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C’è un momento che ricordo bene del mio viaggio a Taiwan. Avevo chiesto alla guida, quasi distrattamente, come si vivesse la questione dello status di Taiwan. Mi aspettavo una risposta, magari cauta, ma diretta.
Invece arrivò qualcosa di diverso. Poche frasi misurate, poi un piccolo silenzio e subito un cambio di argomento.
All’inizio pensai fosse semplice prudenza. Poi, ripensandoci, mi sono chiesta se non ci fosse qualcosa di più profondo. Forse quando una questione resta irrisolta per decenni, si finisce per imparare a parlarne senza nominarla davvero.
Taiwan mi è sembrata così fin dal primo viaggio: un luogo che, nella vita quotidiana, non ha nulla di provvisorio. Ha un governo democraticamente eletto, una propria moneta, istituzioni funzionanti, un’economia tra le più avanzate dell’Asia e un’identità sempre più distinta. Eppure, sul piano internazionale, la sua esistenza politica rimane sospesa.
È questa la contraddizione che ho cercato di capire: lo status di Taiwan resta oggi uno dei nodi irrisolti più delicati dell’Asia orientale.
La storia comincia nel 1949, quando i nazionalisti del Kuomintang, sconfitti nella guerra civile dai comunisti di Mao Zedong, si ritirarono sull’isola e vi trasferirono il governo della Repubblica di Cina.
Da allora Taiwan ha seguito una propria strada. Nel tempo ha costruito istituzioni democratiche e nel 1996 ha tenuto le prime elezioni presidenziali dirette. È diventata una delle economie più avanzate dell’Asia, soprattutto grazie alla sua industria tecnologica e alla produzione di semiconduttori.
Eppure quella separazione non è mai stata formalizzata in modo definitivo.
Pechino continua a considerare Taiwan parte del proprio territorio e presenta la riunificazione come una prospettiva storica inevitabile. Per il governo cinese esiste una sola Cina e Taiwan non può avere un’esistenza politica separata.
Ma dentro l’isola qualcosa è cambiato profondamente.
Secondo l’ultimo dato disponibile della National Chengchi University, riferito alla fine del 2025, il 62% degli intervistati si identifica come taiwanese, mentre soltanto il 2,5% si definisce esclusivamente cinese. Il 31,7% mantiene invece un’identità doppia, taiwanese e cinese.
Leggendo questi numeri, ho ripensato alla mia guida. Quell’esitazione, forse, non era soltanto prudenza. Raccontava anche la normalità di una domanda alla quale, per Taiwan, non esiste una risposta semplice.
Negli ultimi anni Pechino ha aumentato la pressione intorno all’isola. Gli aerei militari cinesi attraversano con grande frequenza la zona di identificazione della difesa aerea taiwanese, la ADIZ, che non coincide con lo spazio aereo sovrano dell’isola. Intorno a Taiwan si moltiplicano inoltre le esercitazioni navali e le attività della guardia costiera.
È una pressione che non segue però una linea sempre crescente.
Nel 2026 l’attività militare cinese ha mostrato forti oscillazioni. C’è stato un calo complessivo rispetto al 2025, che gli osservatori non sanno ancora spiegare del tutto, mentre altre forme di pressione — come le operazioni della guardia costiera nelle acque intorno a Kinmen — sono rimaste stabili o sono aumentate.
La sensazione, guardando il quadro nel suo insieme, è che non ci sia una sola lancetta a misurare la tensione. Ce ne sono diverse, e si muovono indipendentemente.
Un esempio mi ha colpita in particolare. Durante il vertice tra Donald Trump e Xi Jinping, il 14 e 15 maggio 2026, l’attività aerea cinese intorno a Taiwan si è quasi fermata. È poi ripresa nei giorni successivi, fino a raggiungere, entro la fine del mese, il livello più alto dell’anno.
È difficile non pensare a quanto poco Taiwan possa controllare gli equilibri che riguardano la propria sicurezza.
