Arrivo al Longshan Temple dopo aver lasciato la sobrietà quasi austera del Chiang Kai-shek Memorial Hall — quegli spazi bianchi, ordinati, monumentali nel loro silenzio — e dopo aver attraversato la Taipei più moderna, fatta di vetro e linee pulite. Varco la soglia del tempio e vengo sommersa. Colori, dorature, intagli che si arrampicano su ogni trave, ogni colonna, ogni angolo di tetto: è come se la città, dopo avermi mostrato il suo volto composto, avesse deciso di rivelarmi anche l’altro, quello viscerale e ininterrotto da tre secoli. Mi emoziono, prima ancora di sapere perché.
Mengjia — oggi il quartiere si chiama Wanhua, ma il nome antico resiste nella toponomastica — è il punto in cui Taipei ha cominciato a esistere. Qui, all’inizio del Settecento, cominciò a prendere forma quella che sarebbe diventata la città. La leggenda della fondazione del Longshan Temple, che gli abitanti di Taiwan raccontano ancora con la cura con cui si racconterebbe di un parente, comincia con un marinaio: nel 1726 un uomo diretto a Xindian appese a un ramo di bambù, per riposarsi, il sacchetto di incenso che portava al collo, ricamato con i caratteri “Guanyin del Longshan Temple”. Di notte, si dice, il bambù cominciò a emettere una luce fosforescente. I notabili del luogo, colpiti dal segno, decisero che meritava un tempio.
Il tempio che costruirono nel 1738 non era solo un luogo di culto: era l’ambasciata spirituale di una comunità che aveva attraversato un tratto di mare che nel Settecento era un abisso, e che ancora oggi separa Taiwan dalla Cina continentale. Il nome, Longshan — “Montagna del Drago” — arriva dal tempio madre di Anhai, in Fujian, da cui i fondatori vollero portare qui, insieme all’incenso, l’effigie di Guanyin.
Per scegliere il punto esatto dove costruire, i notabili di Mengjia interpellarono un geomante, Zhang Chayuan, che individuò nel terreno una configurazione particolare: la chiamò “美人穴”, la grotta della bella donna. Per proteggerne il feng shui, davanti al tempio venne scavato uno specchio d’acqua — “la bella che si guarda allo specchio” — e si racconta che da quel bacino, guardando in direzione di due templi lontani, Huiji Gong sul monte Zhishan e Yuantong Si, gli abitanti di Mengjia potessero prevedere gli incendi: se si vedevano fiamme riflesse in entrambe le direzioni, un incendio era in corso da qualche parte in città. Lo specchio d’acqua vegliò sul quartiere fino al 1919, quando venne interrato per aprire una nuova strada; il terreno diventò un parco — oggi il Parco di Mengjia — che il tempio stesso donò all’amministrazione cittadina.

Il tempio che ho visto porta i segni di almeno quattro rifondazioni. Nel 1815 un terremoto lo rase quasi completamente al suolo, risparmiando solo il piedistallo della statua. Nel 1867 fu un tifone a sventrarne i muri. Poi, nel 1919, quando le colonne erano ormai divorate dalle termiti e gli affreschi si sfaldavano, il monaco Fuzhi donò l’intero suo risparmio di una vita — settemiladuecento dollari dell’epoca — per avviare la ricostruzione più grande nella storia del tempio: quattro anni di lavori, sotto la guida del maestro artigiano Wang Yishun, chiamato apposta dal Fujian, che trasformò l’edificio in mattoni e legno in un complesso in stile palaziale, con le colonne di pietra scolpite a draghi e le travi dorate che si vedono ancora oggi. Fu quella ricostruzione, completata nel 1924, a dare al Longshan Temple l’aspetto quasi imperiale che lo rende oggi uno dei templi più fotografati di Taiwan.


Poi arrivò la notte dell’8 giugno 1945. Gli Alleati, colpendo Taipei sotto occupazione giapponese, scambiarono la sala principale del tempio per la sede del governatorato e vi fecero cadere sopra le bombe incendiarie. Il tetto crollò, le colonne si spaccarono, l’ala orientale bruciò fino alle fondamenta. Ogni statua andò distrutta — tranne una. Il mattino dopo, quando gli abitanti tornarono con l’acqua per spegnere gli ultimi focolai, trovarono Guanyin ancora seduta sul suo trono di loto: il viso annerito dal fumo, ma il corpo intatto, non scalfito nemmeno di un filo.
C’è un dettaglio, in questa storia, che mi ha raccontato la guida: quella notte, per la prima volta, nessuno degli abitanti si era rifugiato sotto l’altare, come faceva sempre durante i bombardamenti. Qualcuno dice che fu la dea a metterli in guardia. Qualcuno, più prosaicamente, che quella sera la zona sotto la tavola era invasa dalle zanzare.
La ricostruzione, questa volta, richiese dieci anni di attesa: il Paese usciva dalla guerra troppo povero per permettersi di muoversi in fretta. Solo nel 1955 Wang Shinan, figlio adottivo del nipote dello stesso maestro Wang Yishun che aveva firmato la grande ricostruzione del 1920, riprese in mano il progetto originale e rialzò la sala centrale esattamente come l’aveva lasciata suo prozio. Il tempio riaprì nel 1959: una continuità artigianale lunga tre generazioni, per restituire alla città lo stesso profilo di tetti e draghi che il maestro aveva disegnato trent’anni prima.


Cammino tra i tre corpi del tempio, collegati dai corridoi laterali dove pendono le lanterne gialle dipinte a mano, e penso a quante mani diverse, in quasi trecento anni, hanno toccato queste stesse colonne. I devoti che sfogliano i libri di sutra appoggiati sull’altare, gli anziani che si inchinano davanti a Zhusheng Niangniang, la protettrice della fertilità, o davanti a Yue Lao, il vecchio sotto la luna a cui ci si rivolge per trovare l’amore, non stanno semplicemente visitando un monumento. Stanno continuando una conversazione iniziata prima che Taipei fosse una città.



Fuori, oltre il muro di mattoni rossi, un albero enorme allunga i rami sopra la cresta del tetto, quasi a proteggerla. Dietro, i grattacieli della Taipei contemporanea si affacciano indifferenti.
Resto un momento a guardare quel ramo che sfiora le tegole smaltate. Mi colpisce quella vicinanza inattesa: il sacro e il moderno che convivono nello stesso spazio, così vicini che nessuno dei due sembra aver bisogno di arretrare.
