Vietnam, mi sono innamorata delle sue strade

Tra caschi, cappelli conici e la bussola di Terzani

Nel prepararmi al mio viaggio in Vietnam c’è una voce che mi ha accompagnata è stata quella di Tiziano Terzani. Ho letto ogni suo reportage sull’Asia. In Pelle di leopardo descrive le strade del Vietnam come una carta geografica a chiazze, colorata diversamente a seconda di quale fazione controllasse una zona. Io ho scelto di non visitare nulla che richiamasse quella guerra: volevo liberare il mio Vietnam da un’eredità storica troppo pesante.

Il teatro della strada

Ed è proprio nelle strade del Vietnam che ho trovato il paese vero, quello che nessun libro poteva raccontarmi fino in fondo. L’iconografia degli anni Settanta è ancora ovunque: il cappello verde in stile coloniale dei militari, e il nón lá, cappello conico di foglie su una struttura di bambù, che contadine e contadini portano ancora come un secondo cranio. Alle biciclette di un tempo si sono sostituiti scooter e motorini a migliaia.

Ho scoperto per caso un dettaglio che mi ha colpita quasi più di ogni monumento. Le ragazze che guidano lo scooter indossano lunghi guanti fino al dorso della mano, e alcune si avvolgono le gambe in coperte improvvisate mentre sono in sella. La pelle scurita dal sole, mi hanno spiegato, è associata a chi lavora nei campi: così molte donne cercano di restarne lontano, anche con costose creme schiarenti.

Il rumore di quel teatro è ininterrotto, ma si impara a leggerlo. Il clacson, sulle strade vietnamite, è un avviso: sto arrivando, spostati un poco. Ci ho messo giorni a abituarmi alla colonna sonora di un intero paese in movimento.

Attraversare, un esercizio di presenza

Attraversare le strade di Hanoi o di Ho Chi Minh City è stato un vero esercizio di presenza mentale. Nessun semaforo ti salva davvero: bisogna leggere il flusso continuo di scooter e tuk tuk, avanzare di un passo, aspettare uno spiraglio, fare una piccola corsa. Solo allora si tocca il marciapiede opposto. Le strisce pedonali, l’ho capito presto, sono più un’indicazione poetica che una promessa di sicurezza.

L'incrocio sotto il cavalcavia, un mare di scooter fermo al semaforo
L’incrocio sotto il cavalcavia, un mare di scooter fermo al semaforo

Un giorno ho contato tre persone sedute su un solo scooter, caschi coloratissimi calcati in testa: una mano sul fianco, un braccio intorno alla vita, nessuno che sembrasse preoccupato.

Tre passeggeri, un solo scooter, caschi colorati
Tre passeggeri, un solo scooter, caschi colorati

Il marciapiede, quando non è occupato dai motorini in sosta, diventa vetrina. Ho visto un calzolaio lavorare con arnesi elettrici, alimentati da un cavo teso sopra la testa dei passanti. Ho visto un barbiere all’aperto bastare a se stesso: una sedia pieghevole, uno specchio appeso a un muro, una presa elettrica condivisa tra phon e ventilatore.

Barbiere all'aperto, tutto l'occorrente su un muro bianco
Barbiere all’aperto, tutto l’occorrente su un muro bianco

Chi si concede una pausa su un muretto può farsi fare una pedicure lì. In un vicolo ho visto una donna massaggiare la fronte e le tempie di un uomo su una sedia da giardino, occhi chiusi, collo abbandonato all’indietro. Le strade del Vietnam non separano mai la vita privata da quella pubblica: riparano un motore o un mal di testa con la stessa naturalezza.

Pedicure al parco, nella totale indifferenza di chi passa
Pedicure al parco, nella totale indifferenza di chi passa
Un massaggio al naso, tra le merci di un negozio
Un massaggio al naso, tra le merci di un negozio

Il mercato che respira ancora

A pochi passi dal traffico, un altro mondo si apre sull’asfalto bagnato: il mercato del pesce. Ceste di granchi blu ancora vivi, vassoi di gamberi grigi che luccicano, vongole ammucchiate come sassolini. Le venditrici lavorano accovacciate su sgabelli bassi, mani rapide che spostano pesci e conchiglie da un catino all’altro. Non c’è banco refrigerato: c’è solo l’acqua che scorre sul marciapiede e l’odore forte del mare arrivato ogni mattina dalla costa.

