Il tempio di Kapaleeshwarar a Chennai

Fiori nei capelli, lampade di fuoco e una soglia che non ho attraversato

In quel viaggio nell’India del sud, ogni mattina l’autista mi portava dei fiori per metterli tra i capelli. È stato uno dei gesti più belli di tutto il viaggio. Li avevo addosso anche la sera in cui sono arrivata al tempio di Kapaleeshwarar a Chennai, nel quartiere di Mylapore.

Ci si arriva dalla strada, tra motorini parcheggiati, lampioni e fili elettrici. Poi, in fondo, compare il gopuram: una montagna di dèi dipinti che sale verso il cielo. Poco più in là la luce passa dalla porta della torre e, sotto un’altra porta, una donna in sari giallo stava entrando proprio in quel momento.

A metà della torre, un’insegna gialla porta un’immagine semplice: un lingam e, accanto, un pavone. È la storia del tempio condensata in un segno, e l’ho capita solo dopo.

Il gopuram visto dalla strada di Mylapore; una donna in sari giallo entra nel tempio
Il gopuram visto dalla strada di Mylapore; una donna in sari giallo entra nel tempio

Il pavone e la dea: la leggenda del tempio di Kapaleeshwarar

Si racconta che un giorno, sul monte Kailash, Shiva stesse spiegando a Parvati il significato di un mantra sacro. Lei si distrasse, rapita dalla danza di un pavone. Shiva, offeso, la condannò a rinascere sulla terra proprio in forma di pavonessa.

Parvati arrivò qui, sulla costa, e cominciò ad adorare un lingam all’ombra di un albero di punnai. Pregò a lungo, finché Shiva la liberò dalla maledizione e le restituì il suo aspetto. Da allora il luogo si chiama Mylai, da mayil, pavone in tamil. E la dea venerata nel tempio porta il nome di Karpagambal, la signora dell’albero che esaudisce i desideri.

Bancarella di fiori sotto il gopuram di Murugan e donne in sari nel cortile del tempio
Bancarella di fiori sotto il gopuram di Murugan e donne in sari nel cortile del tempio

Pensavo a questa storia camminando tra le bancarelle sotto il gopuram di Murugan. Ghirlande, petali sciolti, piccoli mazzi da lasciare agli dèi. Il colore passava di mano in mano, dai cesti dei venditori ai sari delle donne nel cortile. Una dea punita per essersi incantata davanti alla bellezza: in un luogo così colorato, mi è sembrata una colpa molto umana.

Il gopuram e la testa di Brahma

Il gopuram principale nella luce del tramonto e i fedeli seduti ai suoi piedi
Il gopuram principale nella luce del tramonto e i fedeli seduti ai suoi piedi

Al tramonto il gopuram diventa d’oro. Ogni figura prende luce: dèi, saggi, animali, scene intere scolpite una sopra l’altra fino alla cima. È più giovane di quanto sembri: la torre, alta una quarantina di metri, fu costruita nel 1906.

Il nome del tempio, invece, viene da una storia molto più antica. Kapala significa cranio, Ishvara signore. Brahma, orgoglioso di avere cinque teste come Shiva, si era montato la testa, letteralmente. Shiva gliene staccò una. Kapaleeshwarar è il signore che tiene in mano quel cranio: il dio che taglia l’arroganza.

Ai piedi della torre la gente siede per terra, all’ombra di una tettoia di lamiera. C’è chi guarda il telefono, chi aspetta, chi semplicemente sta. Il tempio non è un luogo dove si entra e si esce: è un luogo dove si resta.

Un tempio che è stato spostato

Anche le pietre hanno una storia di esilio. Il primo tempio di Kapaleeshwarar, citato nei canti dei santi shivaiti del VII secolo, sorgeva più vicino al mare. Secondo la tradizione fu distrutto nel Cinquecento, quando arrivarono i portoghesi. Fu ricostruito qui, un po’ più all’interno, dai sovrani di Vijayanagara.

