Lampang – Wat Si Rong Muang

Riconoscere una casa ora quasi irraggiungibile

La soglia birmana di Lampang

C’è un dolore preciso, quasi fisico, nel riconoscere qualcosa che ami e sapere che non potrai tornarci. L’ho provato salendo la scalinata di naga dorati di questo tempio a Lampang, in Thailandia, prima ancora di leggerne la storia. Lo stile birmano non si confonde con nient’altro, per chi ha camminato per settimane tra le pagode del Myanmar, come me. Il rosso acceso, l’oro battuto a rilievo invece che intagliato nel legno scuro, le figure celesti sospese su nuvole dorate. Le ho riconosciute come si riconosce una lingua sentita parlare da bambini, anche se non la parli più. E per un attimo, davanti a quella scalinata, non ero più a Lampang: ero di nuovo in Myanmar. Un paese che ho amato moltissimo e in cui, oggi, non riesco più a immaginare di tornare.

Mercanti di teak, lontani da casa

Credo che questo sia Wat Si Rong Muang, anche se non ne sono del tutto certa. Ho visto decine di templi birmani costruiti a Lampang tra fine Ottocento e inizio Novecento e più di uno condivide questi tratti. So però chi lo ha costruito e perché: mercanti e operai birmani, arrivati qui al seguito del commercio del teak. Lampang, allora, era uno dei centri più prosperi del commercio del legname pregiato nel nord del Siam. Non si accontentarono di fare affari e ripartire. Costruirono templi nel loro stile, portando in una città lanna un pezzo del loro paese. Esattamente come, credo, chiunque emigri porta con sé la propria casa nel modo in cui costruisce, cucina, prega.

Due templi, la stessa storia

Quello che ho scoperto dopo, cercando di ricostruire la storia di quel pomeriggio, rende tutto più concreto. Nella seconda metà dell’Ottocento, con l’espansione del commercio del teak nel nord del Siam, Lampang divenne uno dei centri principali dell’industria forestale. Compagnie britanniche ottennero le concessioni delle foreste. Portarono con sé tecnici, mercanti e lavoratori Shan e Pa’O, arrivati dagli Stati Shan della Birmania. Non erano solo operai. Erano spesso anche mercanti e i più benestanti tra loro finanziarono la costruzione di templi identici a quelli di casa. Per farlo, chiamarono appositamente carpentieri da Mandalay, per intagliare colonne e portali. Il più famoso, Wat Si Chum, fu voluto sul finire dell’Ottocento da un ricco commerciante birmano. Wat Si Rong Muang, quello che dovrei aver fotografato io, nacque invece agli inizi del Novecento dalla comunità Pa’O legata proprio a quel commercio.

Il corridoio dorato che porta al Buddha centrale.
Il corridoio dorato che porta al Buddha centrale.

Un’altra lingua architettonica

Il risultato è un tempio che sembra parlare un’altra lingua rispetto a quelli visti pochi passi più in là. Dove i templi lanna scelgono il legno scuro, la lacca nera, l’oro applicato a stencil sottili, qui tutto è rosso vivo e oro a rilievo pieno. Pannelli lavorati come arazzi di legno, con divinità a cavallo di tigri, tori. Naga a più teste che si arrampicano lungo le travi. Il tetto si alza a più livelli stretti, un profilo che a Lampang contrasta nettamente con le forme più familiari dell’architettura lanna. In Myanmar, invece, l’avevo visto centinaia di volte.

Una divinità su un naga a due teste, sopra la porta
Una divinità su un naga a due teste, sopra la porta

Il Buddha e il soffitto a cassettoni

All’interno, un grande Buddha dal colore scuro, quasi bronzeo, siede sotto un’aureola dorata a forma di foglia di bodhi. Intorno a lui, statuette bianche e dorate più piccole, alcune di fattura chiaramente diversa. Probabile testimonianza di offerte fatte nel tempo da fedeli diversi, birmani e thailandesi insieme. Il soffitto sopra di lui non è a travi a vista come nei templi lanna, ma a cassettoni rossi, ciascuno con un rosone dorato al centro. È una geometria ripetuta, quasi ipnotica, che costringe lo sguardo verso l’alto invece che verso l’orizzonte.

Il grande Buddha scuro sotto l'aureola dorata a foglia di bodhi.
Il grande Buddha scuro sotto l’aureola dorata a foglia di bodhi.
Il soffitto a cassettoni rossi con rosoni dorati.
Il soffitto a cassettoni rossi con rosoni dorati.

La porta scolpita

Mi sono soffermata a lungo su una porta scolpita, ancora aperta sul cortile esterno. Due guardiani intagliati nel legno, uno in piedi su un leone mitologico, l’altro accanto a un vaso di fiori stilizzati, entrambi dorati fino all’ultimo dettaglio. Ho pensato a quanto lavoro, quanta pazienza, quanta fede in un futuro che li avrebbe visti finire quella porta. Una porta costruita da uomini lontani da casa, in un paese che non era il loro, per un dio che li avrebbe seguiti comunque.

Un dolore più netto

È qui che il dolore è tornato, più netto. Perché quegli uomini, i mercanti e gli intagliatori birmani di fine Ottocento, potevano andare e venire tra il loro paese. E questa Thailandia che li accoglieva per fare affari. Io, oggi, non posso fare lo stesso percorso al contrario. Il Myanmar che ho conosciuto — le pagode di Bagan all’alba, i monaci di Mandalay, il lago Inle che ancora devo raccontare in questo diario — è chiuso dietro un regime. Un regime che ha soffocato ogni possibilità di tornarci con la leggerezza di una turista qualunque. Restano le foto, i ricordi. E, per una strana ironia, un tempio a Lampang che mi ha restituito, per pochi minuti, quello che pensavo di aver perso.

Il grande Buddha dorato, visto dall'ingresso della sala.
Il grande Buddha dorato, visto dall’ingresso della sala.

Quello che resta, oltre i confini

Non è un caso, credo, che sia stata proprio l’architettura a farlo. Le pietre e il legno ricordano più a lungo di quanto ricordiamo noi. Sono rimasti fermi, identici, mentre i confini intorno a loro cambiavano nome, bandiera, regime. Il tempio non sa nulla della giunta che oggi governa il paese che lo ha generato. Continua semplicemente a stare lì, rosso e oro, con i suoi naga e le sue divinità sospese. Mentre intorno la politica cambia i paesi e i confini.

Sono uscita da quel cortile con una domanda che non mi aspettavo di portarmi dietro da un tempio thailandese: quanto della mia idea di «casa» dipende da un confine, da una linea che posso attraversare? E quanto, invece, può sopravvivere lontano da quel confine, in un dettaglio architettonico riconosciuto per caso a migliaia di chilometri di distanza?

Non ho ancora una risposta. Ma so che continuerò a cercarla ogni volta che incontrerò, come è accaduto qui, un pezzo di Myanmar lontano dal Myanmar. Un pezzo di mondo che, nonostante tutto, non è ancora stato possibile chiudere dentro un confine.

categorie: Lampang | Thailandia

29 Agosto 2026

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