Granchi blu ancora vivi, chele legate con fili d'erba
Granchi blu ancora vivi, chele legate con fili d’erba
banco del pesce: vongole, gamberi, filetti appena tagliati
banco del pesce: vongole, gamberi, filetti appena tagliati

Poco distante, un uomo intreccia foglie di palma, seduto su un blocco di cemento davanti alla sua bicicletta. Piccoli uccelli e fiori verdi nascono tra le sue dita, lo fa per venderli a chi si ferma incuriosito.

Foglie di palma intrecciate in piccoli uccelli
Foglie di palma intrecciate in piccoli uccelli

Non lontano, un altro mercato si rovescia sull’asfalto: germogli di bambù appena sbucciati, ammucchiati a centinaia, e ceste di jackfruit dal profumo dolciastro. Una donna in giacca a quadri soppesa i frutti a mani nude, china sotto il peso della schiena.

Germogli di bambù appena sbucciati e ceste di jackfruit
Germogli di bambù appena sbucciati e ceste di jackfruit

Phở, fiori e dolcezza

Lungo un canale silenzioso, una venditrice con un cappello a tesa larga prepara il cao lau, la specialità di Hoi An: noodles spesse, maiale grigliato, verdure fresche prese da ceste appese a un’arcata di bambù. Il prezzo, scritto a mano su un cartello, dice 25.000 dong.

Il banco del cao lau su un canale a Hoi An
Il banco del cao lau su un canale a Hoi An

A metà mattina il richiamo più forte non è visivo, è olfattivo: il brodo del phở che sobbolle in una pentola di alluminio. Una donna prepara a mano lunghe strisce di pasta di riso fresca, davanti a un uomo già chino sulla ciotola, bacchette in movimento veloce. Attorno, gli sgabelli di plastica bassi diventano tavoli, sedie, tutto insieme.

Pasta di riso fresca preparata a mano per il phở
Pasta di riso fresca preparata a mano per il phở

E poi, in mezzo al caos di motorini e clacson, l’immagine più delicata del viaggio: un uomo che spinge una bicicletta sommersa di gigli bianchi avvolti nel cellophane, così tanti da nascondere quasi il manubrio.

Una bicicletta carica di gigli bianchi
Una bicicletta carica di gigli bianchi

Il tè e il tempo che si ferma

Anche il commercio più antico, quello contadino, si svolge per strada. Donne con il cappello conico e la bilancia sulle spalle trasportano ceste cariche di ogni raccolto: il chôm chôm, ricoperto di peli rossi, e il thanh long, rosso fuori e bianco punteggiato di semi dentro. Poco lontano, sotto lo stesso nón lá, un’altra donna vende dolcetti appiccicosi avvolti uno a uno nel cellophane. Le ho guardate passare più volte, sempre con lo stesso passo regolare, come se il tempo per loro seguisse un’altra misura.

Manghi in vendita, ceste appese a una pertica di bambù
Manghi in vendita, ceste appese a una pertica di bambù

Davanti a un piccolo negozio, un gruppo di donne siede su sgabelli bassi a chiacchierare. Sandali abbandonati accanto ai piedi, cappelli conici a terra come piatti capovolti.

Chiacchiere su sgabelli bassi, davanti a un negozio
Chiacchiere su sgabelli bassi, davanti a un negozio

È stata proprio questa la scena che mi è rimasta più addosso di ogni tempio visitato: sedermi a bere un tè caldo su uno sgabello basso. Osservare i vietnamiti che mi passavano davanti, o che consumavano i loro pasti a un metro da me, senza fretta di essere altrove. Non ho fotografato quel momento. Ho solo lasciato che la strada continuasse a scorrere davanti a me. Ed è lì, in quella tazza mai finita, che ho capito perché non si può fare a meno di innamorarsi di questo paese. Non delle sue pagode. Ma delle sue strade, prima di tutto il resto.

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categorie: Vietnam

25 Agosto 2026

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