Guardandolo oggi non si direbbe. Sembra cresciuto dalla terra, come se fosse lì da sempre.

Dentro il recinto: pavoni, un mandala e una vasca sacra

Il santuario di Singaravelar, Murugan con la lancia, con i pavoni sul tetto
Il santuario di Singaravelar, Murugan con la lancia, con i pavoni sul tetto

Nei cortili interni i santuari minori si susseguono uno dopo l’altro. Sul tetto di quello dedicato a Murugan i pavoni sono ovunque, scolpiti e dipinti di blu. Qui, dice la tradizione, Murugan ricevette dalla madre Parvati la sua lancia sacra, la vel. Davanti al santuario la gente passava a piedi scalzi: un uomo con il dhoti arancione, una bambina vestita di rosa, una donna con uno scialle blu sulle spalle.

Il mandala dipinto sul soffitto di un padiglione, con la sillaba Om in tamil al centro
Il mandala dipinto sul soffitto di un padiglione, con la sillaba Om in tamil al centro

Poi ho alzato gli occhi. Sul soffitto di un padiglione c’era un grande mandala dipinto, con cerchi concentrici, petali e al centro la sillaba Om scritta in tamil. Dentro la sillaba, a guardarla bene, era dipinta la vel, la lancia di Murugan. Io i mandala li dipingo e, ogni volta che ne incontro uno durante un viaggio, è come se ritrovassi qualcosa che mi appartiene.

L'ombra delle colonne di pietra e la zattera del Theppam sulla vasca sacra al tramonto
L’ombra delle colonne di pietra e la zattera del Theppam sulla vasca sacra al tramonto

Tra le colonne di pietra l’ombra era fresca, quasi scura dopo tanto colore. Oltre, la vasca sacra rifletteva l’ultima luce. Vicino alla riva era ormeggiata una zattera con sopra un piccolo tempio dipinto. Ogni anno, durante i tre giorni della festa del Theppam, le statue degli dèi vengono portate sull’acqua e girano intorno al padiglione al centro della vasca.

C’è anche un’altra storia legata a questo tempio. Una ragazza di nome Poompavai era morta per il morso di un serpente. Il giovane santo Sambandar cantò un inno a Kapaleeshwarar e la ragazza tornò in vita. Qui la poesia, a quanto pare, può ancora risvegliare i morti.

Sambandar è uno dei sessantatré santi shivaiti del Tamil Nadu. Nella festa più importante del tempio, l’Arupathimoovar, le loro statue seguono quella di Kapaleeshwarar in processione per le strade di Mylapore.

La puja serale, fuori dalla soglia

Il santuario di Ganesha danzante e il cartello che vieta di fotografare le divinità
Il santuario di Ganesha danzante e il cartello che vieta di fotografare le divinità

Un cartello lo diceva chiaramente: vietato fotografare le divinità. Nella parte più interna del tempio non si poteva entrare. C’era però un angolo, fuori, dove anche chi veniva da lontano poteva fare la sua offerta.

Ho lasciato quello che si lascia fuori, fiori e lumini. E ho avuto la fortuna di assistere alla puja serale: la musica sacra, la cerimonia di purificazione, le lampade di fuoco agitate davanti alla divinità.

La mia offerta di fiori e lumini, fuori dalla soglia, durante la puja serale
La mia offerta di fiori e lumini, fuori dalla soglia, durante la puja serale

In quel momento ho provato soprattutto un senso di grande rispetto. Non avevo bisogno di capire tutto quello che stava accadendo: bastava assistere, con discrezione.

Certe soglie restano chiuse e proprio per questo il sacro conserva il suo peso. Chi sta fuori non è escluso: offre da un altro punto.

Quello che mi è rimasto

Del tempio di Kapaleeshwarar mi porto dietro una dea diventata pavone per amore della bellezza, e un fiore dato ogni mattina senza chiedere niente. Il sacro del Tamil Nadu non abita solo dentro i templi. A volte arriva la mattina, in macchina, intrecciato in un filo di fiori.

Se pensi di andare

29 Settembre 2026

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