Non ero preparata a quello che ho visto. Sono partita per Angkor Wat, in Cambogia, perché la consideravo uno dei luoghi più affascinanti del mondo. Così lo chiamano quasi tutti, con una espressione un po’ abusata da guida turistica. Poi ci sono arrivata davvero, al tramonto, e ho capito che nessuna espressione abusata gli rende giustizia. È stato un innamoramento a prima vista, di quelli che non lasciano scampo.
Mi aspettavo qualcosa di simile ai templi che avevo già visto a Tikal e a Palenque: rovine isolate, inghiottite una a una dalla foresta. Angkor Wat mi ha sorpresa in un modo completamente diverso. Non un tempio solitario, ma la soglia di un mondo. Le cinque torri a boccio di loto si sono accese di quella luce obliqua e dorata che amo. È la stessa luce che a fine giornata trasforma la pietra grigia in qualcosa di quasi caldo. Sono rimasta ferma per interi minuti, prima di riuscire a fare un solo passo.

Intorno a me i gruppi di turisti cercavano tutti la stessa inquadratura, quella con le torri riflesse nello stagno. Io mi sono seduta in disparte, sull’erba ancora calda del pomeriggio, e mi sono lasciata semplicemente catturare da quello che avevo davanti. Non ho fatto foto per i primi dieci minuti. Volevo solo che quell’immagine si fissasse da qualche parte in me, prima della macchina fotografica. Avevo attraversato il lungo viale d’accesso con la balaustra a naga, tra le persone che si affrettavano verso il punto migliore per il tramonto, e mi ero fermata a metà strada senza una vera ragione. Da lì, le torri sembravano ancora più grandi, quasi sospese sopra gli alberi che le circondano.
Angkor Wat nacque nella prima metà del dodicesimo secolo, voluto dal re Suryavarman II. I lavori durarono circa trent’anni, tra il 1113 e il 1150, l’arco dell’intero regno del sovrano. Le fonti non concordano sul numero esatto di lavoratori coinvolti. Le stime variano da poche decine di migliaia a cifre molto più alte. Tutte, però, raccontano uno sforzo che oggi definiremmo impossibile. Pietra arenaria trasportata dalle cave, in parte attraverso una rete di canali, lavorata e assemblata con tecniche che ancora oggi impressionano per precisione e quantità.

Suryavarman II dedicò il tempio a Vishnu, il dio protettore. Le cinque torri centrali non sono un capriccio estetico. Rappresentano il Monte Meru, la dimora mitica degli dèi tanto nell’induismo quanto, più tardi, nel buddhismo. L’intero complesso — gallerie, fossato, mura — è pensato come una mappa cosmica in scala, con l’acqua a simboleggiare gli oceani che circondano la montagna sacra. Resta oggi la più grande struttura religiosa del mondo per superficie, un primato che detiene da quasi novecento anni.


Ho passato più tempo del previsto nelle gallerie del primo livello. Qui la pietra racconta per centinaia di metri episodi del Mahabharata e del Ramayana, miti legati a Vishnu come la Zangolatura del Mare di Latte, scene dell’aldilà, e le campagne militari dello stesso Suryavarman II. È un registro diverso da quello che avrei visto qualche giorno dopo a Angkor Thom. Lì i bassorilievi si aprono anche alla vita quotidiana della gente comune. Qui, ad Angkor Wat, restano quasi sempre nel campo del mito e del potere regale.

Le devata — figure femminili divine scolpite sulle pareti e sui pilastri, diverse dalle apsara danzanti ma spesso confuse con loro — sono forse il dettaglio che ricordo con più tenerezza. Ce ne sono a centinaia, molte con acconciature e ornamenti diversi, come se gli scultori si fossero divertiti a non ripetersi mai. Mi sono ritrovata a cercarle una per una, quasi fosse un gioco silenzioso tra me e chi le aveva scolpite otto secoli prima.


In un altro tratto della galleria, la pietra si fa improvvisamente più densa e affollata: file su file di soldati, elefanti, carri da guerra, tutti scolpiti in un unico blocco narrativo lungo decine di metri. È la rappresentazione della battaglia di Kurukshetra, il grande scontro del Mahabharata. Guardando quei corpi intrecciati, mi sono resa conto che stavo leggendo una storia che un tempo doveva essere familiare a chi guardava quei bassorilievi, mentre io ne intuivo solo la potenza visiva, senza afferrarne fino in fondo il significato.

Dentro uno dei cortili interni, seduto a gambe incrociate, ho trovato un monaco che accoglieva i visitatori con un breve rito. Mi sono avvicinata quasi per curiosità, senza sapere bene cosa aspettarmi. Mi ha legato un nastrino intorno al polso, recitando un mantra a bassa voce. Era una lingua che non conoscevo, ma un ritmo che riconoscevo come una preghiera, in qualunque lingua venga pronunciata.

Ho tenuto quel nastrino per anni. Scolorito, consumato, ma sempre lì al polso. Poi, una mattina qualsiasi, non l’ho più trovato: si era sciolto da solo, senza che me ne accorgessi. Mi avevano detto che, secondo una tradizione, il nastrino di benedizione non va tagliato: deve sciogliersi da solo, quando ha terminato il suo compito. Non so dire se ci credo davvero. So che quando è successo, ho pensato subito ad Angkor Wat, a quel pomeriggio, a quella luce dorata sulle cinque torri.

Sono tornata al cancello d’ingresso che il sole era ormai basso sull’orizzonte. Le torri si erano fatte quasi nere contro il cielo. Non ho fotografie che rendano davvero quel momento. Ci ho provato, ma la luce cambiava troppo in fretta perché una macchina fotografica potesse tenerle il passo. Mi è rimasta solo la sensazione, che è poi quella che cercavo fin dall’inizio. Non un monumento da ammirare da lontano, ma un luogo che ti chiede di attraversarlo, di restarci dentro, di lasciarti qualcosa. Anche solo un nastrino, destinato a sciogliersi quando avrà finito il suo compito.
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