Pelle di leopardo
di Tiziano Terzani
pp. 496
TEA 2024
Prezzo: 15 €
ISBN: 978-8850264179
C’è un momento, leggendo Tiziano Terzani, in cui capisci una cosa. Il vero racconto non è la guerra in sé. È l’uomo che la attraversa, e che ne esce cambiato. Nel 1972 Terzani arriva in Vietnam giovane corrispondente, come scrive lui stesso, “ottimista, sorridente e speranzoso”. Da quell’esperienza nasce Pelle di leopardo. Torna nel 1975, tra i pochissimi giornalisti occidentali a testimoniare la liberazione di Saigon.
Quello che mi ha colpita profondamente, leggendo questi due libri insieme, è la loro doppia natura. Sono reportage di guerra, certo. Ma sono anche testimonianza del dopo: la sofferenza dei civili, il cambiamento morale e materiale di un paese che deve reimparare a vivere, tra fabbriche e chiese, rancori e perdoni. Terzani non si accontenta delle battaglie. Cerca quello che resta quando le armi tacciono.
C’è qualcosa di profondamente archetipico in questa scrittura. Il Vietnam diventa, per Terzani, ciò che la Spagna fu per Orwell e Hemingway: non solo un conflitto da raccontare, ma un rito di passaggio, un banco di prova morale per un’intera generazione. Lui stesso lo dice: “Per la mia generazione il Vietnam è stato un test di moralità.” Aveva letto i suoi miti — Snow, Hemingway, Orwell — e in quella guerra ha trovato la propria.
Pelle di leopardo e Giai Phong! non sono solo cronaca storica. Sono la prova che il vero giornalismo nasce quando si smette di osservare da lontano e si accetta di stare, letteralmente, tra due fuochi. Il tempo, che di solito consuma le pagine di attualità, a queste ha restituito intatte verità e bellezza — come accade solo ai veri scrittori.
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