Prima di partire per Singapore avevo letto Il cielo di Singapore di Sharlene Teo. È la storia di tre donne, le cui vite si intrecciano a distanza di anni, sullo sfondo di una città che cambia pelle in continuazione. Ma non riesce mai a liberarsi del tutto dei suoi fantasmi. Mi era rimasta addosso un’idea precisa: sotto il vetro e l’acciaio di Singapore c’è ancora spazio per gli dèi di casa, per i riti tramandati di generazione in generazione. Camminando verso i templi di Chinatown, ho capito che quell’idea non era solo letteratura.
Chinatown è incastonata tra i grattacieli a specchio del distretto finanziario e le shophouse basse di South Bridge Road. Per assurdo, non è soltanto un quartiere religiosamente cinese. È qui che si trovano due dei templi di Chinatown più sorprendenti dell’isola: tra un negozio di tè e un banco di frutta, che si trova il tempio induista più antico dell’isola. A poche centinaia di metri sorge uno dei templi buddisti più recenti e sfarzosi del sud-est asiatico. Basta attraversare la strada, tra l’odore di incenso e quello di spezie che escono dai ristorantini, per passare da un mondo sacro all’altro.
Lo Sri Mariamman Temple si annuncia da lontano con il suo gopuram, la torre d’ingresso a cinque livelli. È dipinta e ridipinta ogni pochi anni, coperta di divinità, animali sacri e figure che sembrano arrampicarsi le une sulle altre fino al cielo. Il tempio fu fondato nel 1827 da Naraina Pillai, un funzionario originario di Penang in Malesia e appartenente alla comunità originaria del Tamil Nadu. È dedicato a Mariamman, la dea guaritrice che la tradizione considera capace di portare la pioggia e di allontanare le malattie.


Mi sono fermata un attimo proprio lì a guardare dentro: buio, oro, il bagliore di qualche candela accesa in fondo alla sala. Ogni anno, tra ottobre e novembre, qui si celebra il Thimithi, la festa della camminata sui carboni ardenti. I devoti attraversano a piedi nudi un tappeto di brace, in un gesto che è insieme prova di fede e teatro collettivo. Sri Mariamman è monumento nazionale dal 1973. Ma per la comunità tamil di Singapore resta prima di tutto un luogo vivo, un punto fermo per chi arriva da lontano e ha bisogno di ritrovare un pezzo di casa.
A pochi passi, Il Buddha Tooth Relic Temple non ha l’aria di un edificio antico e infatti è stato inaugurato nel 2007. Lo stile è quello Tang in Cina: tetti spioventi su cinque piani, colonne rosse, decorazioni dorate. Molte delle travi in legno sono state assemblate con tecniche di falegnameria tradizionale cinese, incastro su incastro; le colonne portanti, invece, sono in cemento rivestito di legno, una scelta pratica per resistere al clima tropicale. È un omaggio a un’epoca d’oro del buddismo cinese, ricreata da zero nel cuore di una città-stato del Duemila.

Le bandiere di preghiera, cinque colori tesi tra le colonne dell’ingresso, sventolano sopra due guardiani di pietra. Al piano terra si prega, tra statue di Buddha e altari secondari. Il tempio custodisce anche quello che i devoti venerano come il dente canino sinistro del Buddha. La tradizione narra che sia stato recuperato dalla sua pira funebre a Kushinagar, in India. Oggi è conservato in una stupa d’oro massiccio al quarto piano, costruita con oltre trecento chili d’oro donati in gran parte dai fedeli. L’ultimo piano si apre invece sul giardino della Pagoda dei Diecimila Buddha, da cui si vede tutta Chinatown allargarsi verso i grattacieli.
Mi ha colpito la distanza tra questi due templi di Chinatown: pochi minuti a piedi. Due fedi, due tradizioni approdate a Singapore da rotte diverse dell’Asia, cresciute fianco a fianco nello stesso isolato.
Ho lasciato Chinatown a piedi, per andare verso il fiume. Bastano pochi minuti perché il paesaggio cominci a cambiare completamente. Le shophouse basse sono sparite, sostituite da vetro e acciaio: il Merlion sputa acqua tra le palme, con lo skyline di Raffles Place che gli fa da sfondo — HSBC, Maybank, Straits Trading, uno sopra l’altro come se si contendessero il cielo. Poco più avanti, le tre torri del Marina Bay Sands reggono la loro piattaforma sospesa, quasi un miraggio, un’astronave atterrata sopra la città. Ho proseguito fino all’Esplanade, il teatro dalla forma di durian che si specchia nell’acqua della baia insieme ai grattacieli del Marina Centre.



È stato in quel tragitto — pochi minuti a piedi, due mondi — che ho capito per la prima volta cosa intendesse davvero Sharlene Teo quando scriveva di una città che cambia pelle senza sosta. Singapore non sceglie tra il tempio e la torre: li mette fianco a fianco, li lascia parlare tra loro, e lascia a chi cammina il compito di tenerli insieme.
Ma c’è un’altra Singapore che quasi nessuno fotografa: quella vista da una spiaggia, in una foschia così fitta da appiattire tutto sul grigio, con le ciminiere di una raffineria che spuntano come aghi tra le petroliere ancorate al largo. Nessun tempio, nessuna torre di vetro: solo container, gru, sagome nella foschia di smog e umidità. È da questa Singapore industriale che arriva una parte della ricchezza energetica e commerciale che poi ritroviamo, trasformata in vetro e acciaio, nello skyline di Marina Bay.

Qui il sacro non è un residuo del passato conservato sotto vetro: convive, si adatta, si lascia fotografare accanto a un cartellone pubblicitario senza perdere nulla della sua serietà. Ed è esattamente lo stesso equilibrio precario e vivo che avevo trovato, poche settimane prima, tra le pagine del romanzo di Sharlene Teo. Anche nei templi di Chinatown, come nel libro, il passato non se ne va mai del tutto: si sposta di qualche isolato, cambia forma, e resta lì ad aspettare chi ha voglia di fermarsi a guardarlo.
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