Ad aprile, poche settimane prima del vertice, Xi Jinping aveva ricevuto a Pechino Cheng Li-wun, presidente del Kuomintang, il principale partito d’opposizione taiwanese. Era il primo incontro tra il leader del KMT e il segretario generale del Partito Comunista Cinese in quasi dieci anni.
Quando ho letto la notizia, la prima impressione fu quella di un’apertura. Poi, guardandola meglio, mi sono accorta di quanto fosse selettiva.
Cheng Li-wun non è la presidente di Taiwan. È la leader dell’opposizione, storicamente favorevole a rapporti più stretti con Pechino. La presidente eletta Lai Ching-te, invece, viene ancora definita dal governo cinese una «separatista» e con lei non esiste un dialogo politico diretto.
Pechino, insomma, ha scelto di parlare con chi, almeno su questo punto, non mette in discussione la propria narrazione.
Dall’altra parte c’è Washington.
Gli Stati Uniti sono il principale interlocutore esterno da cui Taiwan si aspetta sostegno alla propria sicurezza, ma non esiste un trattato di mutua difesa che obblighi formalmente gli americani a intervenire in caso di attacco.
Anche qui, dunque, c’è un’altra forma di ambiguità.
Washington continua a rafforzare i rapporti militari con Taiwan. Nel dicembre 2025 è stato notificato al Congresso un pacchetto di armi da 11,1 miliardi di dollari, il più grande mai approvato per Taiwan.
Ma nello stesso tempo l’amministrazione Trump mantiene aperto il rapporto diretto con Xi Jinping e non chiarisce quale sarebbe la risposta americana nel caso di un conflitto.
È la cosiddetta «ambiguità strategica»: una politica nata proprio per non dare a Pechino la certezza che un attacco a Taiwan sarebbe privo di conseguenze e, nello stesso tempo, per non incoraggiare Taiwan a dichiarare unilateralmente l’indipendenza.
Oggi, però, quella vecchia ambiguità sembra essersi fatta ancora più complessa. Taiwan è dentro una relazione tra le due grandi potenze che non controlla e nella quale i suoi interessi possono intrecciarsi con questioni molto più vaste.
Ed è forse questa la parte della storia che mi ha colpita di più: Taiwan deve affidarsi a equilibri che vengono continuamente negoziati altrove.
A un certo punto, pensando a tutto questo, mi è tornato in mente il mio lavoro.
Da psicoterapeuta, conosco il concetto di perdita ambigua. È quello che descrive le situazioni in cui non esiste una certezza definitiva: qualcosa è contemporaneamente presente e assente, vicino e lontano, finito e non finito. E proprio perché manca una conclusione, diventa difficile elaborare fino in fondo ciò che è accaduto e immaginare con chiarezza ciò che verrà.
Naturalmente Taiwan non è un individuo, e una situazione geopolitica non può essere spiegata attraverso una categoria clinica. Ma ho trovato quel concetto utile per capire una sensazione che avevo già incontrato durante il viaggio.
Quando una condizione di incertezza dura abbastanza a lungo, può smettere di essere percepita come un’emergenza e diventare semplicemente il modo in cui si vive.
Forse è questo che avevo colto nella risposta della mia guida. Non la paura di dire qualcosa di sbagliato, ma l’abitudine a convivere con una domanda che non ha una risposta definitiva.
Ripenso ancora a quel momento. Alla mia domanda quasi casuale, alla risposta breve della guida, a quel cambio di argomento arrivato subito dopo.
Allora l’avevo interpretato come cautela politica.
Oggi penso che fosse anche qualcos’altro: la traccia di un’abitudine che si sviluppa quando si vive per decenni dentro un’incertezza che nessuno sa quando finirà — si smette di cercare parole definitive.
Non perché non si sappia che cosa si è.
Ma perché si è imparato che, su quella domanda, nessuna parola può essere davvero definitiva.
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