Dopo Angkor Wat pensavo di aver già visto il volto più grandioso di Angkor, in Cambogia. Il pomeriggio non era ancora finito. Mi sono trovata davanti a una strada che attraversa il fossato e conduce a una porta enorme, sorvegliata da volti di pietra. Non stavo entrando in un tempio. Stavo entrando in una città. All’inizio quella differenza non l’ho capita fino in fondo. Il fossato, le mura, le lunghe file di statue allineate lungo la strada sembravano costruire una soglia, più che un semplice ingresso. Il sole del pomeriggio batteva dritto sulla pietra e l’ombra delle torri sul ponte si allungava fin quasi ai miei piedi.

Ai due lati del ponte, decine di figure di pietra tirano in direzioni opposte il corpo di un enorme serpente, il naga. Da una parte gli dèi, dall’altra i demoni: i primi con i volti sereni, i secondi con espressioni più feroci, quasi grottesche. Solo dopo ho scoperto che quella scena racconta un antico mito hindu. Dèi e demoni tirano il serpente da una parte e dall’altra, facendolo ruotare attorno alla montagna per mescolare l’Oceano di Latte e ottenere il nettare dell’immortalità.
Mi è sembrato allora di attraversare non solo un fossato, ma una storia scolpita nella pietra: un racconto di forze opposte che, tirando in direzioni contrarie, finiscono per creare insieme qualcosa di nuovo.

Dietro quella porta c’è Angkor Thom, la grande capitale di Jayavarman VII. Al centro c’è il Bayon. Dopo la visita ad Angkor Wat, mi trovo davanti a qualcosa di completamente diverso: non un grande tempio da contemplare, ma una città intera da attraversare.
Il nome significa proprio questo: Grande Città. Jayavarman VII la fece costruire alla fine del dodicesimo secolo. I Cham avevano appena saccheggiato la precedente capitale khmer, e il nuovo sovrano volle una città fortificata, capace di resistere a un altro attacco. Le mura corrono per tre chilometri per lato, alte otto metri, circondate da un fossato largo cento metri. Dentro quel perimetro vivevano decine di migliaia di persone. Non un tempio isolato nella foresta, ma una città vera, con templi, palazzi, quartieri interi, strade che collegavano le porte al centro esatto della città.
Cinque porte permettono l’accesso, ciascuna alta ventitré metri. Ogni ponte d’ingresso ripete la stessa scena che avevo visto: cinquantaquattro divinità da un lato, cinquantaquattro demoni dall’altro, a tirare il corpo di un naga. Camminare lungo quel ponte mi ha fatto capire una cosa, ancora prima di vedere il resto della città. Qui ogni dettaglio architettonico porta con sé un racconto, e niente è lasciato al caso.

Novecento ettari sono troppi per essere percorsi solo a piedi, soprattutto con il caldo del pomeriggio. Dentro e intorno ad Angkor Thom ho visto tre modi diversi di spostarsi e li ho provati quasi tutti, nello stesso giorno. Il tuk-tuk resta il mezzo più comune per i turisti. È veloce, economico, con l’autista che aspetta paziente a ogni tappa, spesso all’ombra di un albero vicino all’ingresso.
Ho incrociato anche un elefante bardato di rosso, guidato da un cornac lungo la strada principale. Un’esperienza suggestiva, anche se oggi sempre più contestata per il benessere degli animali. Poi c’è la bicicletta, il mezzo che ho visto usare soprattutto dai cambogiani stessi. Due ragazzine in divisa scolastica pedalavano proprio dentro l’area di Angkor Thom, con la disinvoltura di chi quella strada la percorre ogni giorno e attraversa un patrimonio mondiale semplicemente per tornare a casa da scuola.



Poi arriva il Bayon, e la scala della città si concentra tutta in un punto solo. Cinquantaquattro torri, un tempo forse più di duecento volti scolpiti. Oggi ne restano meno, consumati dal tempo. Alcuni studiosi ci vedono il bodhisattva Avalokiteshvara. Altri il volto dello stesso Jayavarman VII. Altri ancora entrambi, fusi in una sola immagine, il re che si fa divinità sorvegliante. Io, camminando tra le torri, ero semlicemente affascinata.

Quello che mi ha colpita è stata la sensazione fisica di essere osservata da ogni lato. Ogni torre porta quattro volti, uno per ogni punto cardinale. Non importa dove ti giri, ce n’è sempre uno che ti guarda, con lo stesso sorriso appena accennato, né felice né triste.



Nelle gallerie del primo livello, i bassorilievi raccontano qualcosa di diverso rispetto a quelli di Angkor Wat. Non solo miti e battaglie, ma anche scene di vita quotidiana khmer: mercati, pescatori, donne che partoriscono, cuochi al lavoro, un circo di ombre e gesti familiari scolpiti nella pietra.

Il Bayon fu l’ultimo grande tempio-stato costruito ad Angkor. Fu anche l’unico pensato fin dall’origine come santuario buddhista Mahayana. I re successivi lo modificarono più volte, alternando fasi induiste e buddhiste a seconda del proprio credo. Il risultato è un edificio che gli archeologi descrivono ancora oggi come un vero rompicapo architettonico, stratificato nel tempo quanto la storia stessa di Angkor.

Sono uscita da Angkor Thom nel tardo pomeriggio, con la luce che si abbassava sulle ultime torri del Bayon. Mi sono voltata un’ultima volta verso la porta da cui ero entrata. Ho ripensato a quella fila di dèi e demoni che tirano insieme lo stesso serpente, in equilibrio precario da otto secoli. Angkor Wat mi aveva mostrato la perfezione di un singolo progetto architettonico. Angkor Thom mi ha mostrato qualcosa di più difficile da cogliere in una sola immagine. Una città intera, pensata per essere abitata, governata, difesa. E al centro, un tempio che continua a guardarti, da qualunque parte tu venga.
categorie: Angkor Thom | Angkor Wat | Cambogia
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