panchina in riva a quel lago, la sera, mentre la città intorno rallentava. Una leggenda come questa, mi sono detta, non racconta solo la storia di un impero: racconta anche qualcosa che riguarda ognuno di noi, quel momento in cui, dopo aver combattuto una battaglia, restituiamo alle acque profonde ciò che ci era stato prestato per attraversarla. L’acqua, ancora una volta, come luogo della resa e della trasformazione.



A Hue mi sono affacciata ogni mattina sul Fiume dei Profumi, il cui nome basta da solo a evocare un mondo: pagode antiche, tombe imperiali nascoste tra gli alberi, un silenzio diverso da quello di Hanoi.
A Hoi An, invece, è stato il Thu Bon a scandire le mie giornate, con le sue lanterne colorate che al calare della sera si riflettono sull’acqua trasformando la città in un quadro sospeso.

Ogni fiume, ho capito viaggiando, ha un carattere proprio, quasi un temperamento: impetuoso o placido, luminoso o carico d’ombra, proprio come le persone che vi abitano accanto da generazioni. Mi sono resa conto che scegliere di dormire proprio lì, sull’argine, non era solo una preferenza estetica: era il mio modo per lasciare che il viaggio entrasse anche di notte, nel sonno, e non restasse confinato alle ore di luce.
A Ho Chi Minh City, che per me resterà sempre Saigon, ho voluto a tutti i costi dormire all’Hotel Continental, aperto nel 1880. Tra queste mura sono ambientate molte scene del romanzo di Graham Greene Un americano tranquillo, e proprio qui, negli anni terribili della guerra, si incontravano i giornalisti stranieri arrivati a raccontare il Vietnam. Tra loro Tiziano Terzani, che in Pelle di leopardo descrive le giornate concitate dell’evacuazione, quando chi partiva lasciava ai colleghi che restavano bottiglie di vino, macchine da scrivere, giacche antiproiettile. Dormire in quelle stanze, sapendo cosa avevano visto passare nei corridoi, mi ha dato una vertigine che nessuna guida turistica avrebbe potuto raccontarmi: la storia, in certi luoghi, resta sospesa nell’aria come un odore che non se ne va.



Non potevo lasciare il Vietnam senza dedicare un’intera giornata al delta del Mekong. È uno dei grandi fiumi dell’Asia: nasce sull’Altopiano del Tibet, in Cina, attraversa sei Paesi e, prima di sfociare nel Mar Cinese Meridionale, si apre nel vastissimo delta vietnamita — una rete di corsi d’acqua che i vietnamiti chiamano Cửu Long, il Fiume dei Nove Draghi. Il suo delta è una sconfinata pianura alluvionale, dove le case sono costruite su palafitte di bambù e al posto delle strade ci sono migliaia di canali percorsi in barca. Scivolare su quelle acque color terra, tra la vegetazione fittissima e le voci dei venditori che si rincorrevano da una barca all’altra, mi ha dato la sensazione di entrare in un mondo che vive secondo un ritmo tutto suo, dettato dalle maree più che dagli orologi.



Ho scoperto che in queste acque vive il pesce gatto gigante del Mekong, uno dei più grandi pesci d’acqua dolce del mondo, capace di raggiungere i tre metri di lunghezza; e sono riuscita a intravedere anche serpenti d’acqua e tartarughe che si muovevano tra la vegetazione. Il corso di un fiume è sempre anche un’opportunità: per il commercio spontaneo di una venditrice di frutta sulla sua barca, per una gita turistica tra i canali. E ovunque ci sia la possibilità di un giro in barca, io non me la lascio mai sfuggire: è come se ogni volta accettassi di lasciarmi condurre da qualcosa di più grande di me.






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