Il tempio che stringevo tra due dita, poche ore prima, adesso mi sovrasta. Cammino verso Borobudur nella luce piena del mattino. La sagoma che avevo visto affiorare dalla nebbia si è trasformata in una montagna di pietra grigia. È alta più di trenta metri, con centinaia di piccole guglie che si stagliano contro il cielo ormai limpido. Mi fermo ai piedi della prima terrazza, la testa piegata all’indietro, per provare a vederne la cima. L’aria profuma di pietra calda e di erba tagliata, e da qualche parte, alle mie spalle, sento ancora la musica del gamelan che si allontana piano.

Quando sono arrivata a Giava, era appena finita l’era Covid e non era possibile salire fino in cima. Per proteggere la pietra dall’usura dei visitatori, l’accesso alla parte superiore era limitato, e a me fu permesso soltanto camminare intorno alla base. Il perimetro del monumento è diventato così un lungo corridoio a cielo aperto. All’inizio mi è dispiaciuto. Poi ho capito una cosa: girare intorno a qualcosa, invece di conquistarne subito la sommità, è già un modo di guardarlo con più attenzione.


Borobudur non è un tempio nel senso in cui lo intendiamo di solito. Non ha una cella, un altare, uno spazio chiuso per il culto. È un mandala tridimensionale da percorrere, costruito attorno a una collina naturale tra l’VIII e il IX secolo. Cinque terrazze quadrate sostengono tre piattaforme circolari, coronate da un’unica grande stupa centrale. Ogni livello corrisponde a una tappa del cammino buddhista: il mondo del desiderio alla base, quello della forma nelle terrazze quadrate, il vuoto senza forma nei cerchi più alti.
Sulle pareti e sulle balaustre sono scolpiti 2.672 pannelli, tra scene narrative e motivi decorativi: una delle più grandi collezioni di bassorilievi buddhisti al mondo. Camminando lungo il perimetro, sfilano davanti ai miei occhi scene di vita quotidiana: elefanti, danzatrici, imbarcazioni, episodi delle vite precedenti del Buddha. Non riesco a leggerli tutti in ordine, come vorrebbe la tradizione, che li vuole percorsi in senso orario, un pannello dopo l’altro, come fanno ancora oggi i pellegrini. Mi limito a fermarmi dove qualcosa cattura lo sguardo: una figura, un gesto scolpito nella pietra vulcanica scura, una scena che sembra ancora in movimento dopo dodici secoli. In un pannello, una fila di danzatrici sembra muoversi appena, i fianchi inclinati tutti nella stessa direzione. In un altro, una nave a vela intera solca onde di pietra, ed è difficile non pensare ai marinai che, secoli fa, hanno davvero attraversato quei mari.



Nelle nicchie ad arco, lungo ogni terrazza, siedono le statue del Buddha. Sono cinquecentoquattro in tutto, ciascuna con le mani disposte in una posizione diversa a seconda del punto cardinale verso cui guarda. Alcune hanno perso la testa nei secoli. Altre sono intatte, il volto sereno rivolto verso la pianura. Le settantadue statue delle piattaforme circolari più alte sono racchiuse dentro piccoli stupa forati a rombi. Da fuori si vedono solo a pezzi, attraverso le aperture di pietra: un ginocchio, una spalla, mai il corpo intero.
Mi fermo davanti a una di questi stupa perforati, la pietra ancora fredda all’ombra nonostante il sole già alto. Provo a inquadrare la statua che custodisce, cercando l’angolo giusto attraverso i fori, muovendo la testa di pochi centimetri finché il suo volto non appare intero per un istante. È come guardare qualcosa che non vuole mostrarsi per intero, che si concede solo a frammenti. Un po’ come la storia di questo posto: per secoli nascosto dalla vegetazione e dai depositi vulcanici, riscoperto nel 1814. Restaurato tra il 1973 e il 1983 grazie a una grande campagna internazionale sostenuta dall’UNESCO, pietra dopo pietra.

Più cammino, più imparo a guardare i dettagli invece dell’insieme. Le mani dei Buddha raccontano qualcosa anche a chi non conosce il loro significato: alcune sono aperte verso l’alto, altre toccano appena la terra, altre ancora si sfiorano tra loro come in un gesto di insegnamento. Sui bassorilievi più bassi, vicino ai miei piedi, compaiono scene quotidiane che sembrano più vicine a me di quanto pensassi: mercati, imbarcazioni cariche, animali da soma, donne che portano ceste sulla testa.
Capisco, camminando, che Borobudur non va semplicemente ammirato da lontano. Va letto da vicino, riga dopo riga di pietra, come un libro troppo grande per essere sfogliato tutto in una volta. Penso al racconto che mi ha fatto la guida, poche ore prima, sui tre livelli del cammino buddhista: il mondo del desiderio, quello della forma, il vuoto senza forma. Camminando lungo queste pareti, quelle parole smettono di essere teoria e diventano pietra sotto le dita. Ogni volta che mi fermo, scopro un dettaglio nuovo che prima mi era sfuggito.
Mi torna in mente un romanzo che ho letto prima di partire: La suite di Giava di Jan Brokken. Un viaggio nella memoria e nelle molte anime dell’Indonesia, tra musica, colonialismo, incontri e le atmosfere senza tempo di Borobudur.
Cammino tutto intorno alla base. A me, un giro completo richiede più di un’ora, con la pietra già calda sotto i piedi e il sole che sale sempre più alto. Da qui in basso, il tempio non si lascia mai vedere tutto insieme. Ogni angolo che giro ne rivela un pezzo diverso: una prospettiva nuova sulle guglie, sulle terrazze, sui volti di pietra che si ripetono e non si somigliano mai davvero. Incrocio pochi altri visitatori. Ognuno cammina al proprio ritmo, la testa alzata, in un silenzio che sembra rispettoso più che imposto.
Non sono salita fino alla cima, quella mattina. Tornando verso l’uscita, capisco che va bene così. Ho girato intorno a Borobudur invece di scalarlo, un passo alla volta, con la stessa pazienza con cui, poche ore prima, avevo aspettato che il sole lo facesse emergere dalla nebbia. Forse era proprio questo il gesto che quel tempio mi chiedeva: non conquistarlo dall’alto, ma lasciarsene condurre intorno, tenendolo sempre a portata di sguardo, come quella mattina, quando lo tenevo stretto tra due dita.
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